Dopo il matrimonio: un remake che spinge gli spettatori a tirar fuori il fazzoletto

Remake dell’omonimo film diretto nel 2006 dall’energica regista danese Susanne Bier, ispirata dal decalogo Dogma 95 prima di scegliere un percorso espressivo meno intransigente, Dopo il matrimonio evidenzia l’inclinazione del collega americano Bart Freundlich ad anteporre il cuore al cervello affidando alla talentuosa moglie Julianne Moore il ruolo della manager Theresa. Decisa ad aiutare i bimbi poveri dell’India prima di abbandonare questa valle di lacrime.

Bisognerebbe essere insensibili per restare indifferenti quando la donna in carriera, svigorita dalla lucidità d’intenti esposta ai limiti dello stoicismo, si abbandona alla disperazione tra le braccia del marito impersonato da Billy Crudup, l’ex ragazzaccio a caccia di vendetta in Sleepers.

I punti interrogativi rimasti in sospeso sull’aldilà che William Shakesperare nell’Amleto definì “la terra inesplorata da cui nessun viaggiatore ritorna”, esponendo così le incertezze dell’inquieto principe di Danimarca, colgono nel segno.

Il confronto, sul piano della geografia emozionale, tra la miseria di Calcutta, ripresa da alcuni reboanti movimenti di macchina a planare, dall’alto verso il basso, e gli ambienti esclusivi della Grande Mela, sulla quale sembra volgere lo sguardo l’Onnipotente, risulta però generico ed esornativo.

L’occhio del Padreterno, che in Dogville di Lars von Trier, artefice dell’austero ed estroso Dogma 95, spogliava le abitazioni, mettendole a nudo con le tracce di gesso volte a delimitarne il perimetro, diviene perciò una mera facciata.

L’egemonia dei sentimenti sulla materia grigia aggiunge fronzoli, per poi costruire pleonastici castelli di carta, anziché ridurre all’osso le cose ridondanti ed ergo vane al fine di tirar fuori, al posto del fazzoletto, la sostanza. Ravvisabile nello spirito preferito alla materia.

Il tonico confronto dell’immagine con l’immaginazione lascia quindi spazio ai rimandi citazionistici intenti a supportare le interpolazioni indirizzate al pubblico dai gusti semplici.

Sin dalla festa nuziale della figlia dell’affettuoso coniuge, che Theresa ha cresciuto con inesauribile amore come fosse sua, i richiami a Il padrino di Francis Ford Coppola, Il cacciatore di Michael Cimino e, naturalmente, Un matrimonio di Robert Altman appaiono evidentissimi. Susanne Bier seppe tuttavia elaborare motu proprio l’acume attinto agli stessi maestri d’oltreoceano anche senza riuscire ad appaiare accortezze stilistiche ed empiti disturbanti sull’esempio dell’abilissimo conterraneo Thomas Vinterberg in Festen; Freundlich, al contrario, rivela un approccio piuttosto superficiale.

Il modello predominante resta senz’alcun dubbio Voglia di tenerezza. Dopo il matrimonio, col passaggio programmatico dalla miseria alla ricchezza e la madre naturale della sposa chiamata in causa, scomoda altresì, quantunque molto più in filigrana, Tutti i nostri desideri di Philippe Lioret.

Marie Gillain, che nei panni di Claire, afflitta da un male incurabile, esorta la donna destinata a succederle a mantener vivo l’aroma dello charme femminile, tocca il cuore tanto quanto Julianne Moore. Bravissima a metterci del suo grazie alla forza significante di un gioco fisionomico capace di fare le cose sul serio. Sin troppo.

Gli stilemi del cancer-movie si vanno in tal modo ad amalgamare ad accorgimenti narrativi di per sé interessanti, ma sviluppati ben poco. Tipo la convivenza, sia pure cementata dall’intesa sincera, tra un’imprenditrice di successo e uno scultore avvezzo ad azionare l’indispensabile processo creativo nelle mura domestiche. Dove il mix d’interiorità ed esteriorità presenta diverse stonature.

Il timbro sbrigativo coinvolge la predica sulle apparenze. Con la capitalista che spiazza, costringendola al pentimento, la filantropa convinta di scontare le colpe commesse in gioventù.

Dopo matrimonio, al di là degli appelli pietistici scambiati per cortocircuiti poetici, palesa soprattutto l’assenza del punto di grazia raggiunto dietro la macchina da presa da James L. Brooks nel già citato Voglia di tenerezza nella scena di maggior commozione.

L’intensità umanitaria delle opere mainstream e la marcia in avanti di quelle d’avanguardia cedono, dunque, il passo agli escamotage d’una mera retroguardia. Languida ed elegiaca. Che prosciuga le risorse dello sperimentalismo alieno all’enfasi stucchevole, rincara la dose degli impliciti ricatti morali, spettacolarizza il dolore e indirizza le storie di vita quotidiana nell’humus dei massimi sistemi. Privi di un mimino d’autonomo criterio. Secondo la legge di Felson, “rubare idee da una persona è plagio, rubarle da molte è ricerca”. Sarà. In Dopo il matrimonio di ricercatezza, intesa nell’accezione migliore, non ve n’è, comunque, ombra.

 

 

Massimiliano Serriello