Disponibile su RaiPlay La stanza del vescovo di Dino Risi, con Ugo Tognazzi

Disponibile su RaiPlay La stanza del vescovo, un film del 1977 diretto da Dino Risi tratto dal romanzo omonimo di Piero Chiara pubblicato nel 1976. È stato presentato fuori concorso al 30º Festival di Cannes del 1977, mentre la prima proiezione in sala è avvenuta sempre in Francia il 14 settembre dello stesso anno. Sceneggiato da Leo Benvenuti e Piero De Bernardi con la collaborazione di Piero Chiara e Dino Risi, con la fotografia di Franco Di Giacomo, il montaggio di Alberto Gallitti, le scenografie di Luigi Scaccianoce e le musiche di Glenn Miller, Mitchell Parish e Armando Trovajoli, La stanza del vescovo è interpretato da Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Lia Tanzi, Patrick Dewaere, Gabriella Giacobbe, Piero Mazzarella.

Trama
Un giovane rubacuori conosce in una villa sul Lago Maggiore il signor Temistocle Mario Orimbelli, la bisbetica moglie Cleofe e la bella cognata. Si innamora di quest’ultima, ma si ritira quando Temistocle, rimasto vedovo, la vuole sposare. Si scopre poi che la vedovanza di Temistocle non é casuale ma voluta: è lui infatti che si é liberato della moglie, annegandola.

Girato a metà degli anni ’70 da Dino Risi con la collaborazione di Piero Chiara per la stesura della sceneggiatura, con alcune invenzioni che si discostano dalla pagina del romanzo, La stanza del vescovo offre una grande prestazione di Ugo Tognazzi, che può destreggiarsi con maestria in un ruolo ambiguo, dando sfogo alla sua passione per le donne e a quella per il cibo. Anche Ornella Muti riesce a dare spessore al personaggio della cognata Matilde, al centro di un menage a trois. A completare il cast l’attore francese, prematuramente scomparso, Patrick Dewaere, che interpreta Marco Maffei, incarnando con verosimiglianza un libertino nell’Italia conformista del dopoguerra.

La stanza del vescovo, un reliquiario dall’aspetto lussurioso, è l’immagine della falsità che grida, della morte (della morale) che si tinge dei colori sgargianti della vita, della gioia e della leggerezza che fanno da rivestimento a un abisso interiore: lo stesso che cova sotto l’innocente bellezza di Matilde, dietro i suoi occhi cerulei e le sue guance rosate. Questo film parla di segreti annosi che, sia pur dimenticati, finiscono per fiorire e cambiare il volto alla realtà, come la vegetazione che prolifera, col tempo, sulla parte sommersa di una barca. Il film è piuttosto critico verso l’ipocrita borghesia italiana della fine degli anni ’40: evitato di combattere, ritrattato il fascismo, i protagonisti si lasciano andare a uno sfrenato edonismo privo di scrupoli morali.

Ambientazioni splendide e poco fotografate dal cinema (gli scenari del lago Maggiore), unite a un racconto sicuramente originale fanno di questa pellicola un piccolo gioiello del cinema italiano di quegli anni, che riscosse un buon successo di pubblico e il plauso dei David di Donatello, conquistando il premio per la miglior sceneggiatura nel 1977. Il libro, come il film e gran parte della produzione letteraria di Piero Chiara, è frutto dell’esperienze autobiografiche dello scrittore luinese, che ebbe in gioventù una vita movimentata a cavallo tra Italia e Svizzera, dove visse esperienze in campi di lavoro per espatriati e rifugiati.

 

 

Luca Biscontini