Immaginare Downton Abbey senza Lady Violet (la magnifica e compianta Maggie Smith, la cui aura aleggia per tutta la durata del film, dedicato alla sua memoria) è quantomeno surreale; ma il tempo passa e il mondo cambia, e, oltre ad essere l’ultimo capitolo di una saga che ha attraversato gli anni, Downton Abbey – Il gran finale simboleggia la fine di un’era.
Malinconico come tutte le cose che giungono alla fine, il secondo film diretto da Simon Curtis (ma il terzo della saga) non è tuttavia privo di ironia e buffe trovate; per un addio agrodolce della famiglia Crawley, che chiude il cerchio di tutte le storie accadute tra le storiche mura di Downton, donando un lieto fine che non deluderà gli estimatori della serie.

La prima cosa notabile e notevole di Downton Abbey- il gran finale è la fotografia, a partire dalla carrellata inziale su Londra, con luci e colori che rendono la città un affascinante quadro in movimento, distante anni luce dagli splendidi panorami bucolici della dimora abituale dei Crawley, dipinti invece con i pastelli delicati del verde e del marrone. Dagli esterni agli interni, la visione d’insieme e la cura dei particolari vanno di pari passo per raccontare la storia del tempo che scorre e i cambiamenti inevitabili nella vita dell’aristocratica famiglia. Dalla fotografia ai costumi, per non tacer della colonna sonora, tutto contribuisce a rendere l’atmosfera di un’epoca che si allontana progressivamente dalla tradizione e va verso il futuro, ponendo l’accento sulla dote principale della famiglia Crawley: la sua capacità camaleontica di adattarsi ai tempi che mutano. “Tutto deve cambiare affinché nulla cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa ne Il gattopardo; e questo gran finale di Downton Abbey è – a suo modo – rivoluzionario.

Il divorzio di Lady Mary (Michelle Dockery), inaccettabile nell’alta società inglese, sarà il principale nodo da sciogliere, mentre l’incapacità di Harold (Paul Giamatti), fratello di Lady Cora (una sempre splendida Elizabeh McGovern), di gestire il patrimonio familiare, metterà a rischio finanche la storica dimora di Downton. Parte integrante della famiglia sono ormai i domestici, e anche qui si respira aria di cambiamenti: Molesley (Kevin Doyle) ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla sceneggiatura, Carson (Jim Carter) e la cuoca, signora Patmore (Lesley Nicol), sono a un passo dalla pensione, Bates (Brendan Coyle) e Anna (Joanne Froggatt) sono in attesa di un bimbo e temono che l’inevitabile passaggio di testimone alla guida di Downton li possa separare, essendo lui il valletto di Sir Robert (Hugh Bonneville) e lei di Lady Mary.

Mentre il ritorno di Barrow (Robert James-Collier), che nel frattempo aveva lasciato Downton per seguire l’attore Guy Dexter (Dominic West), segnerà un altro passaggio epocale: dalle stanze dei domestici al salotto buono, impensabile anni prima, così come la tacita accettazione della sua omosessualità. Se il cinema e l’arte sono entrati in pompa magna a Downton nella seconda pellicola della saga Downton Abbey II- Una nuova era, ora rappresentano una realtà acquisita: dalla nuova carriera di Molesley alla visita – fondamentale per ridare lustro alla paria Lady Mary – della star Guy Dexter e del commediografo Noël Coward (Arty Froushan); sotto gli occhi acuti del ritratto di Lady Violet, la società apre le porte alla modernità, rimanendo salda nella propria tradizione. E, con Lady Mary finalmente alla guida di Downton, ci sembra ovvio concludere attraverso il tipico augurio inglese espresso da Anna: lunga vita a Downton!
