Eì disponibile in radio e su tutte le piattaforme digitali “DUCI AMURI MEU”, il nuovo brano della cantautrice CECILIA LAROSA (scritto dalla stessa Larosa insieme alla poetessa calabrese Ilda Tripodi, con musica di Cecilia Larosa e Piero Cassano, che ha curato anche la produzione artistica.

Il brano nasce dall’incontro tra musica e poesia ed è ispirato al mito di Orfeo ed Euridice, reinterpretato come metafora di un amore che oscilla tra desiderio e distanza, dolcezza e condanna.

Con “Duci amuri meu”, la cantautrice torna alle sue radici linguistiche e culturali: italiano e calabrese si intrecciano in una ballata intensa, sospesa tra mito e memoria. La voce della cantautrice attraversa immagini potenti — Euridice che implora di essere guardata, mentre invita Orfeo a non voltarsi, un profumo che resta sulla pelle, un’ultima carezza — evocando un sentimento viscerale, primordiale.

Cecilia, come è nata l’idea di reinterpretare il mito di Orfeo ed Euridice nel tuo brano Duci amuri meu? Puoi parlarci del processo creativo che hai seguito insieme a Ilda Tripodi e Piero Cassano?

Desideravo scrivere un brano che parlasse di me e delle mie radici, una canzone da dedicare alla mia terra. La prima bozza nacque circa tre anni fa; ricordo che, appena la proposi in studio al mio produttore Piero Cassano, piacque subito, soprattutto l’idea di usare il dialetto calabrese in chiave pop. La struttura musicale era già intensa, e il ritornello in dialetto venne d’istinto fin dal primo provino.

Quest’anno, a maggio, ho conosciuto la poetessa Ilda Tripodi e tra noi si è creata subito una grande affinità. Le ho mostrato tutti gli appunti che avevo scritto e la prima bozza di testo, con le immagini, le frasi raccolte nel tempo. A lei piacque moltissimo tutta l’idea, compresa quella di muoverci verso la mitologia greca e, nello specifico, il riferimento a Euridice. Da lì, insieme, abbiamo ricucito e completato il brano, parola per parola, fino alla versione attuale.

Il mito di Orfeo ed Euridice è sia un omaggio alle radici della mia Calabria, terra di Magna Grecia, sia un riferimento molto personale: è un racconto che mi accompagna dall’infanzia. Ho sentito il bisogno di dare voce a Euridice, di far emergere il suo grido d’amore dall’ombra in cui è sempre stata relegata. In un certo senso, è come se fosse stata lei a dare voce a me.

Nel tuo brano, descrivi un amore che oscilla tra dolcezza e condanna. In che modo questi contrasti si riflettono nella tua esperienza personale e musicale?

Sono un’eterna romantica e questo si riflette inevitabilmente in ciò che scrivo. Credo che l’amore sia il sentimento capace di far emergere la parte più autentica di noi, e per questo parto quasi sempre da lì. Volevo raccontare un amore profondo, che supera tempo e spazio, come quello tra Orfeo ed Euridice: un legame che attraversa perfino la morte e che, nella sua dolcezza e nel suo dolore, diventa una forza creativa.

3. Hai menzionato l’importanza delle tue radici calabresi nella tua musica. Puoi raccontarci come il tuo legame con la Calabria e la sua storia abbia influenzato Duci amuri meu?

Ho scelto il dialetto perché è una lingua spesso messa da parte, perché per tanto tempo è stata considerata non colta, mentre in realtà affonda le sue radici nella cultura greco-bizantina e nel latino, soprattutto nelle zone da cui provengo. Porta con sé una forza identitaria ed espressiva molto importante: gli stessi concetti espressi in italiano non avrebbero la stessa intensità.

Nel mito compare anche Persefone, che intercede per i due amanti; era una figura fondamentale nei culti della Magna Grecia, esattamente nei territori che rappresentano le mie origini, come Locri Epizefiri e Hipponion, l’odierna Vibo Valentia. Questo legame profondo tra mito, territorio e identità ha guidato in modo decisivo, ma anche naturale, la scrittura del brano.

Il mito di Orfeo ed Euridice è stato una parte importante della tua vita fin da bambina. Come è cambiata la tua percezione di questo mito nel corso degli anni, e in che modo ha trovato espressione nel tuo nuovo brano?

Da bambina vedevo il mito come una storia d’amore straordinaria, quasi fiabesca. Crescendo, ho iniziato a leggerlo come un racconto complesso, fatto di perdita, desiderio e umanità. Oggi mi rendo conto del potere terapeutico ed educativo della mitologia greca, in quanto specchio dell’inconscio. Personalmente, in questo preciso caso, sono rimasta affascina soprattutto la voce silenziosa di Euridice, dalla sua presenza costante mai raccontata.

In Duci amuri meu ho voluto restituirle quello spazio, trasformando la sua prospettiva in un canto intenso, viscerale, capace di superare ogni confine. Attraverso lei ho raccontato non solo un amore antico, ma anche il mio legame con la mia terra, le mie radici e la parte più profonda di me

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