Scritto da Dino Tropea

Fiumicino, 21 Agosto. Il mare, battente sulla riva come un tamburo antico, si fonde alla musica. Il vento burrascoso, complice e ribelle, prova a sovrastare le note… ma invano. Perché lì, a Fiumicino, presso Base, la musica è regina. Una comunità si stringe, compatta, sotto un cielo intriso di salsedine, sfidando la frescura serale e il fragore del mare. È questa la magia di Emilio Stella e Rockin’ Lovers. Un’associazione culturale quest’ultima che, grazie alla visione e alla tenacia di Carmela Trivisonno – proprietaria de La Grooveria e cuore pulsante e mente appassionata del progetto – ha dato vita a una rassegna estiva costruita con cura, dedizione e una determinazione incrollabile.

Non è un semplice calendario di eventi, ma una dichiarazione d’amore. Per la musica, per il territorio, per le persone che lo abitano. In un paesaggio che sa di sale e libertà, dove i passanti si fermano incuriositi, seduti sul bordo del lungomare o in piedi lungo il marciapiede, prende vita un momento collettivo. Un’esperienza che non appartiene solo agli addetti ai lavori, ma a chiunque sappia ancora ascoltare.

Il pubblico che si raduna è un mosaico di età e volti. Nonni e bambini, giovani curiosi, coppie in cerca di poesia: tutti uniti dal desiderio di vivere musica vera, accessibile, offerta con generosità sotto un cielo senza filtri. Una bellezza gratuita, condivisa. Un dono. Non è semplicemente un festival, ma un abbraccio tra artisti e cittadini, un rituale che dà voce a chi spesso resta ai margini.

La scelta di proporre musica di qualità, senza sbarramenti economici, è un atto coraggioso. Significa restituire dignità all’arte e al pubblico, creare spazi di incontro che resistano all’appiattimento culturale. Rockin’ Lovers non è solo intrattenimento: è una dichiarazione civile, un gesto politico, un canto di resistenza.

Il 21 agosto il protagonista è stato uno degli interpreti più autentici della scena romana: Emilio Stella. Un artista che non ha bisogno di luci stroboscopiche o effetti speciali per catturare l’attenzione. Gli bastano la voce e la sua chitarra, strumenti con cui intona storie quotidiane, fragili e vere. A Fiumicino, però, non era solo: con lui, tutta la sua band, un collettivo di musicisti che ha trasmesso energia e intensità. Emilio Stella è un cantautore che viene dalla strada, ma non per farne spettacolo: per raccontarla. La sua musica mescola tanti generi e la poesia popolare, con testi che sanno di periferia, ma parlano a chiunque abbia sentito mancare qualcosa. Le sue canzoni non gridano: bisbigliano verità. Nei suoi versi ci sono panni stesi, traffico sulla Pontina, amori stanchi e dignità silenziose. Più che artista, è un narratore di anime comuni. E chi lo ascolta, si sente un po’ meno solo. Chi conosce Stella sa che è difficile ingabbiarlo in un genere. La sua musica è un impasto ruvido e sincero di folk, reggae, rap e tradizione popolare. Alcuni lo chiamano “cantautore delle borgate”, ma sarebbe riduttivo. Il suo reggae ha il sapore del litorale romano, del cemento caldo di Capocotta, del traffico sulla Pontina. È un reggae che sa di casa, con parole che graffiano e carezzano insieme.  C’è qualcosa nei suoi testi che somiglia alle storie che si sentivano una volta nei bar o nei mercati: memorie orali, pezzi di vite cuciti tra una battuta e un silenzio. Ascoltarlo è come sentire la voce di una città che cambia ma non vuole dimenticarsi da dove viene. Emilio Stella cammina sulle orme dei grandi cantastorie italiani, ma con scarpe sue. C’è un po’ di Rino Gaetano nei suoi sorrisi amari, un’eco di Stefano Rosso nei racconti di periferia, e quella malinconia sporca di strada che un tempo cantava Pino Daniele. Come De André, sta dalla parte degli ultimi — ma lo fa alla romana, senza retorica, con la voce roca e le mani in tasca. Non copia nessuno, ma dentro le sue canzoni risuonano le verità di chi ha saputo dare voce a chi non l’aveva.

«La serata non era semplice», racconta Stella.

«Il vento sulla spiaggia può farti desistere. Ma alla fine ci siamo uniti: è stata una comunione di anime».

E così è stato. Non una folla sterminata, ma un gruppo compatto, vivo, che ha risposto col canto, col movimento, con la pelle. Non c’era bisogno di numeri: c’era presenza, c’era ascolto, c’era verità.

Canzoni come La pecora fa ’mbè o Capocotta non è Kingston non hanno bisogno di radio o palchi patinati: bastano due accordi e il pubblico parte. Lo si è visto chiaramente durante il concerto: i presenti hanno danzato e cantato con più partecipazione rispetto ad altre serate. Perché quando la musica parla la lingua della vita, la risposta è immediata.

Nelle sue canzoni c’è strada, ma anche interiorità. Stella lo dice chiaramente: «Racconto quello che vivo, quello che sento. La periferia per me non è solo un luogo, ma uno stato dell’anima». Ed è forse questa verità non filtrata a renderlo così vicino: canta le crepe, non solo le vittorie. E quando scende dal palco, resta. Si mescola alla gente, ascolta, risponde, si lascia toccare. Un gesto raro, oggi.

Il rapporto con il pubblico è centrale.

«Le mie canzoni – dice – non sono più solo mie, diventano di chi le ascolta. Questo lavoro è anche incontro, scambio».

E quell’incontro continua anche dopo lo spettacolo, tra strette di mano, sorrisi e parole. In un’epoca di divi lontani, Emilio sceglie la prossimità. Un gesto piccolo, ma dal valore grande.

Non è solo musica, la sua. Da qualche anno porta in giro anche Stella di periferia, spettacolo di teatro-canzone ideato con Simone Cristicchi. Ambientato in un bar popolare, mescola canzoni e monologhi in dialetto, creando un racconto vibrante e radicato. È un modo per dare nuova vita ai suoi testi, per ampliare il linguaggio senza snaturarlo.

Nel futuro c’è un nuovo disco, già in lavorazione. «Il titolo “Canzoni per Noi” è semplice, parla di cose di tutti», ci anticipa. Esperienze personali che diventano specchio di un sentire collettivo. Il tutto prodotto in autonomia, con il supporto del cugino chitarrista. Nessuna rincorsa al successo facile: «Voglio che le canzoni durino. Più di me».

E Sanremo? «Un sogno da bambino, certo, ma non un’ossessione. Oggi Sanremo lo vedo come un amplificatore, non come un traguardo. Io preferisco costruire lentamente, restare me stesso».

Il paragone con Rino Gaetano non è forzato: entrambi portano la verità delle periferie in musica. Ma mentre Rino è stato, per certi aspetti, travolto dalla fama, Emilio sembra camminare con passo misurato, scegliendo la fedeltà alla propria voce.

Ciò che resta più impresso è questo desiderio di lasciare un segno. Non uno di quelli che brillano per un attimo e poi spariscono, ma un’impronta nel tempo. «Se una canzone riesce a rimanere… ha già vinto».

E così, nella serata ventosa di Fiumicino, qualcosa è rimasto. Non solo le note, ma l’intensità. Non solo il concerto, ma l’incontro. Un momento piccolo, forse, ma carico di verità. E in un’epoca che inghiotte tutto, questo basta.

Rockin’ Lovers, oltre il concerto. La serata non è un episodio isolato, ma parte di un disegno più ampio. Rockin’ Lovers porta avanti un’identità precisa: dare spazio alla musica che racconta, che osa, che tocca. La direzione artistica di Carmela Trivisonno si muove controcorrente, premiando chi ha qualcosa da dire, non chi rincorre il mercato. “Fiumicino Suonare i concerti sulla spiaggia”, ha alternato sul palco quindici gruppi live, tra cui Greg con il suo progetto rock’n’roll. Rockin’ Lovers ETS, anima instancabile della scena, porta in giro oltre trecento live all’anno. L’ultimo appuntamento della stagione è in programma il 4 settembre: alle 21 salirà sul palco Sara Jane Olog, seguita alle 22.30 dagli Asilo Repubblic con un travolgente tributo a Vasco Rossi.

A Fiumicino, ieri sera, è andato in scena qualcosa che somiglia a un manifesto: arte, comunità, verità. La città non è più solo cornice, ma parte viva del racconto. E questo è forse il dono più grande che Rockin’ Lovers sta offrendo: la possibilità di riconoscersi in ciò che si ascolta.

Tra vento, sabbia e una voce ruvida che racconta storie di strada, Fiumicino ha trovato la sua canzone. E chi c’era, lo sa: certe note non svaniscono.

Di Dino Tropea

Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: Lasciato Indietro (Armando Editore), Ombre e Luci di un Cammino (Laura Capone Editore) e Il regno sommerso di Coralyn (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, intreccia narrativa, poesia e riflessione sociale, con un’attenzione particolare ai temi della resilienza, della memoria e della speranza. Oltre all’attività letteraria, è redattore per Mondospettacolo.com e TalkCity.it, dove racconta eventi, musica, teatro e cultura con uno stile coinvolgente e appassionato. Cura progetti editoriali come curatore letterario e conduce programmi radiofonici che danno voce a storie di rinascita, arte e impegno sociale. Per conoscere meglio il suo percorso, leggere i suoi articoli e seguire le sue attività, è possibile visitare dinotropea.it, punto di accesso ai suoi profili social ufficiali.

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