Elegia americana: i legami di sangue dei redneck secondo Ron Howard

La trasposizione cinematografica targata Netflix del romanzo autobiografico Elegia americana di J. D. Vance antepone lo spettacolo affascinante ma secondario della recitazione, almeno fuori dal palcoscenico, rispetto a quello di prim’ordine delle idonee ed eterogenee soluzioni espressive.

L’esperto regista statunitense Ron Howard, indimenticabile Richie Cunningham nella serie tv cult Happy days, non sembra giudicarla una scelta involutiva. Giacché persuaso che l’avvertita psicotecnica di Glenn Close e Amy Adams possa fare la differenza. Cementando il carattere d’autenticità del mélo familiare incentrato sui vincoli di suolo e di sangue dei cosiddetti redneck.

Ovvero quei proletari degli Stati del Sud dai colli rossi, bruciati dal sole, invisi dalle classi sociali più agiate. Che sono solite apostrofarli altresì con epiteti squalificanti tipo white trash e hillbilly. L’equivalente del termine autoctono terroni. Ed è appunto Hillbilly elegy il titolo originale del biopic scritto da J.D. Vance. Divenuto un avvocato di successo grazie soprattutto agli ammaestramenti dell’indomita nonna materna. Decisa a preservarlo dagli schiaffi del destino e dai deleteri condizionamenti ambientali. Mentre l’incipit trae partito alla bell’e meglio dai richiami panteistici cari a Terrence Malick, con l’ordine naturale delle cose connesso tanto alle pleonastiche riprese ravvicinate quanto alle risapute inquadrature dall’alto, il prosieguo mena il can per l’aia. In attesa d’inchiodare l’attenzione degli spettatori allergici ai dispendi di fosforo ed ergo attratti dal fascino bonario degli women pictures. Sull’esempio di Voglia di tenerezza di James L. Brooks, Fiori d’acciaio di Herbert Ross e Pomodori verdi fritti alla fermata del treno di Jon Avnet. A differenza però del caustico affresco muliebre Tonya realizzato dall’arguto Craig Gillespie, riuscendo ad amalgamare l’assoluta compiutezza introspettiva dei timbri antropologici ed etnologici con i colpi d’ala dell’ironia dissacrante, l’affresco dei redneck mostra presto la corda. L’inidonea egemonia dell’enfasi di maniera sull’opportuna antiretorica, aliena ai ricatti emotivi che tralignano l’appello ai sentimenti in vieto sentimentalismo, manda quindi in soffitta l’ambizione di toccare corde profonde attraverso un apologo penetrante sui consorzi domestici dei loser in cerca di riscatto.

Nonostante l’apparente dinamicità dei movimenti di macchina, ora da destra a sinistra, per presagire l’irrompere imprevisto di eventi funesti, ora programmaticamente circolari, all’insegna del clima di sospetto che accompagna il protagonista maschile pure nell’età adulta, emerge un trattamento assai superficiale. Ravvisabile nelle modalità dimostrative dei match-cut concepiti dal modesto montaggio allo scopo di tenere anche le platee più erudite legate alla poltrona con l’ovvia procedura dell’analessi e della prolessi. I continui flashback, sebbene tradiscano l’assenza di una tenuta stilistica in grado di convertire la velleità delle mere cornici cartolinesche nella forza significante dei territori eletti a spazi attivi ed empatici nell’arco della narrazione, danno sostanza alla cronologia dei traumatici episodi del passato. A sopperire all’evidente penuria della geografia emozionale, a sostegno del senso d’appartenenza alla provincia stigmatizzata dai cittadini con la puzza sotto il naso, provvede l’intarsio di scorci umoristici ed esami comportamentistici. Ad animare ulteriormente il copione ci pensa la bravissima Glenn Close che, con una prova d’immedesimazione meritevole dell’agognato premio Oscar, sfuggitole di continuo, si cala, anima e corpo, nei simpatici panni di Mamaw Vance. Amy Adams, invece, a dispetto dell’abituale destrezza interpretativa, aderisce alla straziante intensità dell’inquieta figlia Bev, attanagliata dalla tossicodipendenza, preferendo gli accenti alle sfumature.

Ciò nonostante il legame di sangue, sorretto in egual misura dall’analisi degli stati d’animo e dai convincenti primi piani, concede poche banalità. Il legame di suolo, viceversa, risulta latitante. Senza riflettere mai né la tensione psicologica né i modi di agire e di reagire alle difficoltà. La prova scolastica dell’inadeguato Gabriel Basso nella parte di J. D. – intento ad aiutare in zona Cesarini la fragile e rabbiosa madre Bev nel ricordo dell’energica Mamaw – abbassa l’asticella. Dal ritorno al presente, scandito in particolare dalle infinite conversazioni al telefono dell’ormai ex redneck con la solerte fidanzata di colore Usha, non c’è da pretendere troppo. Ron Howard conosce bene i suoi polli: la morale della favola di Elegia americana, col miglioramento delle dure condizioni di vita, chiude il cerchio insieme ad alcune pagine illustrative. La correzione di fuoco finale, a uso di un pubblico sensibile alle ragioni del cuore, sancisce però i limiti dell’intrattenimento, trascinando la pittura dei caratteri – in lotta con l’atroce miseria morale – nella foga di vederci sempre chiaro. Ed elegge l’ampolloso trionfo delle note intimiste ad antidoto contro la complessità dell’esistenza.

 

 

Massimiliano Serriello