El Numero Nueve Gabriel Omar Batistuta: la grinta del Re Leone

Presentato alla quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, un anno prima di Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli, El Numero Nueve Gabriel Omar Batistuta, il documentario sulle gesta sportive dell’ex centravanti argentino noto con il soprannome di Re Leone, disponibile sulle piattaforme Amazon e Chili, stuzzica indubbiamente la fantasia degli appassionati di calcio.

L’esperto regista Paolo Benedetti, che quasi venti primavere fa aveva realizzato l’originale cortometraggio Gota Roja: Lindsay Kemp scandagliando in chiave anticronologica l’intensa ed emblematica sospensione dell’incredulità connessa all’incanto della messa in scena sulle tavole del palcoscenico, esamina adesso il gioco più bello del mondo attraverso un’ottica perlomeno curiosa.

La voce fuori campo del campione, costretto a sottoporsi ad approfonditi ed estenuanti controlli medici a causa dei brutali colpi ricevuti alle gambe dai marcatori diretti nell’inane tentativo di contenerne l’inarrestabile esuberanza agonistica, cadenza un dietro le quinte piuttosto malinconico. L’andamento riflessivo ed evocativo, con l’effigie dell’aereo sulla pista d’atterraggio che sembra trarre partito per certi versi dal dinamico incipit del famosissimo action-movie Top Gun, dà un colpo alla botte dei segni d’ammicco e un altro al cerchio dell’aura ascetica. La poliedricità espressiva dell’amarcord antropico e footballistico sciorina risvolti degni di nota quando pedina Batistuta con la moglie, in visita nel Bel Paese, come fosse un film intimista di John Cassavetes. Contraddistinto dall’altalena degli stati d’animo, dal lieve pedale sarcastico, dalla schietta incisività degli elementi ambientali, dalla fragranza di accenti e semitoni. L’estetizzante inquadratura di quinta cerca invece di cogliere dal vero l’intesa di coppia nella cornice fiorentina con l’ausilio della geografia emozionale. L’intrinseco colpo di gomito appaga largamente le attese degli spettatori che confondono l’esito figurativo con il rilievo introspettivo. Ma delude chi cerca nel rapporto tra habitat ed esseri umani un cortocircuito poetico estraneo all’accidia del déjà-vù.

Lo stendardo della squadra del cuore, le riprese ravvicinate della rete, i pleonastici raccordi di montaggio, le programmatiche confessioni ricalcano gli inutili vezzi manieristici d’illustri antecedenti senza acquisire l’opportuna forza contenutistica. L’estro formale raggiunge il diapason nell’ingresso in campo con abiti borghesi nello stadio dove un tempo i tifosi andavano in brodo di giuggiole per le sue qualità combattive, per la potenza dei tiri in porta, paragonati dai cronisti inclini all’iperbole a proiettili traccianti, per la capacità di trascinare il gruppo in imprese ritenute proibitive. La voce familiare del commentatore che rimbomba in testa, mentre l’ovvia metonìmia delle scarpe sul rettangolo verde traligna il sentimento in sentimentalismo, non giova in alcun modo alla scoperta dell’alterità. La reminiscenza dei festeggiamenti al Gewiss Stadium di Bergamo, dopo aver sconfitto l’Atalanta nel match di ritorno della Coppa Italia, il 18 Maggio 1996, accresce il rimpianto per le poche “guerre” vinte, a confronto delle innumerevoli battaglie espugnate, in maglia viola. Ed emerge quindi l’egemonia dei limiti delle mere opere d’intrattenimento sulla rimarchevole tensione interiorizzata del prologo.

L’affettuoso confronto con l’idolo per antonomasia della Curva Fiesole, Giancarlo Antognoni, il viaggio in treno, direzione Roma, i ricordi dello scudetto conquistato vestendo i colori giallorossi, dopo l’attanagliante addio a Firenze, la complicità nel buio della sala, l’insito omaggio a Nuovo cinema Paradiso sembrano, viceversa, risollevare le sorti dell’altalenante scrittura per immagini. L’immediato prosieguo pencola nelle note gravi che si vanno ad amalgamare alla bell’e meglio ai controcanti spiritosi, al bozzettismo cordiale, ai siparietti in grado di mettere allegria. L’ammirazione sincera nei riguardi del campione talvolta anche di sfortuna da parte dell’irreprensibile conterraneo Javier Zanetti, capociurma dell’Inter capace di salire sul tetto d’Europa, impedisce a El Numero Nueve Gabriel Omar Batistuta di cadere nell’astrazione dell’apologo intento ad anteporre l’afflato filosofico alle sdolcinature dei biopic avvezzi ai sorrisi teneri. I motivi di fianco costituiti dalle appariscenti angolazioni oblique, dalla scala dei grigi scelta dall’ambiziosa fotografia, dalla velleità di trasportare il pubblico in un’atmosfera colma di mistero, per sopperire ad alcune pagine illustrative, aliene all’impressionabilità cromatica ostinatamente inseguita, palesano la discordia dei timbri stilistici chiamati a raccolta. Resta il rammarico per l’occasione persa, per la caducità, la reattività, la grinta del leader, che le dà e le prende, per la vigoria nella lotta, per lo spirito leale in cerca, se non d’autore, di uno show audiovisivo votato sul serio all’equa compattezza.

 

 

Massimiliano Serriello