Edison – L’uomo che illuminò il mondo: la current war di Benedict Cumberbacht

È una triangolazione di volti, caratteri e prospettive quella che mette in scena Alfonso Gomez-Tejon con il suo Edison – L’uomo che illuminò il mondo: il protagonista, con le espressioni esaltate e profonde di Benedict Cumberbacht; Westinghouse, che con la promessa di un accordo voleva invece soppiantare il rivale nel commercio dell’energia elettrica; Nikola Tesla, enigmatico europeo, con il volto fin troppo solare e giovane di Nicholas Hoult.

Al di là di un probabile problema di miscasting, il film di Gomez-Tejon ha falle più vistose, a partire dal suo sembrare, nell’apparato visuale e concettuale, una coca cola senza bollicine al confronto del The prestige di Christopher Nolan.

Se le bugie hanno le gambe corte, gli scandali hanno le ombre lunghe. Molto lunghe. Pur se in Italia ormai è soffiato e si è posato il vento del #metoo e sudiciume (con)seguente, oltreoceano c’è ancora una buona fetta di mercato che viene influenzata dalle vicende occorse ad Harvey Weinstein.

Proprio in quel cono d’ombra era finito Edison – L’uomo che illuminò il mondo, che arriva sui nostri schermi a distanza di due anni dal suo passaggio al Torino Film Fest, con un titolo italiano che – come non accadeva da tanto tempo – non restituisce per niente il senso di quello originale (che è The current war) per raccontare la storia del duello che cambiò letteralmente il mondo.

Pur se nel solco dello sfilema da biopic, un film che si lascia guardare e ricordare per il rapporto dialogico che la sceneggiatura riesce ad instaurare tra la battaglia tra i due antagonisti – Edison e Westinghouse, per il controllo e lo sfruttamento dell’energia elettrica – e la futura prossima ventura epoca delle grandi guerre.

Ma sullo sfondo non c’è solo l’arrivo della distruzione e conseguente ricomposizione culturale e sociale, bensì (probabilmente, in maniera sottocutanea quanto inconscia, ideologicamente collegata) la nascita del cinema. Edison inventò il Kinetoscopio e la sua lampadina, con tutta l’incandescente metafora ad essa collegata, sul Novecento e tutto ciò che il nuovo secolo avrebbe comportato.

 

 

GianLorenzo Franzì