Un thriller psicologico ambientato tra le nebbie scozzesi, dove tensione e introspezione si fondono in un’unica trama emotiva. Erika Mileto racconta le sfide della scrittura, la costruzione dell’atmosfera e l’importanza di un finale capace di sorprendere senza rinunciare alla speranza.

Ciao, Erika.
“Perdona Margaret” è un thriller psicologico che unisce suspense e introspezione. Qual è stata la sfida maggiore nel bilanciare questi due elementi?
Onestamente, mentre scrivevo il mio libro, più di 30 anni fa, non ho fatto molto caso al bilanciare i vari aspetti. Non so come mai ma mi riusciva facile immergermi nella mia fantasia e scrivere di getto, senza starci troppo a pensare su. Ero molto ma molto fantasiosa, inventavo trame di films e storie nella mia testa, mi riusciva facilmente allora. Forse questo è cambiato nel tempo: non essere più tanto fantasiosa, purtroppo!
L’ambientazione in Scozia contribuisce molto all’atmosfera del romanzo. Come l’hai scelta e quanto ha influenzato la narrazione?
Gli ambienti tenebrosi e con un’atmosfera misteriosa mi hanno sempre dato idea di sviluppo per storie da thriller psicologico. La Scozia, come l’Irlanda, i paesaggi brumosi, nebbiosi, penso influenzino tutta l’immaginazione collettiva al riguardo. Sono ambientazioni ideali per creare tensione e attesa di qualcosa che deve arrivare o avvenire.
Ci sono elementi classici del genere, ma anche molte sorprese. Ti sei ispirata a qualche autore o film in particolare?
Già all’epoca leggevo molti libri thriller e guardavo film horror in generale. Quindi si, mi ispiravano gli autori del genere, i registi di films in questione.
Il colpo di scena è sempre fondamentale in un thriller. Come hai lavorato sulla costruzione della tensione?
Lavorando sempre e tanto di fantasia! Ho pensato a cosa potesse stupirmi o lasciarmi senza fiato o perplessa, con un finale non scontato e tragico. Non volevo far terminare il mio libro in modo troppo triste o negativo, onestamente. Quindi il finale è stato “riparatore”, diciamo. Non tragico ed esageratamente triste.
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