EllZed

EllZed, writer bolognese classe ’86, voce silenziosa e instancabile della scena, ha attraversato generazioni, città, relazioni, contraddizioni. Sempre con una bomboletta in tasca e uno sguardo tagliente sul mondo.

Niente Instagram vetrina, niente brand, niente ego. Solo segni. Solo lettere. Solo la voglia, e la necessità, di esserci. In un tempo dove il writing viene sponsorizzato, confezionato e impacchettato per piacere, EllZed continua a scegliere il margine. La coerenza. La strada come diario, come terapia, come mappa di senso.

L’abbiamo raggiunta in un momento cruciale della sua vita: a un passo da una decisione definitiva — lasciare il lavoro e iniziare a vivere davvero di ciò che ama. Nelle sue risposte c’è la rabbia e la lucidità di chi ha dovuto reprimere parti di sé per anni. Ma anche la consapevolezza, forte, che è il momento di riprendersi tutto.

Tra Bologna, Milano e Londra, EllZed ha conosciuto il senso di comunità e quello di esclusione. Ha dipinto muri, parole, visioni. È cresciuta tra le posse e la Dozza, i blog e le jam, i simboli alieni della crew storica a cui ha dato parte della sua anima. Oggi il suo totem è il lupo. Un animale che cammina solo ma riconosce il branco. Che resiste, che fiuta, che protegge.

Questa intervista è un flusso, una testimonianza e un manifesto. È la storia di una donna che ha dovuto farsi spazio in un ambiente spesso ostile. Di una mente creativa che ha dovuto lavorare “dietro”, per paura di perdere il lavoro “vero”. Di una writer che ha deciso che non ci sarà più niente di più vero di se stessa.

EllZed non cerca hype. Ma quello che dice brucia. Come vernice fresca sul cemento.

Perché si sa così poco di te come EllZed e sul tuo vero nome?

Perché il writing per me è sempre stato qualcosa di personale, quasi intimo. Non l’ho mai vissuto come una vetrina, e infatti non ho nemmeno una pagina Instagram dove pubblico tutti i pezzi che faccio. Da ragazzina ho fatto il mio e so bene cosa significa esporsi. Non sono anonima comunque. Molte delle persone che frequento sanno cosa faccio.
C’è anche una parte pratica: faccio un lavoro che non ha nulla a che vedere con il mondo urban, e associare il mio volto a questa cultura mi potrebbe creare problemi. Scrivo anche per alcuni magazine legati all’Hip Hop, e anche questo ha rappresentato un conflitto.
Il discorso è complesso, non si riduce a “non voglio farmi vedere”. È più profondo. Questa forma di autocensura, questa repressione, mi ha fatto male, mentalmente. Per anni ho vissuto con la sensazione di dover nascondere una parte vera di me.
Oggi, forse, sto cercando un equilibrio tra protezione e identità. Non è un caso che fra pochi mesi lascerò definitivamente il lavoro e cercherò di dedicarmi a quello che avrei sempre voluto fare.

Come ti sei avvicinata al writing?

Sono cresciuta a Bologna, che non è solo la città delle torri, ma anche quella delle posse, della resistenza, della contaminazione culturale. Negli anni ’90 e 2000 era un crocevia di linguaggi, suoni, stili. La città più multiculturale che ci sia. Ed era impossibile non assorbire tutto questo.

Ho preso in mano il marker per la prima volta alle medie. Scrivevo sulle porte dei bagni, senza dirlo a nessuno. Firmavo “Kappa” non EllZed — era il soprannome che mi dava per scherzo uno dei miei migliori amici. Nessuna pretesa, solo la voglia di lasciare un segno, anche piccolo.

Dal liceo in poi è stato un crescendo. Nel mio liceo c’era un ragazzo della Alien Crew. Aveva sempre le mani sporche di vernice e un’aura attorno. Da lì è partito tutto. Ho iniziato a osservare, ad ascoltare, a imparare. A fare sul serio.

Nel 2005 ho conosciuto Madd Stylo, e insieme abbiamo aperto il progetto Bumchaka. Quello è stato il momento in cui scrivere ha preso due forme: quella sui muri e quella sulla carta. Simbolicamente, perché era anche il periodo dei blog, dei primi magazine online, del web che dava voce a chi prima stava solo nell’ombra.

Da lì è stato tutto un progresso, una crescita costante. Scrivere era diventato il mio modo di esserci, in strada e nel racconto della strada.

Sei stata parte della Alien Crew, storica formazione bolognese attiva dagli anni ’80. Cosa rappresentavano quegli “alieni” e cosa ti ha spinto, oggi, a cambiare immaginario? Perché i lupi?

Se sei parte della Alien Crew, lo sei per sempre. È sempre stato un collettivo aperto, mai chiuso o esclusivo. Disegnavano alieni ovunque: alla Dozza, ai Giardini Margherita, in centro, al Pratello… luoghi simbolici. Muri carichi di significato, spesso scelti anche per motivi politici.
Dentro la crew c’erano punk, gente che veniva dall’elettronica, altri dal writing puro. A Bologna il writing è legato all’Hip Hop, certo, ma ha sempre avuto contaminazioni forti. È anche una città universitaria: con il DAMS ci sono sempre state influenze teatrali, visive, musicali.

Gli alieni erano semplici, anche bruttini a volte. Ma servivano a questo: marcare il territorio. Dire “ci siamo”. Diffondere una presenza, un codice.

Non direi che sono “passata” dagli alieni ai lupi. Già ai tempi firmavo col mio nome — prima Kappa, poi EllZed. Non sono mai stata fan dei bozzetti, ho sempre preferito il freestyle e l’azione. Ma fin da subito cercavo di lavorare sulle lettere, di evolverle.
Il lupo oggi è un simbolo che sento mio. Rappresenta valori in cui credo: la lealtà, il branco scelto, la sopravvivenza. Lo disegno spesso. Vorrei anche tatuarmelo. È un totem, più che un soggetto.

EllZed essere una writer donna: che impatto ha avuto, nel tempo, sulla tua esperienza nella scena? C’è mai stato un momento in cui ti sei sentita fuori posto?

È una merda. Diciamolo chiaro. Pochissimi credono davvero in te. Se entri in una hall of fame, la voce è che ti sei scopata qualcuno. Se hai uno sponsor, la stessa storia. Se ti chiamano a una jam, c’è sempre il sottinteso che dietro ci sia altro.
Ma non vale solo per il writing. Vale anche se scrivi di rap, se organizzi eventi, se lavori nella promozione. È tutto lo stesso ambiente. Un ambiente che ho sempre vissuto e amato, ma in cui ho dovuto combattere. Da lupo, appunto.
Ho dovuto dimostrare ogni volta chi ero. Non con le parole, con i fatti.

A Bologna non mi sono mai sentita fuori posto, e questa è una fortuna. È una città che — con tutti i suoi limiti — ti dà spazio, ti lascia essere. Ci sono i miei fratelli, le mie sorelle.
A Milano invece sì. Ci ho vissuto otto anni, ci sono arrivata che avevo appena vent’anni. A Milano tutto è apparenza. Ti giudicano. Ti scrutano. Ti fanno sentire in pericolo anche solo per come cammini. Devi essere impeccabile e invisibile allo stesso tempo. E io quella parte lì l’ho sempre rifiutata.

E a Londra?

A Londra il problema è stato diverso. Non era tanto la scena, quanto la vita da adulta, le aspettative, le relazioni.
Quello che gli altri si aspettavano da me.
Ti dicevo che ho lasciato il lavoro, e che il contratto mi scade a breve. In questi anni ho mollato tante cose. Ho sempre lavorato col rap, con gli eventi, con la promozione. Ma sempre un po’ dietro le quinte, per proteggere il lato “ufficiale” della mia vita.
Quello che per la società è considerato il mio lavoro “vero”.

Perché diciamocelo: come fa un avvocato a essere credibile se fa anche l’artista? Un medico può avere una doppia vita da testa hip hop? Uno che fa il financial advisor può scrivere musica, lavorare con i rapper, sporcarsi le mani con l’underground?
Capisci cosa intendo? Io mi sono repressa. Ho nascosto pezzi di me per proteggere altri pezzi. Ma col tempo questa frattura ti logora.

E poi c’è il discorso delle relazioni. Alcune sono state tossiche, altre semplicemente sbagliate. Mi hanno insegnato molto, soprattutto quello che non voglio.
Uomini che non mi lasciano creare, uomini che mi spengono la luce.
A Londra, per dieci anni, sono stata spenta. Fuori posto. Ma per colpa mia, in parte. Perché non ho avuto il coraggio, allora, di mandare a quel paese certe convenzioni. Di scegliere me stessa, prima.

Cosa ti ha portato davvero a decidere di liberarti da questa doppia vita? È stato un momento, o un accumulo?

Ci penso da qualche anno. Non è una cosa esplosa all’improvviso — è cresciuta dentro, giorno dopo giorno.
Già da un po’ stavo tornando a lavorare negli eventi, nella promozione, nella musica. Stavo riprendendo in mano le cose. Anche grazie a uno dei miei migliori amici, che per anni mi ha spronata, aiutata, creduto in me anche quando io non lo facevo.

Era nell’aria. Ma questi ultimi mesi sono stati particolarmente duri. Lui adesso è nei casini, e so che non lo rivedrò per un po’.
Allo stesso tempo, è arrivata una persona che, quasi dal nulla, è riuscita a darmi un’energia meravigliosa. Non ho mai avuto così tanta luce addosso da qualcuno.

E allora ecco: grazie a uno cerco di onorare l’altro. Pensando finalmente a me. Uscendo dal bozzolo. E colorando il cielo. Magari inizierò a disegnare farfalle.

Illegale o legale EllZed? Muro di periferia o hall of fame? Cosa ti fa ancora battere il cuore davvero?

Da ragazzina ti avrei risposto senza pensarci: illegale. Tutta la vita. L’adrenalina, la fuga, il rumore delle bombolette di notte mentre tutti dormono. Quel brivido lì non lo dimentichi.

Ma oggi mi fa battere il cuore qualcos’altro. Scoprire posti. Vedere un muro dimenticato e impuntarmi, come un toro, che deve diventare di tutti. Mi batto con il council per farli riconoscere, per trasformarli in hall of fame accessibili a chiunque voglia dipingere.
Mi accende il fatto di restituire spazi. Di costruire luoghi dove si possa creare senza dover rischiare tutto ogni volta.

Il writing è resistenza, sì. Ma è anche rigenerazione. E oggi per me conta lasciare qualcosa che resta. Anche legalmente, anche visibilmente. Ma sempre con lo stesso fuoco dentro.

Com’è cambiato il mondo del writing da quando hai cominciato? Che differenza vedi tra ieri e oggi — nei muri, nei nomi, nell’attitudine?

Oggi i writer hanno la loro pagina Instagram con i pezzi, hanno lo sponsor, fanno workshop, eventi. Molti sono anche grafici, designer, lavorano nel mondo creativo. Ed è normale: è il risultato della digitalizzazione degli ultimi vent’anni.
Ma questo ha portato anche a una certa “commercializzazione” del writing. Si vende, si espone, si brandizza. E sia chiaro: non li giudico. Ma io questa cosa non la sposo.

Non ho mai venduto un mio pezzo, non ho mai fatto nulla su commissione, tipo camerette per bambini. E non voglio sponsor. L’idea di legarmi a un brand solo per non pagare le bombolette mi fa rabbrividire.
È una scelta personale, ovviamente. Ognuno segue la sua strada. Per riassumere? Il writing è cambiato come è cambiato il rap. Oggi c’è un writing underground e uno mainstream.

Qual è secondo te la più grande minaccia per la scena del writing oggi? E invece, cosa ti fa ancora sperare?

Un po’ quello che dicevo prima: sponsor, brandizzazione, mercificazione. Il writing usato come vetrina per vendere altro. Pulito, reso digeribile, tolto dal suo contesto.
Tutta quella roba che sterilizza il messaggio e spegne il fuoco. È la morte lenta di una cultura che nasce sporca, urgente, viva.

Ma ci sono ancora tante cose che mi danno speranza. Le jam vere, quelle massicce, quelle dove senti ancora il cemento vibrare.
E tutte quelle situazioni — nelle scuole, nei centri sociali, negli spazi di quartiere — che avvicinano i ragazzi al writing con la giusta testa. Non per moda, ma per fame.
Perché vogliono raccontarsi, perché vogliono appartenere a qualcosa.
Finché ci sarà questo, finché ci sarà qualcuno che scrive senza aspettarsi nulla in cambio, allora la scena è viva. E vale ancora la pena esserci.

Cosa significa per te avere stile?

Avere stile, per me, è quando vai in giro e riconosci a colpo d’occhio la mano dello specifico writer che ha fatto quel pezzo. Anche senza firma. Anche solo da un dettaglio. Quello è stile.

È ciò che ti rende unico in mezzo a milioni di tag, di throw-up, di murate.
Non è solo estetica: è carattere, coerenza, memoria.
Oggi tanti vogliono stupire, ma pochi vogliono davvero essere qualcosa. Lo stile non si copia, non si costruisce in fretta, non lo compri con uno sponsor.
Lo stile è l’eco che lasci, anche quando il colore sbiadisce.
Mi fanno sorridere i writers che firmano ogni lato del pezzo. Qual è lo scopo? Quello che si vede parla da solo e dice già chi sei.

Perché dipingi ancora? Cosa ti tiene attaccata al muro?

Perché quando ho qualcosa da dire, lo scrivo o lo disegno. Sempre.
Che sia sulla carta o sul muro, cambia poco. È simbolico, ma è reale. È la mia lingua.

Sul muro ti esprimo come sto. O ti dico cosa penso di te. A volte è una dedica, altre è una ferita, altre ancora è solo un modo per respirare.
In ogni pezzo che faccio, ci sono io.
È quello che ho dentro che viene fuori lì.
E finché avrò qualcosa da sentire, da gridare o semplicemente da lasciare… continuerò a dipingere.

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