Sembra quasi di leggere due libri diversi, tenuti insieme da una sola domanda di fondo: cosa resta di una famiglia quando la si guarda senza le lenti dell’infanzia? È la scommessa di Antonella Iaschi in “Woody Allen sa attendere. Quaderni”, edito da Bookabook. La prima parte segue Franca nel tentativo di fare pace con un diario che la madre le ha affidato prima di morire, ricostruendo un’infanzia vissuta a cavallo di due paesi e due lingue di casa mai davvero conciliate. La seconda parte cambia completamente aria e si trasferisce su un litorale della Calabria, dove alcune donne costruiscono quella comunità che nel libro prende il nome di tavola grande. Il passaggio tra le due parti è netto, forse fin troppo: chi si è affezionato al ritmo interiore e frammentato della prima metà potrebbe restare spiazzato dal cambio di tono, più ampio e disteso, della seconda. È l’unico vero rischio che il libro si prende, e lo fa consapevolmente. A tenere insieme le due metà non è la trama, ma un’idea più sottile: che la famiglia di sangue e quella scelta rispondano, in fondo, alla stessa fame di riconoscimento. Iaschi non forza mai la somiglianza tra Franca e le altre protagoniste, le lascia distanti, diverse, a volte quasi incompatibili tra loro. È in questa mancanza di simmetria che il romanzo trova la propria onestà, evitando la scorciatoia di una morale consolatoria. Chi cerca un romanzo a tesi, con una risposta netta sul valore del sangue contro quello della scelta, resterà deluso: Iaschi lascia che sia il lettore a decidere da che parte pendere la bilancia.

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