È sulla scorta dell’inusitata virtù di riverberare l’altalena degli stati d’animo, svelando appieno le varie sfaccettature d’un mondo interiore complesso ed evocativo contrapposto dalla psicopatologia dell’horror spurio agli eventi del mondo esteriore, che l’entusiasta e ambiziosa regista scozzese Lynne Ramsay ha legittimato tanto nel disturbante mélo familiare …e ora parliamo di Kevin quanto nello spiazzante thriller ascetico A beautiful day – You were never really here l’elezione ad autrice con la “a” maiuscola.
La battaglia interiore portata ad effetto con Die my love nella trasposizione sul grande schermo dell’amaro romanzo Matate amor della talentuosa scrittrice argentina Ariana Harwicz, spostando l’ambientazione attraverso il passaggio dalla città alla campagna nella clausura bucolica in Montana, smentita dapprincipio al pari di quella transalpina dal fervore dei congressi carnali della coppia protagonista, ne conferma la tentazione dell’iperbole legata alla destrezza di approfondire la complessa esplorazione dell’amore totalizzante, che decade ad attanagliante condizionamento, o sanziona una mesta involuzione?

L’assenza della voice over rispetto al modello originario, compensata dalla premonizione extrasensoriale della foresta in fiamme e dalla complicità sessuale iniziale, evidenzia subito l’impasse dell’adattamento cinematografico che veleggia in superficie senza cogliere mai la frustrazione d’una donna di lettere in boccio svilita sia dal blocco creativo sia dalla depressione post-partum. A pesare sul piatto della bilancia è la penuria incondizionata dell’opportuna scoperta dell’alterità d’una indocile venere sudamericana alle prese coi vincoli di suolo contemplati nel Vecchio Continente. La risposta del corpo e della mente dell’inquieta Grace al rilascio continuo di ormoni inaspriti dalla frustrazione vorrebbe lasciare il segno, oltre ché dell’estro in grado di congiungere al clima di mistero l’implicito confronto d’un rapporto divenuto tossico con l’ordine naturale delle cose rappresentato dalla boscaglia limitrofa che circonda la baita isolata, anche del valore terapeutico dell’umorismo. Necessario, grazie alla sottigliezza del consueto mosaico d’introspezione toccante ed esilarante irrisione abitualmente nelle corde dell’alacre Ramsay, a travalicare i luoghi comuni riscontrabili nei trattatelli psicologici connessi all’egemonia del cupio dissolvi sulla bramosia dei sensi scambiata lì per lì per l’amor vitae. La tensione legata all’interazione tra interni claustrofobici ed esterni riflessivi, caratterizzati dall’arguzia di scorgere il ridicolo che veicola ogni teatro dell’assurdo quando la stratificazione dell’alienazione raggiunge lo zenith, risulta sprovvista dell’atmosfera di suspense tragicomica garantita dai sagaci aneddoti satirici frammisti alle pertinenti tecniche di straniamento dall’abile collega brasiliano André Klotzel in Reflexões de um liquidificador.

A sancire la marcia indietro della pur caparbia Lynne Ramsay, immemore del piglio disinibito ed epidermico associato allo scandaglio di temi considerati tabù attraverso le prospettive composite affidate alla lente dell’ironia pungente, sono le polveri bagnate della proverbiale narrazione per immagini. Chiamata a sostituire con l’attenzione spasmodica ai semitoni unitamente agli eloquenti silenzi le modalità esplicative delle confessioni redatte sulle “passeggiate per ore e ore col bebè in braccio”, sul guanto di sfida lanciato, apparentemente tra il serio e il faceto, al cagnolino portato nel nido domestico regredito ad atroce reclusorio dal labile consorte. Che non sa che pesci prendere di fronte agli indizi inequivocabili dei disturbi dell’inviperita Grace. Estranea al piacere di guardare le stelle con il telescopio e il cuore in gola. Abituata ad anteporre la scurrilità del linguaggio terra terra alla feconda opzione alla crudezza oggettiva dominata dai principi razionali. Anziché innescare quindi l’ascendente esercitato dall’estetica irrazionalista, e ricavare così linfa dalla vibrazione visiva dell’antiretorica, l’immersione nella vera casa di Grace, costituita dalla traballante mente in balia dei demoni privati, trascina l’arduo processo d’integrazione di conscio e inconscio nelle deleterie secche dell’enfasi di maniera. Lo speculare contrasto della recitazione sopra le righe dell’avvenente ma farraginosa Jennifer Lawrence nei panni dell’insoddisfatta Grace e del gigionesco ed emaciato Robert Pattinson nei panni del partner ormai alla frutta con la misuratissima performance del mostro sacro Sissy Spacek, che interpreta una suocera inutilmente conciliante, mostra la corda dell’ovvia dinamica di contiguità. Avvezza altresì a connettere i suoni che rimbombano nella testa in disordine dell’instabile Grace alle parole cariche di significato dei celebri brani scomodati per l’occasione.

La fascinazione dell’astrazione relazionata allo sdoppiamento della realtà e del sogno, che conferisce una valenza onirica all’ossessione di tradire l’imbelle marito con l’ermetico centauro spesso nei paraggi, cede la ribalta all’incrudelimento didascalico degli arcinoti incubi a occhi aperti. Le stravaganze di Grace, mentre gattona negli ampi spazi agresti, dove la recrudescenza dell’identità muliebre in crisi finisce per distaccarsi palmo a palmo dall’habitat circostante, si tuffa in mutande nella piscina dei bambini degli sbigottiti vicini e traligna l’affetto introduttivo nell’inesausto dispetto a furia di apostrofare lo spazientito compagno di vita, arrivato al punto di rinchiuderla in una clinica specializzata, smarriscono strada facendo le risorse del contraltare beffardo ed eminentemente stravagante. Soppiantato dal risaputo show torvo con la personificazione del Rischio in agguato che incombe sulla foresta destinata a restare coinvolta nel divampare del cupio dissolvi della imbrattafogli a corto di guizzi. L’esplicita puntura di spillo riservata all’ottica tradizionalista dell’unione lieta, cementata dall’intesa ribadita all’inizio nell’intimità della camera da letto, paga dazio al ripiegamento in zona Cesarini nell’inopportuna preminenza dell’eccesso d’inverosimiglianza dovuto all’esacerbazione dell’attesa febbrile del pericolo imminente sull’assoluta maestria di esibire insieme al lecito carattere d’autenticità le cupe contraddizioni dei giovani sposi alla deriva esplorando la componente raccapricciante tramite il ricorso all’eccentricità sagace. Lynne Ramsay, orfana di questo incontestabile fiore all’occhiello che consente abitualmente alla fulgida vena sperimentale di sottrarsi all’impaccio delle idee attinte al nume tutelare Jan Svankmajer, gira prevalentemente a vuoto. Regredendo il poetico vagheggiamento di Die my love nel cercare sino all’ultimo un’aternativa alla spirale dell’autodistruzione e della distruzione in un poeticismo di quart’ordine. Inadatto a mettere in luce le zone oscure incuneate nel rigoglio degli anni.
