La verità. Ecco il vero cardine di bellezza per il cantautore lombardo Daniel Dagrezio. Ed è denso di verità questo disco dal titolo “Le mie cinque fasi”, lavoro autoprodotto che porta alla luce grazie al gusto estetico ed artistico di Daniel Tek. Un monolit visionario di pop internazionale, romantico, intenso, esteso nelle sue pennellate di romanticismo, dove l’amore che passa poi si cimenta a cambiare, contaminare, modificare la felicità… sono rinascite le ferite… ogni volta.

Per te cos’è per davvero la bellezza, oltre l’estetica?
Per me la bellezza è quando qualcosa è vero e non ha bisogno di fingere. Allora lì, per me, è BELLO!
Non dev’essere “perfetto”, ma “preciso” anche in “ciò che non va”. La vera bellezza, per me, è quando una cosa ti resta addosso perché ti riconosci, anche se ti mette a disagio. In questo disco la bellezza, se c’è, non sta nel rendere tutto elegante: sta nel far passare un’emozione così com’è. Senza truccarla.

Dove la cerchi e come sai d’averla raggiunta? Come quando una canzone è conclusa.
La cerco nei dettagli che non puoi inventarti: un gesto, un silenzio, una frase detta male, un pensiero scomodo. Capisco di averla raggiunta quando nella mia testa mi immagino l’ascoltatore e capisco di non “spiegare”, ma di “far sentire”. E su quando una canzone è conclusa: per me è conclusa quando dice tutto quello che mi sentivo di dire. Che non sempre è “tutto” in modo assoluto. A volte c’è del non detto anche nelle cose che si sceglie di non dire. Arriva un certo punto in cui mi dico “ok … va bene così”. Non è mai perfetta, ma sempre onesta. Come il mio producer (Daniel Tek) mi dice (che ha vissuto costantemente i miei continui dubbi sul fatto se la canzone fosse in effetti definitiva o meno): “la canzone non la finisci, ad un certo punto la abbandoni”.

Che rapporto hai con la superficie delle cose?
La superficie mi interessa tantissimo… ma non come maschera: come porta d’ingresso. Io parto spesso da cose quotidiane, da immagini semplici, perché è lì che succede davvero tutto. Poi sotto, inevitabilmente, si apre il resto. La superficie è utile se ti permette di entrare dentro senza spaventarti subito. Senza contare che considero la superficie (nelle persone) una forte indicazione di chi potrebbero essere dentro… spesso la versione che offriamo di noi agli altri è compensatoria delle vere ferite che ci portiamo dentro.

Questo disco serve a te per emancipare e conoscere nuove forme di te?
Sì. È stato proprio un passaggio di identità: non solo “scrivere canzoni”, ma capire che tipo di uomo e di artista voglio essere. Non ho fatto un disco per dimostrare qualcosa agli altri, ma per non mentire più a me stesso. E dimostrare, sempre e solo a me stesso, il mio cambiamento interno. Quello che mi ha portato a non vergognarmi delle mie fragilità. Pubblicare un album così intimo, per me, è la dimostrazione tangibile di questo… come una conquista personale. E in questo senso è liberatorio: ti costringe a scegliere chi sei, senza scuse. E lo considero decisamente una pietra miliare nella mia vita.

Non pensi diventi troppo intimo per essere condiviso?
Ormai direi che è tardi ahahah. In realtà questa è la paura che avevo, e un po’ ce l’ho ancora. Però ho capito una cosa: i dettagli sono miei, ma le strutture emotive sono di tutti. Quindi il messaggio non è “guardami!”, ma è “se è successo anche a te, non sei solo”. Se resta troppo intimo per qualcuno, va bene… tanto non è un disco da consumare, ma da attraversare.

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