Avevamo incontrato Dirlinger, avevamo parlato con Andrea Sandroni… di bellezza anche ma anche di suono che torna indietro nel tempo… e dopo tanto girare per portare dal vivo il suo esordio “cOntastorie” eccolo tornare con un 45 giri che presto sarà in produzione: due brani, Lato A con “La città ideale” e Lato B con “Il vecchio e il mare” – ovvio rimando ad Hemingway. Torniamo a parlare di bellezza con lui soprattutto perché ora l’estetica sembra rinnegare davvero il modo moderno: una stanza, microfoni e amplificatori e il suono che arriva da se. Niente produzioni, niente macchine e niente sovraincisioni di stile… nudi e crudi e senza maschere.

Torniamo a parlare con te… che dal disco a questo 45 giri troviamo grandi rivoluzioni di estetica e di bellezza. Si torna all’essenzialità?
Beh, mi sembra che rispetto agli standard di un certo pop emergente, in realtà nell’album precedente non ci fosse tanto di più rispetto a una band che suonava. Del resto, l’”orpello” delle registrazioni ambientali – già presenti nell’album – sono riuscito a ficcarle anche qui! Però, aldilà di cosa ho tolto qui rispetto a “cOntastorie”, credo che la differenza sia nell’ essere rimasto più attinente a quello che faceva la voce: la chitarra accompagna il cantato e, le altre cose che ci sono, vanno dietro al “chitarra-e-voce”.
Dopo tanto suonare in giro che cosa di preciso ti ha spinto ad una “rivoluzione” estetica di questo tipo?
Se parli di “rivoluzione estetica” del suono, banalmente mi sono trovato a registrare in una formazione che era quella in cui sono andato in giro a suonare in questo anno e mezzo, con la differenza che qui non avevo la mia importante spalla chitarristica affianco (Marco Lusetti, è il caso di citarlo, il cui nome d’arte potrebbe essere “dei-due-quello-bravo-a-suonare”) e quindi ho da solo sovrainciso le chitarre elettriche, secondo le mie possibilità. Se invece per “rivoluzione estetica” intendi nell’abbiglio, trucco e parrucco, principalmente direi che è dovuto al fatto che la mia sensibilità ha incamerato nuovi linguaggi culturali, per cui gli abiti di prima non erano più necessari né consoni. Usavo linguaggi e modi che ora mi sembrano più delle “pose” che una vera e propria attitudine di intendere la musica e la comunicazione.
Che significa per te spogliarsi di tutti gli orpelli di moda che in qualche modo “omologano” la misura dell’arte e dell’espressione?
Significa costringere l’altro ad andare oltre il preconcetto; oggi, dopo dieci anni di “hipsteria” e onda lunga di quella sottocultura lì, mi sembra che stia tornando una varietà di sottoculture che hanno linguaggi espressivi ben precisi. Vorrei sottrarmene, anche perché non sento di afferire a una musicale o artistica specifica. Mi sento più il prodotto culturale di una commistione, e se non stessi riuscendo a comunicare questo sarei fuori strada. Allora in ogni cosa che faccio cerco di mettere dentro le varie sfaccettature di quello che mi piace, lasciando l’ultima parola alla mia personale percezione.
Oggi per te la bellezza dunque cosa diventa e che significato acquista?
Qualcosa che indica la via della salvezza individuale e collettiva. Di questi tempi credo sarebbe indispensabile.
Si ragiona sulle zone di confort e di sicurezza… ma in fondo non è vero forse che è solo una questione mentale?
Certo; soltanto che ciò che sta dentro incide su come agiamo fuori, nel rapporto con l’altro. Così diventa fondamentale l’essere “città ideali” per chi ci sta di fronte, sapendosi sempre meravigliare senza mai fermarsi alle proprie certezze, come il pescatore de “Il vecchio e il mare”.
