Con “Cantautorap”, Digaonthemic firma un disco che va oltre le etichette e si presenta come il ritratto più completo della sua identità artistica. Un progetto nato dalla volontà di mettere al centro la scrittura, lasciando che fossero le parole e le melodie a guidare ogni brano prima ancora delle produzioni musicali.

L’album intreccia rap, cantautorato e influenze eterogenee, dando vita a un percorso personale in cui convivono introspezione, osservazione della realtà e libertà creativa. Il risultato è un lavoro che riflette il desiderio di raccontarsi senza compromessi, con uno sguardo autentico su sé stesso e sul mondo contemporaneo.

In questa intervista, Digaonthemic ripercorre la nascita di “Cantautorap”, racconta il suo approccio alla composizione, il rapporto con il mercato musicale e il valore dell’autenticità in un’epoca sempre più orientata all’immagine e ai numeri. Un confronto sincero che permette di entrare nel cuore di un album pensato per durare nel tempo, al di là delle mode del momento.

“CANTAUTORAP” è un titolo che sembra quasi voler definire una nuova grammatica musicale. Più che un genere, rappresenta un modo diverso di concepire la scrittura?

Poi che scrittura direi la musica in generale, viviamo in un mondo in cui le persone hanno la necessità di etichettare qualsiasi cosa, soprattutto nella musica.

Ad un certo punto del mio percorso ho capito che non siamo noi a scegliere che musica fare, ma è lei a scegliere te.

Voglio essere influenzato da tutto ciò che mi piace, Cantautorap è l’insieme di più generi, tra cui spiccano il rap ed il cantautorato italiano su tutti.

Nel disco convivono memoria personale, osservazione sociale e dimensione intima. Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra questi registri senza perdere un’identità precisa?

Per nulla, perché sono tutti elementi che riesco a fare convivere benissimo fra loro, un album deve riuscire a rappresentare a 360° l’artista, spero di esserci riuscito.

Digaonthemic e Andrea sono la stessa persona, spero questo sia stato percepito.

Hai raccontato di aver scritto le canzoni prima ancora delle produzioni. In che modo questo metodo ha influenzato il risultato finale rispetto ai tuoi lavori precedenti?

Perché sono stato libero di creare la struttura di ogni brano, le linee melodiche e le metriche senza alcuna influenza esterna.

Quando si scrive su una strumentale è facile essere influenzati inconsciamente dai suoni e dal producer, in questo caso, sia James Cella che I Mari sugli alberi sono stati bravissimi a valorizzare il tutto alla perfezione.

Oggi molti artisti costruiscono un’immagine riconoscibile ancora prima della propria musica. Tu hai scelto il percorso opposto: è una presa di posizione consapevole?

Si, ho sempre pensato che la musica non è una gara, ma una maratona, non conta chi arriva prima, conta chi ha la forza di arrivare alla fine.

La mia musica non vuole primeggiare, punta a rimanere nel tempo.

Quanto pesa oggi la libertà creativa quando ci si confronta con un mercato che sembra privilegiare immediatezza e numeri?

Tanto se ti lasci condizionare da ciò che ti circonda, poco quando sai che i numeri sono per la maggiore truccati, viviamo di ostentazione della ricchezza e del successo, quando in realtà la maggior parte è povera dentro.

Come diceva Caparezza, io non voglio essere capito, io voglio essere, capito?!

Nel disco emerge spesso il desiderio di raccontare esperienze reali senza filtri. Pensi che oggi l’autenticità sia diventata quasi un atto di coraggio?

Si essere se stessi è un atto di ribellione incredibile, siamo in un’epoca in cui vorremmo essere ma non facciamo nulla per esserlo, è molto più facile fingere.

Se tra qualche anno dovessi riascoltare “CANTAUTORAP”, quale pensi sarà l’aspetto che continuerà a rappresentarti maggiormente?

Che in ogni canzone ho raccontato qualcosa di mio, rendendo ogni brano qualcosa di unico senza scendere a compromessi.

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