Dune: Frank Herbert secondo Denis Villeneuve

Considerato uno dei testi letterari maggiormente influenti del XX secolo, Dune, scritto da Frank Herbert nel 1965, è finito anche nell’ambito del piccolo schermo trentacinque anni più tardi, con William Hurt protagonista.

Ma, senza alcun dubbio, per quanto riguarda trasposizioni in fotogrammi quella più conosciuta rimane la produzione cinematografica targata De Laurentiis che, se inizialmente aveva visto in lizza per dirigerla l’Alejandro Jodorowsky autore de La montagna sacra e Ridley Scott, ha riportato poi nel 1984 la firma di un David Lynch allora reduce da The elephant man.

Un fanta-kolossal che, impreziosito da un ricco cast spaziante da un esordiente Kyle MacLachlan all’ex esorcista friedkiniano Max von Sydow, manifestò una probabile influenza proveniente dalla saga Star wars, senza strizzare però l’occhio al pubblico delle famiglie.

Perché non pochi furono i momenti horror introdotti da colui cui dobbiamo Eraserhead – la mente che cancella e Velluto blu, del tutto assenti, invece, nel Dune 2021 che si propone di portare sul grande schermo l’operato di Herbert sotto la regia del candidato al premio Oscar Denis Villeneuve.

Un Villeneuve che, tra un Arrival e un Blade runner 2049, sembra aver preso gusto con il genere, cimentandosi quindi nel raccontare ora le imprese del Paul Atreides interpretato dal Timothée Chalamet di Chiamami col tuo nome, giovane del futuro che altri non è che il figlio del sovrano duca Leto e della potente sacerdotessa guerriera Lady Jessica, ovvero Oscar Issac e Rebecca Ferguson.

Giovane che finisce al centro di una lotta condotta dall’umanità sul pianeta Arrakis – anche conosciuto come Dune – per il controllo della Spezia, rara risorsa naturale capace di espandere la mente. Risorsa comunque difficile da conquistare, considerando che coloro che vi s’interessano devono obbligatoriamente cercare di sopravvivere al caldo inospitale del posto, alle tempeste di sabbia della forza degli uragani e ai monolitici Vermi delle sabbie, giustamente temuti con la riverenza solitamente riservata agli dei.

Vermi che, realizzati nel film di Lynch dal compianto e validissimo Carlo Rambaldi anticipando addirittura le creature della serie Tremors, vengono in questo caso proposti digitalmente, ma, soprattutto, sfruttati al minimo nel corso delle oltre due ore e mezza di visione.

Del resto, tra una prima parte principalmente mirata alla presentazione dei diversi personaggi e una seconda che lascia spazio a combattimenti ed esplosioni per dispensare la necessaria dose d’intrattenimento spettacolare, risulta subito chiaro che l’intenzione di Villeneuve sia tutt’altro che quella di proporre un incubo futuristico alla maniera della pellicola degli anni Ottanta.

Pellicola di cui rispecchia sia una certa teatralità dovuta a diverse costruzioni scenografiche e all’importanza conferita alle diverse performance attoriali, sia la citata propensione a guardare all’universo di Star wars, rivolgendosi per lo più, però, ai ragazzi.

Bisognerà poi verificare se questi ultimi, abituati a cinecomic e blockbuster tempestati d’imprese mozzafiato e ironia, saranno realmente pronti ad affrontare i lentissimi ritmi narrativi del regista di Sicario, che fornisce tramite Dune soltanto un lungo e molto poco incalzante prologo alle avventure che occuperanno l’atteso sequel. Un secondo capitolo dopo cui, probabilmente, sarà possibile elaborare un giudizio realmente completo sull’operazione e che speriamo sfrutti al meglio figure qui tirate in ballo soltanto per pochi minuti, dal Gurney Halleck di Josh Brolin al Duncan Idaho di Jason Momoa.

 

 

Francesco Lomuscio