Disponibile su RaiPlay Gli amori di Astrea e Céladon di Éric Rohmer

Disponibile su RaiPlay Gli amori di Astrea e Céladon (Les Amours d’Astrée et de Céladon), un film del 2007 diretto Éric Rohmer, ispirato a un’opera seicentesca della letteratura francese, il romanzo pastorale L’Astrea (L’Astrée), pubblicato da Honoré d’Urfé tra il 1607 e il 1627. Dopo La Marquise d’O, Il fuorilegge e L’Anglaise et le Duc, il film è il quarto adattamento storico di Eric Rohmer. Fu presentato in concorso alla 64ª Mostra del Cinema di Venezia. Con Andy Gillet, Stéphanie de Crayencour, Cécile Cassel, Véronique Reymond, Jocelyn Quivrin.

Trama
In una foresta incantata, Celadon e Astrea si amano di puro amore. Ingannata da un pretendente, Astrea lascia Celadon che per disperazione si getta nel fiume. Lei lo crede morto. Il ragazzo in realtà è stato salvato dalle ninfe, ma ha giurato di non farsi più vedere dalla sua amata.

Davanti al tronco di un grosso albero, Astrea legge una poesia di Celadon. Le sue parole, interrotte dai singhiozzi e dalle lacrime, sono fragili e fresche come le foglie luccicanti che la circondano. Non è un messaggio qualunque: è la rivelazione del vero amore del giovane nei confronti della fanciulla. Ma Celadon è ormai creduto morto dall’intera comunità e alla ragazza non resta che sprofondare nell’abisso del rimorso. Raccontata così sembrerebbe una scena ineluttabilmente tragica, trafitta da un dolore infinito, invece Éric Rohmer riesce a trovare l’equilibrio impossibile e la magia si compie: si rimane sospesi tra la commozione e il sorriso, perché la macchina da presa cattura l’unico raggio di umorismo e di ironia che investe il volto (e il tono vocale) di Astrea mentre è incollata a quella incisione.

Il meraviglioso cinema di Rohmer è racchiuso in questo sguardo fintamente neutrale, sottilmente provocatorio, straordinariamente rivoluzionario: un attimo miracoloso che permette al corpo e alla voce degli attori/personaggi di disperdere la naturale incongruenza dell’agire umano. Felice somma, quindi, di molte sue costanti (giochi del caso, menzogne obbligate della conversazione, fraintendimenti, incongruenze e paradossi dell’agire umano), l’ultima fatica dell’ottantasettenne maestro francese provoca, sorprendentemente, nuova luce. Un candore diffuso illumina fotogrammi tenui, ricchi di sfumature biancastre nascoste nel verde abbagliante della più profonda campagna transalpina. Il celebre “tocco” del regista produce, così, un lungometraggio di grande soavità e raffinata sensualità (gambe appena scoperte, labbra che sfiorano il collo, rumori sottili di vesti e lenzuola) che vive attraverso gesti, parole e sguardi “dipinti” quasi a mano.

Dalla traccia di un lunghissimo racconto del XVII secolo di Honoré d’Urfé, L’Astrée, ambientato nella Francia medievale, Rohmer ricava il consueto intreccio dei giochi di seduzione e dei piccoli drammi del corteggiamento che contraddistingue il suo originalissimo percorso.
Celadon e Astrea si amano, ma un innamorato respinto dalla fanciulla fa credere alla stessa di essere stata tradita dall’adorato pastorello. Così, Astrea allontana per sempre Celadon proibendogli di rivederla. Il giovane, disperato, si getta nel fiume, ma viene salvato da tre ninfe (bravissima Veronique Reymonde nei panni della vezzosa Galatea) che, sottoponendolo a dure prove, lo obbligheranno a travestirsi in abiti femminili per poter rivedere Astrea senza calpestare le sue condizioni. Sublime cinema, come sempre.

 

 

Luca Biscontini