Ciao Davide, come sempre è un piacere incontrarti. Siamo qui a presentare il tuo ultimo album “amAI?” uscito solo fisicamente in CD il 31.01.2026. La prima cosa che ci salta agli occhi è la durata che oserei dire regolare e non mastodontica come gli album precedenti. Come mai questo ritorno alla “normalità”?

            La “normalità” è un costrutto sociale e ideologico arbitrariamente giudicante, omologante, stigmatizzante, che vuole nascondere le unicità individuali e riduce la complessità sociale degli individui attraverso lo standard, piuttosto che un dato oggettivo o naturale. Il mio non è quindi un ritorno alla normalità, specialmente da questo punto di vista, cioè della durata di un disco considerata più o meno “regolare”. Anche perché io rimango intellettualmente e artisticamente un “irregolare”. Inoltre, come è noto, oggi è troppo persino la durata di un disco di 43 minuti e la tendenza è quella di proporre musica sempre più spiccia e spicciata in uscite singole. La riduzione della durata dei supporti musicali, passando dai formati estesi a quelli brevi, è un fenomeno evolutivo che rispecchia i cambiamenti tecnologici e le abitudini di ascolto, passando dal Long Playing (LP) (33 giri) al singolo (45 giri) e infine allo streaming digitale. Oggi, i social media e le piattaforme di streaming influenzano la creazione di brani sempre più brevi, intorno ai 2 minuti massimo 3, riducendo la durata media complessiva delle pubblicazioni musicali. Ed è semmai questa la nuova “normalità”.

            Il fatto di aver deciso di non pubblicare l’album in streaming, questo origina da due fatti: 1) per coerenza giornalistica; come intervistatore di artisti per le pagine di Kult Underground, continuo infatti a rifiutare le cartelle digitali degli uffici stampa con i link per l’ascolto liquido: prendo in considerazione solo il ricevimento di CD fisici, rifiutando l’ascolto disordinato, perdibile e intangibile, oltre che di ridotta qualità, dei formati compressi; 2) la particolarità di “amAI?” è proprio la sua natura tangibile e controcorrente. In un’epoca dominata dal digitale e dallo streaming, l’album rivendica l’importanza dell’oggetto “disco” come opera d’arte da possedere e toccare. Anche il tema (il dubbio sulla IA, ovvero “Sono io Intelligenza Artificiale o Intelligenza Autoriale, appunto amAI?) si sposa con il rifiuto di una fruizione esclusivamente algoritmica e immateriale della musica. Per la stessa ragione l’oggetto fisico è anche una sorta di multiplo artistico firmato dal pittore e grafico Leonardo Di Lella, che ha realizzato l’opera in copertina. L’artista ha qui giocato sul contrasto e la stratificazione tra il movimento fluido e vorticoso dei grovigli (istinto, genialità umana) e la staticità dei blocchi geometrici di sfondo (razionalità, algoritmo), creando un’immagine che richiama l’astrattismo minimalista insieme geometrico e gestuale, trasmettendo un senso di energia cinetica e di caos controllato.

            Tu ami sempre spiazzare gli ascoltatori. Oltre alla durata ridotta dell’ultimo disco, stavolta hai pubblicato l’album in collaborazione con Maoro Sanna (in arte MaaS), ma per non svelare nella domanda cosa lui fa, descrivicelo tu e perché hai deciso di lavorare con lui.

            Ho conosciuto MaaS – Maoro Sanna (Maoro, e non Mauro come si continua a scrivere) nel 2006, quando realizzai l’album “Wrong or right of forty” con alcuni contributi di un collettivo elettronico sperimentale (Oscillator 707). Per qualche tempo abbiamo fatto qualche altro brano musicale insieme, poi più niente dal 2011. Nel 2023 rimasi colpito dal mio primo ascolto di un lavoro realizzato con la AI, un disco fatto al modo dei Pink Floyd. Soprattutto rimasi colpito, oltre che dallo stile perfettamente riconducibile al gruppo, dalla voce di David Gilmour perfettamente riprodotta dalla AI. La prima cosa che pensai, al di là delle inquietudini che questo comportava, fu che mi sarebbe piaciuto addestrare la AI con la mia discografia e vedere che cosa ne avrebbe tirato fuori, quale distillato stilistico sia nella musica, sia nei testi, così come anche riascoltare la mia voce o, meglio, il modello vocale creato da una intelligenza artificiale sulla base della mia vocalità.

            Maoro mi ha ricontattato alla fine del 2024 per farmi ascoltare alcuni suoi lavori realizzati sperimentando con la AI. Gli ho chiesto di scegliere uno dei suoi brani, cantato anche dalla AI , fornendomi solo la base strumentale e il testo. Siamo partiti dunque da “Capo Chimera” e da una curiosità su come l’aveva melodizzata e cantata la AI e come, senza conoscere la versione della AI, l’avrei melodizzata e cantata io. Poi la curiosità è diventata un incontro tra le due forme di AI, cioè di intelligenze, quella artificiale, usata però a sua volta in modo intelligente (basi strumentali), e quella autoriale ma completamente umana (melodia, canto, liriche). Tra gennaio e marzo del ’25 Maoro ha lavorato con la AI per comporre le basi e gli arrangiamenti strumentali, io vi ho scritto i testi e ho composto le melodie, cantandole. A marzo il disco era già pronto, ma ho aspettato, sia perché era da poco uscito il mio triplo antologico cd “Gli Altri”, sia perché non ero ancora convinto di pubblicare qualcosa di realizzato con la AI, intorno alla quale c’è molta ostilità diffusa, a volte comprensibile, altre volte per mero pregiudizio. In ogni caso è stata anche questa una sperimentazione, per altro in linea coi tempi e col futuro che avanza. E io non voglio stare fermo, voglio conoscere, procedere, sperimentare.

            Infine mi sono deciso a ottobre e ho chiesto a Maoro di pubblicare un nostro vecchio inedito come ghost-track. Lui invece ha rilanciato proponendo la rivisitazione di una sua composizione elettronica del 2004 (l’unica traccia quindi non creata con la AI), su cui ho scritto e recitato un lungo testo sull’umanità e la natura che per esistere, fin dalla Creazione, continuano entrambe a divorare se stesse tra continue prove, errori e orrori in un mondo e un universo apparentemente privo di senso predeterminato.

            La lingua italiana si alterna da disco a disco, stavolta è/sarà una scelta continuativa, o ti sentivi di cantare così queste canzoni?

            Io ho sempre usato sia l’inglese (1981-1990 e di nuovo dal 2000 in poi), sia l’italiano (1991-1999). e anche altre lingue. Ho fatte canzoni anche in portoghese, spagnolo, francese e tedesco. E continuerò così. Il mio prossimo lavoro sarà nuovamente in inglese, poiché anch’essa mia lingua familiare. Queste canzoni le ho scritte in italiano senza una ragione precisa. O forse perché avevo della curiosità intorno a cosa avrei fatto tornando a usare nella canzone la mia lingua madre, da me riservata da sempre solo alla scrittura dei miei libri.

            Devo dire che i brani più struggenti del disco, come ad esempio “Valentina” e “Anima nuda” sono quelli che ci hanno colpito particolarmente… tu hai delle preferenze in questo disco?

            No, non ho preferenze, poiché ciò che non preferisco e non mi piace non faccio, escludo fin da subito. A me poi interessa sapere più cosa preferisce l’ascoltatore, che non io. Se volete, vi parlo piuttosto di queste due canzoni che avete preferito voi.

            “Valentina” è una canzone sull’amore che non converge verso la realtà o la realizzazione, che non è ricambiato e soprattutto ricambiabile, provocando dolore per superare il quale bisogna ancora una volta lavorare su se stessi, specialmente superata una certa età, ciò provocando ancora più dolore, a causa del sentimento di chi si sente ormai e sempre più e per sempre escluso dall’amore passionale in un groviglio complesso di malinconia, rassegnazione ma anche di disperata ribellione silenziosa alla sensazione di diventare “invisibili” agli occhi del desiderio. Sto sperimentando una sorta di etaismo o ageismo nei confronti di chi è ormai alla soglia della terza età e non suscita più non solo desiderio, ma anche un qualunque interesse verso la tua persona, perfino di curiosità dialogica. La lirica è un gioco di rimandi intertestuali e pittorici, dove la figura di Valentina oscilla tra il mito (come la Valentina di Crepax) e la realtà quotidiana. Il richiamo alla mela verde cita direttamente l’opera The Son of Man (Il figlio dell’uomo) di Magritte, simbolo del conflitto tra ciò che è visibile e ciò che è nascosto. L’invocazione “Valentina floreale” trasforma la donna nel giardino acquatico di Giverny, evocando le celebri Ninfee di Monet esposte al Musée de l’Orangerie. Il titolo e il refrain citano “My Funny Valentine”, lo standard di Rodgers e Hart , caricando il testo di una malinconia romantica e cosmica, ma anche scherzosa (“funny” che diventa maliziosamente anche… “fanny”). L’uso (qui montaliano) di piante come il bosso, l’acanto e il ligustro crea un contrasto tra il rigore del giardino all’italiana e la natura selvaggia dei “capelli mossi”. In letteratura, queste piante segnano il passaggio tra due visioni del mondo: l’antropocentrismo in crisi e la quotidianità come unica verità. Nella poesia d’apertura di Ossi di seppia, “I limoni”, Montale usa queste piante per prendere le distanze dai “poeti laureati” (come D’Annunzio) che celebrano una natura aulica e artificiale. Bossi, ligustri e acanti rappresentano la letteratura del passato, fatta di nomi rari e ornamenti classici. A queste piante “nobili”, il poeta preferisce i limoni, piante comuni e aspre che simboleggiano una realtà povera ma autentica. Quanto alle leopardiane ginestre, a differenza degli uomini che si illudono con le “magnifiche sorti e progressive”, la ginestra accetta la propria fragilità senza superbia, invitando alla fratellanza (la “social catena”) contro il comune nemico naturale.  Il testo descrive dunque un’asimmetria sentimentale: i due protagonisti si incrociano sulla stessa retta ma non “collineano”, lasciando Valentina nel regno dell’inammissibile e del visionario.

            “Anima Nuda” è un viaggio visionario che oscilla tra il neoplatonismo e la psicologia del profondo. La mia “Anima nuda” ha forse attraversato realmente il confine tra la vita e l’oltre a causa di un’esperienza di premorte avuta in passato. È il racconto autobiografico di quando stetti per annegare da bambino in una piscina a scuola. Fui salvato in extremis. Mentre stavo annegando mi sentii avvolto da un tunnel nero, tiepido e colmo di pace, in fondo al quale iniziai a vedere una luce, come in molte esperienze descritte di Near Death Experience. Quando raggiunsi la luce vidi mia madre ad aspettarmi fuori dalla scuola: tutti i bambini erano già usciti e rimaneva solo lei ad aspettare. Sentii il suo senso di pena e la visione si interruppe, ritrovandomi al bordo della piscina con il bagnino che mi aveva salvato. Dopo quella esperienza, per molto tempo ebbi una sorta di amica immaginaria, nordica, bionda, che sapevo essere annegata molti anni prima e a cui diedi il nome di Julia, come Julia Hede, l’attrice bambina della miniserie televisiva svedese “La pietra bianca”, un telefilm che guardavo all’epoca. Era una sorta di fylgja norrena. Fylgja è una parola che nell’antica lingua norrena significa tra l’altro sia seguace, spirito guida, sia placenta. Si tratta di uno spirito soprannaturale che accompagna una persona in relazione al proprio destino o fortuna,  un’entità tutelare. La mia “Julia” bionda incarnava questo spirito guida, trasformando il quotidiano  in uno spazio mitico. Non è quindi solo un generico Regresso Ad Uterum dove la fusione tra l’amnio materno e il fiume Lete suggerisce un desiderio di oblio e pace assoluta, dove la nascita (o la rinascita) è vista come un’ascesa all’Empireo (avete presente la “Ascesa all’Empireo” di Bosch?). Il “nero amnio” non è solo metafora, ma il ricordo sensoriale dell’acqua che mi stava togliendo il respiro. Nel cortile di una certa casa medievaleggiante della mia infanzia c’era una fontana con un mascherone che mi affascinava molto. Mi sembrava qualcosa che nascondeva una porta verso un’altra dimensione. Sono tornato poi a rivederla da adulto e non vi ho visto che una semplice opera umana di scultura architettonica e decorativa, vuota e meccanica, e dietro il nulla. Il passaggio dall’acqua cristallina al “mascherone muschiato” e alle “tuberie” (riferendomi in particolare a quelle di Farfa) segna perciò il crollo dell’illusione infantile nella delusione dell’adulto. La rivelazione del “Dio buio” e del Grande Strappo (Big Rip) sposta la prospettiva dal piano spirituale a quello di un’entropia cosmica inesorabile. Nel finale il Ritorno di Lazzaro è quello di chi torna “dal confine” e non è più lo stesso. L’anima nuda resta segnata da quell’amore assoluto, rendendo il mondo materiale un “adulto nulla calcareo”. Il contrasto tra la dolcezza della prima parte e l’asprezza meccanica della seconda (il “sifone”, le “raccorderie”) rende vivida la ferita del ritorno. L’esperienza di premorte (NDE) vissuta da bambino ha tratti unici che la mia poesia ha cercato di catturare con precisione quasi clinica: ho impiegato decenni per processare l’accaduto. La sensazione di essere un’anima nuda “strappata al confine” descrive oggi quel senso di alterità, ma purtroppo per me non la perdita della paura della morte che spesso per altri ne consegue.

Una sana tirata d’orecchie però bisogna fartela: tanti, a volte tantissimi brani davvero interessanti e mai un videoclip?

            Non mi sono mai voluto mostrare, non più del necessario. O semplicemente per ora non è successo, o non è stato fatto succedere da chi mi sta intorno. Ciò in fondo è coerente con il mio ritiro dal mondo dello spettacolo e dalla sua spesso meschina e ottusa industria dell’obbligo fin dagli anni ’80, quindi con il mio bisogno di libertà artistica assoluta.

            L’ultimo brano del disco come si intitola effettivamente e perché l’hai chiamato così?

            L’ultimo brano, che tutti leggono come “chiocciolina”, perché somiglia a quella di internet, doveva essere una ghost-track. In realtà è una giduglia (o gidouille in francese), una spirale vorticosa che rappresenta la pancia di Padre Ubu, simbolo della «patafisica» (scienza delle soluzioni immaginarie) fondata da Alfred Jarry. Viene definita come una “sfera intestinale” o “cornoventre” dalla innfinita ingordigia (ma certo, anche internet ha la sua infinita e insaziabile ingordigia). Il testo è un collage di alcune mie poesie. Mi serviva un’invettiva potente, un collage di patafisicadistopia digitale e nichilismo biologico. Vi ho evocato lo spirito di Alfred Jarry e il suo Ubu Re (quella “giduglia” e il “Merdre!” iniziale non lasciano scampo) per dipingere un’umanità che, dal Purgatorius del Paleocene, è approdata a un Purgatorio digitale fatto di algoritmi e “vaselina subliminale”. Il Purgatorius, aiutato dalla caduta distruttiva dell’asteroide di Chicxulub, è considerato uno dei primi antenati dei mammiferi e dei primati, sopravvissuto all’estinzione dei dinosauri 66 milioni di anni fa. Il testo è colmo di citazioni, ma non per puro citazionismo. Tutto ha il suo senso, anche la menzione di Maria Clara Eimmart, l‘astronoma del XVII secolo, nota per le sue illustrazioni delle fasi lunari nel Cometarum Varia, che morì effettivamente di parto, incarnando quella crudeltà della natura che ho descritto e l’orrore biologico a cui siamo costretti fin dal nascere. La menzione dell’Ophiocordyceps (il fungo parassita che trasforma le formiche in zombie) e del crostaceo mangialingua (Cymothoa exigua) serve a smantellare l’idillio creazionista: se Dio ha creato tutto, ha creato anche l’orrore puro. Quanto ai sepolcri di Kessala con i complessi megalitici dei Begia in Sudan, e i loro allineamenti astronomici, sono solo la metafora dell’umana illusione contro la “ganascia divorante” della terra. E poi c’è il nuovo feudalesimo Digitale, la globalizzazione che diventa la nuova glebalizzazione- Il richiamo all’Arcologia (fusione di architettura ed ecologia di Paolo Soleri) e ai “neo-feudatari del cyberspazio” riflette le mie critiche alla Selfielosophy e alla sorveglianza globale. È un testo che oscilla tra la scienza dura e il grottesco teatrale, una critica feroce all’illusione di libertà in un mondo dove siamo diventati “plancton” (v. Soylent Green) per i grandi database nell’inganno del “Carosello” (v. La Fuga di Logan). Tutto si conclude con l’esclamazione “Merdre!” che è invece la famosa esclamazione d’apertura dell’opera teatrale Ubu Re di Alfred Jarry, scandita dal protagonista Padre Ubu. È un neologismo che fonde la parola francese “merde” (merda) con “mère” (madre), creato per dissacrare le convenzioni sociali e inaugurare il teatro dell’assurdo. 

            Dove trovi il tempo per comporre un disco ogni quarto d’ora, per scrivere libri, per lavorare e per dormire?

            Negli ultimi anni compongo pochissimo. Mi sono limitato a pubblicare il mio enorme archivio di materiale creato dal 1981 e mai pubblicato. Questo ha dettate le ragioni dei doppi o tripli cd dalla massima durata. In realtà dormo parecchio. Faccio tutto molto in fretta. Più tempo dedico invece prima alla ricerca e allo studio o al pensiero, Il resto, cioè la scrittura o la creazione, vengono poi di getto. Come già detto altrove, io adotto ormai la “filosofia del buona la prima”, un approccio esistenziale, estetico e metodologico che valorizza l’autenticità, l’immediatezza e l’unicità del primo tentativo rispetto alla perfezione tecnica raggiungibile solo (per taluni) attraverso la ripetizione, il noiosissimo “rifare” a detrimento di altro da fare e conoscere in una vita già troppo breve. Un approccio inoltre che privilegia l’imperfezione genuina di un istante unico rispetto alla perfezione, sempre che una “perfezione” esista, a cui preferisco il “perfettibile”. È l’accettazione che l’errore o l’esitazione fanno parte della natura umana e ne costituiscono il fascino. Cerco quindi di concentrarmi sempre sul momento presente con intensità e consapevolezza, senza la garanzia (o la necessità) di una seconda possibilità.E poi ho fatto solo un disco all’anno, come molti altri.

            Siamo nella primavera del 2026, qual è il tuo periodo per comporre e scrivere?

            Il periodo è quello tra il 1966, anno della mia nascita, e quello che ancora non conosco della mia fine. Sono ancora nel trattino in mezzo. A maggio uscirà un mio nuovo libro. Dopo “City to city”, viaggio tra le città e le regioni del mondo che hanno dato il proprio nome a un genere, a una scena, a un movimento o a un’industria musicali, è in fase ora di pubblicazione il mio ultimo saggio sulla “musica funzionale”. Poi basta, mi dedicherò soltanto più alla poesia o, forse, a un nuovo romanzo.

            E qui in fondo, come sempre, ricordaci i tuoi contatti! A presto!

            Non sono presente nella rete, social (o asocial?) network in primis. Non mi interessa, è per me solo inutile perdita di tempo ed energie. Il disco invece, pubblicato con Music Force e distribuito da Egea Music, per acquistarlo lo trovate in internet come tutto il resto, googlando e digitando le parole chiave pertinenti (Davide >DeaR< Riccio, amAI?): come è noto, i motori esplorano, indicizzano e classificano miliardi di pagine per fornire risposte rapide e mirate, con opzioni come la ricerca vocale o per immagini, anche per me. Dunque, esisto! Chiuderei io con una domanda: vi differenzierete pubblicando tutto integralmente senza fare tagli? À suivre…

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