Domino: quando la new Hollywood diventa old

Il ricordo è pericoloso, perché si sa, è sempre un po’ più rosa. Funziona anche sul cinema? Prendiamo in esame la new Hollywood, quella più estrema e dell’ultima onda, ovvero quei (ex) ragazzacci che, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, sembrava dovessero prendere e vincere tutto, stravolgendo le regole della grammatica cinematografica fino ad allora conosciute: Steven Spielberg, in testa all’epoca come ora, poi Martin Scorsese, George Lucas, Francis Ford Coppola, John Carpenter, Brian De Palma.

Sicuramente dimentichiamo altri, ma l’elenco sarebbe lungo, perciò limitiamoci alle stelle più luminose. Se Spielberg macina successi di pubblico e critica ieri e oggi, upgradandosi continuamente senza soluzione di continuità, dove sono finiti tutti gli altri? Cosa hanno continuato a dare, al cinema? Cosa hanno continuato a contribuire a creare?

Se ci si fa un esame di coscienza lucido, eliminando debiti emotivi e non contando su quanto possano essere (stati) grandi, vediamo che Coppola preferisce fare il vino (e pensando a Un’altra giovinezza, rientrante tra le sue ultime fatiche, tiriamo un sospiro di sollievo), Lucas ce la mette tutta per rovinare il suo brand, Carpenter preferisce strimpellare qua e là (l’ultimo film risale al 2010, ma era The ward, mentre il suo ultimo bel film, Fantasmi da Marte, al 2001), Scorsese si abbarbica a DiCaprio per paura di cadere (chi ha detto Silence?).

E arriviamo a noi, o meglio a Brian De Palma. Ci arriviamo anticipando le fortune alterne di registi che hanno avuto il coraggio e l’intelligenza di rompere gli schemi, che sono stati grandi(ssimi) quando si trattava di raccontare qualcosa di nuovo, distruggere tutto e, quindi, ricostruire in un panorama completamente sgombro, autoelevati su un’intelaiatura produttiva capace di reggere quel tipo di cinema e quei tipi di cavalcate.

Insomma, qualcosa che sapeva di irripetibile, che era enorme proprio in quel momento lì, e che non avrebbe potuto durare diversamente di quanto è durato. Sicuramente, qualcosa che richiede un’attenzione critica che manca oggi, ma che viene ridestata dalla visione di Domino, il nuovo film di un regista che non solo ha rigenerato il cinema, ma gli ha dato anche, forse primo sicuro tra i primi, un impianto postmoderno e teor(et)ico con quella sua idea del re-inquadramento dell’immagine, quel gusto per la provocazione visiva che nascondeva un amore e una conoscenza smisurata non tanto del mezzo, quanto della storia del cinema. E allora la sapeva e poteva riassumere in un’inquadratura, con meta-costruzioni magnifiche e magniloquenti.

Cosa resta di tutto questo in Domino, interpretato da Nikolaj Coster-Waldau, Carice van Houten e Guy Pearce? Basterebbero, come risposta, le parole dello stesso regista all’uscita del film, che lo ha disconosciuto: un film stretto tra i rigori di una produzione europea – danese, per la precisione – con la quale De Palma ha avuto rapporti pessimi, con una sceneggiatura su cui il regista non ha messo mano, con attori che si trovano sul set solo perché erano appena usciti da un altro ben più noto e grande.

E allora non basta qualche lento zoom, qualche pianosequenza striminzito e senza motivo, non basta un montaggio alternato. Insomma, non bastano le zampate di un vecchio leone, forse stanco, spalmate qua e là su un action della peggior risma, che poco o niente ha a che vedere non solo con film enormi come Femme fatale (che si cita non a caso, in quanto anche quello prodotto su commissione, ma con una classe da capogiro) o Vestito per uccidere, che niente spartisce con il genere perché non lo reinventa ma lo insegue fiaccamente (come invece non facevano Il fantasma Del palcoscenico o Scarface). Ma anche che poco ha a che vedere con un progetto piccolo piccolo ma fortemente autoriale come Passion, l’ultimo di De Palma prima di Domino. E allora rassegniamoci: una volta terminato il momento, l’ispirazione è diventata metodo, adesso è sedimentata in norma. Da trasgredire.

 

 

GianLorenzo Franzì