Disponibile su RaiPlay Persona di Ingmar Bergman, con Liv Ullmann e Bibi Andersson

Disponibile su RaiPlay Persona, un film del 1966 diretto da Ingmar Bergman. Si tratta dell’opera stilisticamente più sperimentale del regista svedese, nella quale l’assoluta essenzialità espressiva, resa dall’abituale, straordinario bianco e nero di Sven Nykvist e dall’uso programmatico del primo piano, è arricchita da sequenze surreali, a rappresentare l’inconscio, e da immagini metacinematografiche (la pellicola che brucia e si accartoccia su se stessa). Il titolo deriva dalla locuzione latina Dramatis persona, il termine per definire la maschera indossata dall’attore (e quindi il personaggio) nel teatro latino. Si tratta di un chiaro riferimento alla professione della protagonista del film. Ma l’etimologia potrebbe rivelare altro: in latino persona è formato dalla preposizione per, che indica eccesso, e sona che deriva a sua volta da sonare “suonare”. Dunque, la parola indicava la funzione principale della maschera nel teatro, e cioè quella di amplificare il suono della voce degli attori, così da farla arrivare al pubblico. Tradotto nel cinema bergmaniano il concetto significherebbe un’amplificazione del conflitto interiore di Elizabeth e Alma, tanto da esternarlo, nella pellicola, col gioco di luci e ombre, con la mimica facciale di Liv Ulmann e Bibi Andersson.

Trama
Elisabeth Vogel, nota attrice, un giorno incomincia a rifiutarsi di parlare, chiudendosi in un ostinato mutismo. Le viene affiancata un’infermiera che incomincia a raccontarle la sua vita privata. Le confessioni della donna si fanno via via più intime. Ma l’attrice in una lettera svela i segreti dell’infermiera. Uno dei tanti, splendidi ritratti sull’orlo di una crisi di nervi di due donne e delle loro nevrosi.

«Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia.»

Sin dalla sua uscita il film fu recepito come altamente sperimentale nelle tecniche cinematografiche che Bergman utilizzò per trasmettere il senso di incomunicabilità tipico della sua poetica. A questo proposito si è espresso Tullio Kezich, sottolineando che “Persona è svolto come un teorema scientifico che a un certo punto si trasforma nell’operazione senza anestesia svolta in pubblico da un grande chirurgo“. Effettivamente è riscontrabile nell’analisi della cinematografia di Bergman quanto Persona rappresenti un’altra nuova soluzione al problema della rappresentazione dei drammi interiori umani e sociali, nel caso specifico una soluzione asettica, fredda, talvolta allucinata e comunque inedita all’interno del panorama artistico del cineasta svedese. Sempre secondo Kezich, Bergman riduce all’osso le scenografie e gli artifici per indirizzare lo spettatore verso i personaggi, come “un diabolico dominatore”. Proprio in questo aspetto trova adempimento l’intenzione sperimentalistica della pellicola, oscillando tra la nevrosi attiva e passiva dell’afasia e le soluzioni registiche brutalmente subliminali.

L’opera di Bergman fu recensita anche da Alberto Moravia, che ne esaltò la profondità interpretativa su vari livelli individuando quattro chiavi di lettura: quella psicologico-realistica riguarda la storia di un amore omosessuale non corrisposto tra una personalità debole (che ama) e una personalità forte (che non ama); il piano ideologico-simbolico, ideato secondo un’ottica specificatamente moraviana, si presta alla rappresentazione di una civiltà occidentale alienata che, a seconda dell’individuo preso in considerazione, recita una parte insensata oppure tace; nella chiave di lettura filosofica Moravia si ispira a Kierkegaard per quanto riguarda il discorso sul senso di colpa, sull’angoscia e sulla disperazione; infine, da un punto di vista sociologico, Bergman, regista di estrazione borghese, analizza impietosamente le conseguenze delle caste e delle classi sociali, senza peraltro ricercarne le cause.

Moravia non mancò comunque di criticare il film per alcuni aspetti. Secondo lo scrittore, l’accentuata freddezza documentaristica del film deriva dal fatto che tutte le chiavi di lettura coesistano tra loro in maniera chiara e distinta: in tal modo la poesia dai molteplici risvolti che Bergman cerca di trasmettere perde di istintività e ambiguità per divenire pura applicazione di maniera. Proprio da questa osservazione nasce la sua idea che il film dia i suoi maggiori risultati nelle rare sequenze non parlate, nelle quali Bergman sembra restituire un significato misterioso e profondo al dramma interiore dei personaggi.

 

 

Luca Biscontini