Emiliana De Vico torna con un romance psicologico che non cerca scorciatoie. “Non lasciarmi mai indietro” è un libro che affronta la vulnerabilità, il pregiudizio e la paura di amare qualcuno che non rientra in nessuno schema. Una storia densa, scritta da chi conosce bene le fragilità umane.

“Non lasciarmi mai indietro” nasce da una scena precisa: Lorenza che chiede a Davide di non lasciarla indietro mentre sono seduti in mezzo alla gente. Come hai deciso che quella frase sarebbe diventata il titolo del romanzo, e cosa porta con sé oltre al significato letterale?

Spesso si pensa che la disabilità condizioni l’autonomia di una persona, e guardando Davide, sulla sua sedia a rotelle, si potrebbe cadere nello stesso pregiudizio. Ma non è così. Tra lui e Lorenza vige una parità assoluta. Davide ha colmato le barriere fisiche attrezzandosi con intelligenza; la sua solidità emotiva è tale da non richiedere l’aiuto di nessuno. Nel romanzo i ruoli canonici si ribaltano: Davide corre veloce, mentre Lorenza arranca, frenata da insicurezze così profonde da spingerla a supplicarlo di non lasciarla indietro.

Hai lavorato per anni nei Servizi di Zona e sei laureata in Scienze Sociali. Leggendo il libro si percepisce una conoscenza molto concreta del lavoro dell’assistente sociale, dei ritmi delle riunioni d’équipe, del peso emotivo dei casi difficili. Eppure in alcune scene il punto di vista professionale di Lorenza cede il posto a quello personale, con una rapidità che può lasciare il lettore un po’ spiazzato. È una scelta narrativa voluta, o una tensione che senti anche tu quando scrivi?

La risposta breve è: è una scelta narrativa assolutamente voluta, che nasce proprio da quella tensione che ho vissuto sulla mia pelle per anni. Quando si lavora per tanto tempo nei Servizi di Zona, ci si dota inevitabilmente di una “corazza” professionale. Impari a gestire i ritmi serrati delle équipe, a usare il linguaggio tecnico, a strutturare i casi. Ma la verità che nessun manuale di Scienze Sociali ti dice – e che volevo emergesse con forza nel romanzo – è che quella corazza è incredibilmente porosa. L’illusione di poter separare nettamente il “professionale” dal “personale” crolla non appena un caso sfiora una tua corda scoperta, una tua paura o una ferita irrisolta. Nelle scene in cui il punto di vista di Lorenza cede il passo in modo così repentino, volevo che il lettore provasse lo stesso identico spiazzamento che prova un operatore quando viene “intercettato” emotivamente da una storia. Lorenza non è un robot della burocrazia; è una donna che porta nel suo lavoro le sue fragilità e che, proprio nel contrasto con la solidità di Davide, vede vacillare le sue certezze. Quell’arrancare di Lorenza di cui parlavamo prima non è solo sentimentale, è anche professionale: è il momento in cui gli strumenti del mestiere non bastano più e resti nuda di fronte all’altro. Quindi sì, quando scrivo sento fortissima questa tensione. Non è un errore di sguardi, ma il tentativo di raccontare la verità di questo lavoro: la costante, difficilissima trattativa tra il dovere di proteggere l’altro e la fatica di proteggere se stessi.

Nel capitolo diciassette c’è una scena in ufficio in cui Lorenza prende l’iniziativa e bacia Davide, dopo settimane di distanza. Lei stessa lo ammette: “Sto per baciarti”. È un momento in cui la protagonista decide di smettere di aspettare. Quanto ha pesato, nella costruzione di Lorenza, l’idea di darle quella capacità di fare il primo passo, anche quando ha paura?

Questa è una svolta cruciale per Lorenza, ed è un momento a cui tengo moltissimo. Nella sua costruzione, l’idea di farle fare il primo passo ha pesato tantissimo, proprio perché avviene nel pieno della sua paura. Fino a quel momento, Lorenza è un personaggio che si difende: si nasconde dietro il suo ruolo professionale, dietro le sue insicurezze e dietro i ritmi che Davide, con la sua indipendenza, le impone. Spesso si confonde la vulnerabilità con la passività, ma Lorenza non è una donna passiva. Ha paura, sì, e come dicevamo, è lei che “arranca” emotivamente rispetto a Davide, ma il coraggio non è l’assenza di paura: è l’azione che si compie nonostante la paura. Quel capitolo diciassette rappresenta il momento in cui Lorenza decide di esporsi al rischio più grande per lei: quello del rifiuto e del coinvolgimento totale. Dire “Sto per baciarti” non è solo una dichiarazione d’intenti, è un atto di onestà disarmante. È come se dicesse a Davide: “Vedi? Sono qui, sono imperfetta, ho il terrore di quello che sto facendo, ma scelgo di esserci”. Inoltre, ambientare questa scena in ufficio — nel luogo in cui lei dovrebbe essere la professionista controllata e “al sicuro” — amplifica il valore del suo gesto. Lì, tra quelle scrivanie che di solito fanno da scudo, Lorenza spoglia se stessa e decide che l’attesa è finita. Volevo restituirle questa forza intrinseca: Lorenza ha bisogno di tempo per elaborare le sue paure, ma quando decide di muoversi, lo fa con una consapevolezza assoluta e profondamente fiera.

Il rapporto tra Davide e Alessio Mancini è uno dei fili narrativi più solidi del romanzo. Da dove viene quel personaggio, e cosa rappresenta per te?

Il personaggio di Alessio Mancini ha un compito difficile: Davide si rispecchia in lui senza filtri, lontano dall’approccio professionale quanto dal legame emotivo che lo unisce a Lorenza. Se lei rappresenta la complessità istituzionale dei Servizi e il carico delle insicurezze, Alessio è l’espressione della vita più ruvida e autentica, segnata da pregiudizi e barriere architettoniche. In Davide risuona lo stesso dolore che prova Alessio quando rifiuta ogni tipo di sostegno. Alessio proviene da quella dimensione in cui la sofferenza tiene insieme le persone, dove l’azione si sostituisce alla parola ed è l’operatore a dover interpretare il non detto. Alessio non dà voce alla propria sofferenza, ma la esprime cristallizzandosi nella propria sventura: non guarisce con le cure, non cammina con la protesi Cheetah e non si integra, nonostante gli sforzi di Davide. Per lui, la via d’uscita si paleserà solo quando gli affetti che ha paura di smarrire si schiuderanno, dimostrando che la relazione umana resta l’unica vera chiave per rinascere.

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