Con un’apertura che si svolge durante un incontro di wrestling, Disclosure day ci porta immediatamente a conoscenza del Daniel Kellner interpretato da Josh O’Connor, che troviamo subito dopo braccato da una misteriosa organizzazione al cui comando abbiamo lo spietato Noah Scanlon dal volto di Colin Firth, in quanto in possesso di qualcosa che lui ha rubato loro e di informazioni che intendono assolutamente impedire vengano diffuse.

È attraverso questo incipit volto a portare senza perdere tempo nell’ambito del thriller fantascientifico che Steven Spielberg torna ad occuparsi di una vicenda a base di creature aliene, che tanta notorietà gli regalarono nel 1982 grazie a E.T. – L’extraterrestre e che tirò l’ultima volta in ballo ventisei anni dopo in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.

Vicenda che, mentre vede coinvolta anche Jane Blankenship alias Eve Hewson, ex suora ora fidanzata di Daniel e che è stata rapita dagli uomini di Noah, sviluppa parallelamente le vicissitudini della Margaret Fairchild incarnata da Emily Blunt, aspirante conduttrice televisiva e faccia nota delle previsioni meteorologiche che comincia a sfoggiare inspiegabili capacità linguistiche dopo essere stata avvicinata da un uccellino. Un cardinale rosso, per la precisione. La vediamo infatti prima parlare il russo, poi il coreano; man mano che la sua strada incrocia quella di Daniel e che entrambi trovano il supporto di Hugo, ovvero Colman Domingo, e di alcuni ribelli non più facenti parte dell’agenzia di Noah. Da qui, con Elizabeth Marvel nei panni di sorella Maura, risulta chiarissimo che l’intento di Discloure day sia quello di fornire in salsa fanta-cospirazionista l’eterno confronto tra la scienza e la fede ricordando che non bisogna aver paura di ciò che non si conosce. Quel ciò che non si conosce che, fin dal 1977 in cui il futuro autore di Jurassic park e Schindler’s list – La lista di Schindler diresse Incontri ravvicinati del terzo tipo, non è rappresentato altro, appunto, che da esseri provenienti da mondi lontani dal nostro. Esseri che, da allora, intendono riportare in metafora gli immigrati, tematica ancor più attuale oggi rispetto all’epoca in cui venne distribuita la pellicola con protagonisti Richard Dreyfuss e il Cary Guffey poi visto al fianco di Bud Spencer in Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre e Chissà perché… capitano tutte a me.

Tematica che Spielberg sfrutta al fine di lasciar emergere il senso di colpa che spesso affligge gli esseri umani in circostanze di questo tipo, rendendo però Disclosure day molto più banale e vecchio di quanto voglia risultare originale e moderno. E purtroppo non è soltanto questo aspetto a spingerci tranquillamente a pensare che ci troviamo dinanzi ad uno dei suoi lavori meno riusciti; in quanto, se da un lato oltre due ore e venti di visione risultano non poco eccessive per raccontare un soggetto in grado a malapena di coprire la durata di un cortometraggio, dall’altro lo script steso in coppia con il fido e sopravvalutato collaboratore David Koepp non conquista e presenta più di una reazione priva di senso nella costruzione dei personaggi. Aggiungiamo inoltre che gli effetti visivi lasciano stranamente alquanto a desiderare (soprattutto per quanto riguarda gli animali in CGI), che la lenta evoluzione narrativa non riesce mai a coinvolgere realmente lo spettatore e che, sebbene dopo un’ora circa di visione si cominci a fare sul serio per quanto riguarda il lato action, dopo decenni di Mission: impossible e Fast & furious neppure la tesa e spettacolare sequenza del passaggio a livello riesce nell’impresa di regalare qualcosa di nuovo ed emozionante.

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