Nell’affrontare ed emanare la congerie dei ricordi condivisi da una comunità controversa, preservandoli dall’iniqua rimozione dei valori storici ivi congiunti, Elena del ghetto tradisce le velleità dell’opera prima di piccolo cabotaggio che ricava dall’appeal d’un’attrice di grande levatura come Micaela Ramazzotti nel ruolo della resiliente protagonista uno spicco superiore a quello effettivamente attribuitole dalla scrittura per immagini oppure riverbera lo stesso l’opportuna egemonia delle soluzioni espressive esibite dietro la macchina da presa sullo spettacolo subalterno della recitazione?

L’obiettivo di Micaela Ramazzotti consiste chiaramente nel rendere omaggio alla fragranza della spontaneità di tratto dell’indomita proletaria ebrea-romana Elena Diporto dinanzi alle prove più gravose ed estreme mettendo in luce il senso d’appartenenza cementato dal sarcasmo talvolta persino poetico del popolo capitolino in grado di convertire l’indifferenza in mutua solidarietà. Senza cadere nell’inane svenevolezza.

Lo scopo del regista Stefano Casertano risiede invece nel continuare ad approfondire l’emblematico tema della ribellione all’ingiustizia, alla base del previo documentario Gente d’amore e di rabbia in cui ha saputo congiungere il lascito sia pittorico sia evocativo di Pierpaolo Pasolini insieme all’interazione tra habitat ed esseri umani relativa al condizionamento comportamentistico operato dal degradato complesso residenziale situato nella periferia ovest della Capitale – il Serpentone – sugli abitanti in cerca di riscatto, per detrarre qualsivoglia accezione negativa all’espressione unificata dei residenti giudei del Portico di Ottavia ai tempi dall’atroce seconda guerra mondiale al pari dell’epiteto di “matta” appioppato ai profili di Venere alieni a ogni imposizione. L’espressione unificata del gruppo in questione equivale quindi alla voce collettiva dei paria ritenuti coatti, ed ergo attanagliati dalla presunta chiusura mentale dovuta all’impasse del quartiere d’origine, e chiama quindi automaticamente in causa la destrezza di equiparare i vincoli di sangue e di suolo imperanti nel ghetto alla disposizione spaziale e sublimale d’una sorta di coro. Avvezzo a riflettere, alla medesima stregua della genuina responsabilità collegiale, scevra dall’egida delle delibere deleterie, il mos maior dell’onestà popolare. Coi modi di dire, pane al pane e vino al vino, alieni a fronzoli od orpelli vari, sugli scudi. Per sancire la fedeltà alla parola data di chi all’abietta eleganza dell’ipocrisia preferisce l’eroismo morale a braccetto con la proverbiale scontrosità delle persone ghettizzate. Lontane anni luce dall’artificiosità dei fatui salotti alto-borghesi. Per una corretta disamina critica occorre capire però se la correlazione in chiave teatrale della voce collettiva del suddetto ghetto all’epoca degli spaventevoli rastrellamenti perpetrati dai truci alfieri del Terzo Reich in odio alla razza ebraica costituisca una scelta obbligata o, al contrario, risulti parte integrante dell’urgenza stilistica sciorinata in Gente d’amore e di rabbia. A fornire l’implicita risposta in filigrana provvede la geografia emozionale. Riscontrabile nel tran tran giornaliero del ghetto a partire dal 1938. Dopo l’incipit improntato sull’annus horribilis 1943. Quando Elena, a un tiro di schioppo dalla caduta di Mussolini, tenta inutilmente di convincere la sua gente a fare fagotto nel cuore della notte, sotto una pioggia scrosciante, per non pagar dazio alla voluttà annientatrice dei tedeschi col dente avvelenato a causa del rovesciamento di posizioni a loro danno. Il salto indietro nel tempo e la conseguente de-drammatizzazione dell’intreccio, con la buffoneria delle diverse situazioni connesse ad appositi timbri antropologici ed etnografici che strappa risate veraci pure nel momento in cui Elena assesta un paio di coltellate – dette altresì zaccagnate – al marito scansafatiche, giovano al timbro antiretorico dell’incipit.

Che converte lo svenevole crinale della disperazione dei mélo privi di polpa nell’arguzia, ad appannaggio della commedia dell’arte che dal teatro itinerante passa di bottega in bottega sino ad approdare alla commedia all’Italiana della fabbrica dei sogni, ovviando alla scontatezza degli incubi a occhi aperti, prospettati dalla preminenza nell’immediato futuro del cupio dissolvi sull’amor vitae, sulla scorta della capacità di far ridere amaramente e di far pensare ironicamente. Peccato che alla commedia di situazione legata alla scoperta dell’alterità, destinata da copione a divenire presto conviviale, non corrisponda step by step l’immersione ad hoc nella sovraindicata situazione. Dispiegata ora nella sala biliardo, nella quale Elena esibisce con le forme generose il cipiglio d’un corrugamento da vendere, ma mai messo all’asta per orgoglio, ora dell’osteria cara ai beoni perdigiorno. L’influenza sul singolo dell’ambiente, e in particolare dell’imposizione della dittatura accostata intrinsecamente dal sensibile ed erudito Cesertano alla sferza dello Stato socialista della DDR sui tedeschi di Berlino Est, è un fiore all’occhiello d’un approccio autoriale. Scevro tanto dai sovraccarichi simbolici, che tralignano negli inidonei assilli in merito al dovere verso la forza d’animo dell’esistenza, quanto dai colpi di gomito dei superficiali luoghi comuni. Che, ciò nonostante, in determinati contesti mandano a carte quarantotto la virtù dei luoghi realmente identitari di condizionare sul serio, palmo a palmo, la reazione alla sopraffazione. Al fine di non concedere alcunché al sovrappiù di mero patetismo. Che disarciona l’audacia di rischiare, di restituire pan per focaccia a chiunque maramaldeggi, nascondendosi nella divisa dell’avventizio spaccamontagne, di assestare calci ai santissimi degli smargiassi, a corto della testa dura necessaria a portare avanti a iosa le proprie opinioni pro e contro, specie col vento a sfavore, trascinandola nell’infecondo segno d’ammicco che precede il cambio di consegne. Dall’antiretorica alla retorica. E di conseguenza dalla commedia alla tragedia. Poco convincente rispetto alla precedente falsariga. Volta ad amalgamare il valore terapeutico dell’umorismo, spesso tagliente, alla reminiscenza intima. Suggellata dalla condivisione del sentire comune. Tramite il fecondo gioco fisionomico dei personaggi. Che implodono, anziché esplodere, tipo il misuratissimo Valerio Aprea, nei panni dimessi a puntino del rassegnato fratello dell’indomabile Elena, e Giulia Bevilacqua. Nel ruolo della cognata. Rapita dal mix d’inesausta testardaggine ed estrema rettitudine della donna di servizio che non sarà mai serva di nessuno. La complicità della diva della società cinematografica ed Elena richiama alla mente i woman’s pictures che vanno oltre la stratificazione delle creature muliebri in categorie di classe. Da Fiori d’acciaio a Pomodori verdi fritti alla fermata del treno. La sensazione del déjà vu che invalida di norma il carattere d’ingegno creativo dei nani sulle spalle dei giganti prende piede pure nei ricoveri manicomiali, non esenti da orgogliose ed esilaranti punture di spillo rivolte ai dottori oppressori al soldo dei potenti, sull’esempio di Changeling di Clint Eastwood e Vincere di Marco Bellocchio.

Mentre nel confine abbandonato in seguito della debacle del fascismo in qualità di legittimo regime affiora nuovamente la meritevole preparazione veristica di Casertano, attento alle indicative piccolezze percepite parimenti alle immani grandezze dai poveri di spirito agli sgoccioli, accoppiando la canzonatura scalpitante del lessico nel lessico rappresentato dal dialetto giudaico-romanesco, coi leitmotiv che restano in testa, alle smorfie cariche di significato dell’istrionica ed eclettica Micaela Ramazzotti. Con le rughette agli angoli della bocca e degli occhi in fiera evidenza. Scalzata tuttavia dal controllo minimalista delle schiaccianti tribolazioni per conto di alcune curiose ed eccentriche figure di fianco che avrebbero dovuto usufruire di maggior rilievo. La condivisione del sentire comune, sprovvisto delle compenetranti reazioni mimiche catturate dalle prodighe inquadrature in Gente d’amore e di rabbia, stenta così ad assorbire l’acume dei volti avvezzi a consolarsi con l’aglietto nella marcia in avanti del sapere comune. Tenuto nella debita considerazione dal lavoro di sottrazione dei nervi tirati allo spasimo. Parallelamente al mormorio imperterrito delle onde delle acque del Tevere. Zeppo d’inobliabili suggestioni, conformi al fulgido nodo lirico dei sobri ed enigmatici apologhi sul ponte tra vissuto e avvenire, a differenza della ridondante musica extradiegetica. Prossima all’enfasi di maniera. Il timbro sbrigativo della prevedibile chiusura del cerchio, che trascina la franca contemplazione dei vincoli di sangue e di suolo in un programmatico esercizio di commemorazione, estraneo all’atmosfera inedita ed espansiva della routine degli ebrei romani prospettata dapprincipio, è sopperito dall’indovinata battuta conclusiva. Accorpata alla pittura dei costumi del secolo breve, dei robivecchi, degli stracciaroli, dei bottigliari, degli interni modesti ma calorosi giustapposti agli algidi appartamenti di lusso avversi ai muretti screpolati. Preponderanti nel mirabile film di strada Accattone del nume tutelare Pasolini. Impreziositi a fasi alterne dalla tendenza di Casertano ad aderire all’intuitività di mostrare e non raccontare degli autori consumati. Elena del ghetto perciò persuade totalmente sul versante dell’amor vitae e delle dinamiche relazionali intrise di acuminata ironia rivelante. Non abbastanza sul piano del cupio dissolvi frammisto alle buone intenzioni dell’affresco pedagogico. Che contrasta la malaugurata incognita dell’oblio. Più in agguato, a onor del vero, del negletto Giorno del ricordo, concernente i massacri delle foibe e l’esodo giuliano dalmata, che del Giorno della Memoria celebrato, viceversa, da un profluvio di pellicole. Formuliamo comunque l’augurio, al di là dei partiti presi a priori, che Casertano venga presto eletto ad autore tout court riuscendo anche nel cinema di finzione ad appaiare il carattere d’autenticità al carattere d’ingegno creativo per cogliere di sorpresa l’esperienza visiva ravvicinata dell’immersione in situazioni chiave. Gremite d’identità collettiva, di crudezza oggettiva ed empatica sensibilità soggettiva.

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