Divenuto regista di culto all’inizio degli anni Novanta, in virtù dell’inusitata maestria di riuscire ad amalgamare nei suoi film iconici, Nikita e Léon, la capacità di presa immediata del cinema commerciale insieme all’aura contemplativa di quello d’autore, il parigino doc Luc Besson, trenta primavere dopo, è ancora sulla breccia. Riportando sul grande schermo con Dracula – L’amore perduto l’iconica figura del nobile vampiro immortale frutto dell’aguzzo carattere d’ingegno creativo dello scrittore irlandese Bram Stoker.

L’osannato Besson, nel seguire le orme tanto del genio letterario esperto dei romanzi gotici quanto dall’estro di alcuni tra i più prestigiosi alfieri della fabbrica dei sogni (da Tod Browning a Francis Ford Coppola) intenti svelando la personificazione degli incubi a occhi aperti ad arricchire l’immaginario connesso al personaggio ispirato a Vlad III di Valacchia, per distinguere lo charme seducente ed ermetico dell’aristocratico belligerante col dente avvelenato dai raccapriccianti predoni dall’aspetto animalesco, ci tiene a metterci del suo. Ed eludere in tal modo l’impasse dei nani sulle spalle dei giganti.

Il conflitto tra razionalità ed emotività, alla base di Nikita e Léon, sembra dunque la chiave giusta per sigillare la propria indiscutibile impronta in un percorso narrativo ed espressivo ampiamente battuto, se non sfruttato, in lungo e in largo. L’incipit, col sibilo del vento, l’interazione tra interni carezzevoli ed esterni spaventevoli, il piacere sessuale della coppia avvinghiata nella medesima camicia da notte sulla scorta della trascinante complicità, mette subito le carte in tavola trasportando gli spettatori nel clima d’intesa profonda destinato a pagare dazio alla priorità dovuta all’armigera resistenza valacca contro gli ottomani. L’effigie della terra bruciata dal principe sottratto obtorto collo dai devoti scudieri dal piglio implacabile al risvolto ludico dell’avvolgente passione, per incutere terrore ai nemici colpevoli d’invadere l’innevato suolo patrio, risulta suggestiva nonché fedele agli scaltriti ed efferati stratagemmi descritti sui libri di storia in merito alla ferma decisione di logorare l’esercito dello Stato islamico ligio alla confessione monoteistica abramitica. Ma non aggiunge nulla di particolarmente significativo all’avvicendarsi di disperazione ed estrema concentrazione congiunte in molteplici war movie ambientati nel passato allo spettro della crudele morte correlata, oltreché alle lance avverse, pure all’impietoso congelamento. La dipartita dell’adorata Elisabetta, le trappole da caccia nascoste nel funesto perimetro, il disperato tentativo di salvarla, la rabbia omicida scatenata ai danni della massima autorità religiosa, la sfida al Padreterno rientrano negli ordinari binari degli affreschi sensazionalistici. Avvezzi alla tentazione, spesso infeconda, dell’iperbole. Preferita all’antiretorica cara ai guru del lavoro di sottrazione per veicolare nell’incrociarsi degli sguardi carichi di sgomento e risentimento il senso d’impotenza dinanzi all’attanagliante silenzio dell’Onnipotente.

Nemmeno il passaggio dal sudore freddo patito dalle truppe guidate dal futuro conte Dracula, derivato dall’appartenenza all’ordine cavalleresco del Drago, al fuoco interiore che nella Parigi del XIX secolo avvinghia la vampira Maria conquistata dal fascino mefistofelico del guru blasfemo ed esorcizzata invece invano dal caparbio prete, impersonato con la consueta verve dal talentuoso Christoph Waltz, devia dalla convenzione dei segni d’ammicco ravvisabili nella ridondante colonna sonora. Giustapposta in maniera piuttosto programmatica alla taciturnità dell’Eterno. Alcune gag d’alleggerimento, infiocchettate per alternare una messinscena brillante al lugubre dramma della psicopatologia concernente l’eccitazione di Maria associata dalla prova troppo sopra le righe dell’euforica Matilda De Angelis al bisogno compulsivo d’ingerire il sangue dello spaurito assistente medico del luminare chiamato a diagnosticarne la condizione, riescono comunque a scongiurare l’incognita dell’inidonea egemonia dello stucchevole sensibilismo sulla componente orrorifica ereditata dalla tradizione a braccetto con il terrore/attrazione dell’arcano da svelare in dirittura d’arrivo. Dal punto di vista tecnico Dracula – L’amore proibito appare dapprincipio impeccabile. Nonostante a ben guardare nella ricostruzione del castello dello scaltro e malinconico vampiro, garantita dallo zelo scenografico, dal make-up e dall’abilità di scrivere con la luce dell’alacre fotografia, riverberando nella roccaforte di Bran in Transilavania il mix d’ingannevole bagliore ed empia oscurità dei thriller imperniati sulla passione irriducibile, serpeggia l’impressione che il dispiegamento corale conferisca all’impianto diegetico allestito da Besson un prestigio immeritato. La conferma giunge puntualmente dal prosieguo degli eventi.

Il conte Dracula, interpretato dall’ambizioso ed eccentrico attore statunitense Caleb Landry Jones, protagonista dell’interessante shocker Dogman dello stesso Besson, con un gigionismo che traligna nel ridicolo involontario, sfodera quindi un decoro fuori luogo. La scoperta dell’anelata anima gemella celata nelle spoglie dell’introversa fidanzata d’un avvocato ficcanaso contribuisce tuttavia ad alzare di nuovo l’asticella. La logora configurazione del Male e della conseguente Minaccia molla così la ribalta al toccante ritorno di fiamma. Impreziosito dalla sobria performance, nondimeno colma d’intimo ed elegiaco trasporto, di Zoë Bleu. Lo spettacolo secondario della recitazione, che rimuove l’inibizione della dama transalpina Mina nella reminiscenza dell’incantata Elisabetta di Valacchia, non basta però a nascondere l’involuzione patita dietro la macchina da presa da Besson. A dispetto del frequente ricorso persino in zona Cesarini all’impasto di virtuosismo formale ed emblematico contenutismo dei match-cut visivi e dei carrelli circolari, per accrescere l’adesione alla visione del pubblico dal gusto avvertito tramite le associazioni simboliche frammiste all’enfatica altalena degli stati d’animo, Dracula – L’amore perduto chiude i battenti mostrando la corda. La palingenesi individuale, l’ingerenza collettiva, rappresentata dal mondo dei servizi segreti, l’inibizione rimossa, la nevrosi irrisolta, la chimera dell’attaccamento devoto, eletto ad antidoto all’orribile cupio dissolvi, in Nikita e Léon, sono ormai vuoti simulacri. Restano solo ed esclusivamente le polveri bagnate dell’ennesimo colosso coi piedi d’argilla che costeggia alla bell’e meglio l’arcinoto deposito d’inquietudini combinate allo scontro tra l’ordine naturale delle cose e il soprannaturale. Trascinando i sussulti dei cuori palpitanti, convertiti in uno unico dalla dinamica confidenziale dei ritratti di particolare pregio immaginativo, nella svenevolezza delle soap opere di terz’ordine. Aliene, sia in prassi ché in spirito, all’acume di contemplare ed esplorare l’amore nel totalizzante congiungimento carnale alla stregua dell’orrore successivo. Inasprito dall’ineluttabile distacco dell’anima gemella dal corpo del profilo di Venere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner