Dark crimes: il thriller con Jim Carrey nei panni di un tormentato detective

Dark Crimes è un thriller che arriva nelle sale cinematografiche italiane con circa due anni di ritardo, in quanto girato in Polonia nel 2016.

Un thriller che vede alla regia Alexandros Avranas, regista greco acclamato dalla critica nel 2013 per il crudissimo Miss Violence, che fece incetta di premi nei principali festival di tutto il mondo, il quale, come il conterraneo Lanthimos, sembra avere una predilezione per le storie crude.

In questo caso, parte da un fatto di cronaca vera: nel 2008 il giornale The New Yorker pubblicò un articolo di David Grann intitolato True Crimes – A Postmodern Murder Mystery, in cui si raccontava la storia di Krystian Bala, scrittore arrestato per l’omicidio di un uomo d’affari polacco. Un detective di Breslavia era riuscito a risalire al letterato tramite una serie di indizi e coincidenze narrati nel suo libro, Amok, risolvendo, così, un caso rimasto in sospeso per anni.

Jim Carrey torna in un ruolo drammatico dai tempi del thriller Number 23, dove pure vestiva i panni di un detective tormentato.

Il detective Tadek (Carrey) decide di concludere la sua carriera con una sfida a se stesso: risolvere un caso insoluto da anni.  Partendo da un locale per bondage frequentato dalla vittima in questione, il detective risale ad un altro assiduo avventore del posto: lo scrittore Kozlow (Marton Csokas). Le straordinarie coincidenze tra il romanzo di Kozlow e il delitto reale portano le indagini ad approfondire gli strani comportamenti dello scrittore e della sua compagna (Charlotte Gainsbourg).

Sceneggiato da Jeremy Brock (L’ultimo re di Scozia, In viaggio con Evie), il film di Avranas si caratterizza per la crudezza e la tetraggine che pervadono ogni singolo momento.

La fotografia è cupa, così come l’atteggiamento di Carrey, che decide di assumere una sola espressione ad inizio film e mantenerla lungo tutta la sua durata.

La psicologia dei personaggi è inesistente, quando non meschinamente stereotipata (i polacchi sarebbero un popolo freddo e calcolatore in qualsiasi contesto, persino all’interno del nucleo familiare).

Le scene di prostituzione all’interno del locale, con le quali il film si apre, ricordano da vicino le analoghe situazioni di opere ormai storiche come Salò o le 120 giornate di Sodoma e The human centipede. Il che, però, testimonia soltanto la confusione (e la presunzione) di un cineasta che evidentemente tende al parossismo per celare un vuoto cosmico di idee e stile.

La violenza efferata vuole fare il verso a vario cinema orientale degli ultimi decenni, da quello made in Russia sino ad arrivare ai capolavori coreani di Park Chan-Wook, ma fallisce miseramente nella messa in scena di un crime drama anestetizzato e inerte.

Così, Dark crimes si rivela essere un film monocorde, proprio come l’immutabile espressione del rassegnato detective di Jim Carrey.

 

 

Giulia Anastasi