Polistrumentista, one-man band, sperimentatore: Enrico Peppe è uno di quegli artisti che ha sempre fatto le cose a modo suo. Con “Pop-Shuffle” torna a raccontare il suono analogico degli anni migliori, tra groove ipnotici e liriche scritte di getto. Lo abbiamo incontrato per saperne di più.

Enrico, partiamo da una cosa che incuriosisce subito: “Pop-Shuffle” ha un titolo preso direttamente dalla configurazione ritmica di una tastiera Yamaha. Com’è nata questa scelta e cosa ti ha colpito di quel pattern al punto da costruirci un brano intero sopra?

Il brano nacque partendo dal testo ma non trovavo un refrain. L’idea del titolo, dunque, è venuta dopo. Ho altri brani in cui ho utilizzato questo pattern anche in maniera più estesa (inserendo fill-in per esempio o altri pattern).    

Hai usato un registratore a otto piste su nastro magnetico, saturando ogni traccia disponibile. Come cambia il processo creativo quando lavori con limiti fisici precisi, rispetto a quando hai uno strumento digitale teoricamente infinito?

Sono partito dal 4 piste con cui riuscivo comunque a realizzare 6 voci diverse registrando le prime 3 e riversandole sulla quarta liberandole per altre 3 piste. Con l’8piste non ho avuto bisogno del mixdown se non una volta completate le 8 tracce (non necessariamente tutte). Con il 24 piste digitale ho sicuramente alcuni vantaggi: il  rewind e il forward è molto più veloce  tant è che posso ritornare all’inizio del brano con una semplice combinazione di tasti. Il mixdown finale è simile a quello fatto con l’analogico (i tasti dei volumi sono gli stessi). quello che cambia successivamente è la possibilità di effettuare ulteriori procedimenti in una fase successiva al computer (equalizzazione, dissolvenze, ecc…). Lo svantaggio è che la memoria è limitata per cui, per ottenere spazio, devo poi riversare tramite  backup su computer. Una cosa mi manca: i nastri al contrario. Per fare un assolo al contrario rigiravo la cassetta, con il digitale ciò non è possibile, In realtà ho un pedale per chitarra che lo farebbe ma non è la stessa cosa.   

Questo è uno dei rari casi in cui hai scritto il testo prima della melodia, e lo hai fatto “di getto”. A risentirlo adesso, c’è qualcosa in quelle parole che avresti limato con più calma? A tratti si avverte una certa densità di immagini che lascia poco spazio al respiro.

Sinceramente no. Non so se è la ritmica o il testo a rendere ossessivo il brano. Forse un po’ e un po’.

Stai ancora lavorando con l’analogico o il digitale ha preso il sopravvento nel tuo studio? E il prossimo progetto artistico è già in cantiere?

Ho lasciato l’analogico da parecchio tempo o, diciamo meglio, mi ha lasciato lui. Ho provato a recuperarlo qualche anno fa per registrare vecchi brani in inglese che scrissi negli anni ’80. Ormai sono dedito al digitale che per ora tiene la botta. Per il prossimo progetto ho già preparato quasi tutte le parti strumentali e devo perfezionare un po’ i testi. Ho cominciato a lavorarci a dicembre scorso appena finito il precedente “L’ansia della prima nota” rintracciabile sul mio youtube. L’approccio è stato completamente diverso dal passato. Ho creato loop di batteria per le varie song e ho improvvisato sopra un abbozzo di melodia. Poi mi sono affidato alle “strategie oblique” (B.Eno).

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