La cifra stilistica ed espressiva dell’arguto regista messicano Michel Franco, sia coi film ambientati in Patria, da Nuevo Orden a Sundown, sia con quelli girati negli USA, da Chronic a Memory, riesce sempre ad amalgamare la descrizione ossessiva, se non disturbante, degli emblematici modi di controbattere, diametralmente opposti tra loro, all’impasse dell’alienazione, che pregiudica le risorse della comunicazione analizzandone i trapassi di tono per mezzo dei fertili silenzi, all’arco psicologico combinato all’avvicendarsi, in una direzione o nell’altra, d’incontri e scontri sul terreno ora del sentimento d’empatica condivisione ora d’insanabili ragioni di contrasto.
Adesso è il turno di Dreams. L’apologo sull’eterno pluralismo dei punti di vista e sulle classi sociali agli antipodi che rinnova l’applaudito binomio stabilito con la talentuosa ed esperta attrice statunitense Jessica Chastain in Memory conformemente allo spettacolo secondario, seppur efficace e suggestivo, della recitazione.

Nell’ambito invece dello spettacolo principale costituito dietro l’alacre macchina da presa dall’opportuna scrittura per immagini in relazione alla virtù di assumere una funzione creativa, esplorando la convergenza delle polarità tematiche ed evocative chiamate in causa (giochi di potere/ affinità elettive, qualificazione umana/deprezzamento spocchioso, legge dell’attrazione/molla del rigetto), a tenere ben salde le redini della narrazione spiazzante, ed ergo scevra dalla prevedibilità delle mere soap opera, provvede soprattutto la sagace composizione delle inquadrature a braccetto con l’allusiva dinamica cromatica connessa all’altalena degli stati d’animo. Riscontrabile nel passaggio dalla lotta alla disuguaglianza all’efferatezza in Nuevo Orden. Nell’elaborazione del lutto frammista alla cinica egemonia della materia sullo spirito in Sundown. Nell’efficiente assistenza domestica ai malati terminali accoppiata all’inefficienza della personalità svilita dall’ansia costante per i demoni privati in Chronic. Nel fardello dei traumatici ricordi, veicolati nelle relazioni disfunzionali dal profilo di Venere, coi nervi tirati allo spasimo, e rimossi dall’ex bellimbusto dalla mente annebbiata, che cedono la ribalta alla profonda condivisione dell’amore in Memory . Sancita dalla toccante adesione delle parole del celebre brano musicale A whiter shade of pale, in merito tanto al volto dapprincipio spettrale di lei quanto alle carte rimescolate nella testa confusa di lui, con l’intima progressione che presiede alla fusione di due emarginazioni. In Dreams la scelta dei centellinati ma pregnanti piani ravvicinati e degli allusivi ed ermetici tagli di luce coglie subito nel segno. Con l’ennesimo camion che trasporta emigrati clandestini nel confine col cosiddetto paese delle opportunità.

L’interazione dicotomica tra la sequenza notturna dell’incipit, i contrasti chiaroscurali all’interno del veicolo in procinto di aprire il sipario, l’autostop, l’arrivo a San Francisco e la luminosa ed elegante abitazione dove il ballerino spiantato Fernando Rodríguez, proveniente da Città del Messico, entra aprendo con le chiavi lasciategli nel classico tappetino dall’avvenente proprietaria, Jennifer McCarthy, rischia però di pagar dazio a una scansione troppo speculare degli eventi per ricavare linfa dalla mirabile performance di Jessica Chastain e dalle modulazioni introspettive d’ambedue i personaggi nell’ambito della forza significante dell’epidermica mutevolezza. A scongiurare l’incognita interviene l’inusitata immersione nell’algido rango, con la fondazione dell’anziano padre affarista che avvicina al mondo della danza gli esponenti delle aeree straniere disagiate ma al contempo pone il veto ad accostamenti ritenuti fuori luogo, che trascina Jennifer in un attanagliante senso d’inadeguatezza quando Fernando rinuncia ai piaceri dell’alcova nella gabbia dorata dell’appartamento di gran lusso per realizzare la carriera di ballerino nell’università della strada attigua al teatro finanziato dai fittizi filantropi. Il pur abile governo degli spazi riflessivi, al chiuso e all’aperto, nella stanza dei bottoni e in camera da letto, sui marciapiedi e sugli edifici panoramici con la Baia sugli scudi in cui affiora la moralità economica dell’autocrate linea dinastica, rientra nell’ordinaria amministrazione della geografia emozionale applicata al cinema che non aggiunge nulla di nuovo ai vincoli di sangue e di suolo congiunti al riverbero ambientale. Ad alzare l’asticella sono le pieghe inaspettate del racconto, l’emergenza di sintonizzare gli spettatori alieni all’ingenuo processo d’immedesimazione sulla lunghezza d’onda degli esuli trattati alla stregua dei delinquenti, gli elementi di disgregazione dell’intesa di coppia, la nudità dei corpi collegata alla falsità della maschera gettata in zona Cesarini.

Confondendo l’empia manipolazione e l’inane possessione con l’intarsio di fulgida affezione ed entusiastico trasporto delle anime schiette. L’approccio rigoroso ed essenziale, che per chiudere il cerchio nell’impersonale ricorso all’ossessivo clima dello smacco orrorifico rischia di regredire i sogni del titolo, concernenti le piroette sul palcoscenico e la capacità di comprendere le reciproche prospettive al riparo da qualsiasi messa in scena, in scontati incubi a occhi aperti, acquista la destrezza al contrario di ridurre all’osso l’effigie mefistofelica legata all’affermazione della presunta superiorità stabilita dal vil denaro. Il rifiuto alla prova del nove d’ogni ghirigoro, relativo allo stucchevole sensibilismo ribaltabile sennò in un vetusto angelo sterminatore, ai limiti del ridicolo involontario, e all’accidia degli spunti attinti ad appaganti numi tutelari come Luis Buñuel e Robert Bresson, testimonia la fragranza dell’ispirazione di Michel Franco nello scandagliare gli esami comportamentistici in rapporto alla caducità della speranza. Cementata dal cambio di rotta. L’unhappy end apparirà monco, per via dell’ineluttabile imperturbabilità dei timbri antropologici ed esplorativi venuti a galla nel disarorno epilogo insieme alle corde sottese dell’attaccamento rinnegato, che scattano in modo analogo agli sfoghi vulcanici, alle platee attratte dalle impennate del cupio dissolvi. Inclini a scalzare l’arcinoto amor vitae. Viceversa nell’accorta depurazione dall’enfasi di maniera, garantita pure dalla spontaneità di tratto del persuasivo Isaac Hernández nel ruolo dell’indispettito Fernando giustapposto alla prova maiuscola di Jessica Chastain nell’esibire l’impassibilità dell’inversione di tendenza votata alla ritorsione in seguito alla reazione scomposta dell’indocile funambolo relegato a toy boy, Dreams sciorina una conquista poetica degna d’encomio. Irradiando nel buio della sala la facciata degli ingannevoli contegni, l’incandescenza insita nella discriminazione, l’inutile replica stizzita all’improntitudine della selezione. Sino ad arrivare al piatto servito freddo dalla vendetta covata sulla scorta dell’imperterrita disillusione.
