Ero in guerra ma non lo sapevo: gli anni di piombo di Pierlugi Torregiani

Non aggredire. Ma reagire. Non offendere. Ma difendersi. È di questo modo d’intendere la vita, a costo di coniugarla all’imperfetto, che Ero in guerra ma non lo sapevo tratta?

Ed è un trattamento superficiale, avvezzo ai segni d’ammicco e agli infecondi colpi di gomito ad appannaggio dei film pensati per l’incasso al botteghino, oppure la vicenda del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani ucciso durante la fase calda degli anni cosiddetti di piombo dai terroristi rossi per aver reagito a un rapinatore costituisce una materia d’ispirazione tale da eludere l’impasse dei luoghi comuni spingendo il regista Fabio Resinaro, reclutato per l’occasione dagli ambiziosi produttori, ad andare in profondità?

Per frugare sotto la pelle delle ferite ancora aperte ed evitare le scorciatoie del cervello occorre un regista legittimamente eleggibile ad autore. Ovvero un artista che dice la sua in modo ampio ed esaustivo sull’argomento da scandagliare per mezzo della forza significante della scrittura per immagini e dell’originalità della cifra stilistica. Se le immagini comunicano più delle parole, se lo stile arricchisce il contenuto narrativo, se lo snuda, se lo rivolta come un guanto, se agisce in un certo senso da lievito poetico, lontano dalle soluzioni espressive programmatiche ed ergo scontate, razionalizzando l’assurdo per sorprendere gli spettatori allergici alla noia di piombo dell’aura contemplativa fine a se stessa, allora l’autorialità diventa garanzia sia di successo al box office sia di compiutezza introspettiva. Perché riesce ad appaiare stilemi di solito poco conciliabili. Vale a dire la contemplazione del reale, inteso come la crudezza oggettiva, e il dinamismo dell’azione. Il requisito preferito del pubblico che nel buio della sala rifugge dalla noia di piombo. Da questo punto di vista Ero in guerra ma non lo sapevo si guadagna la pagnotta: la scrittura per immagini predisposta sin dalla sceneggiatura di ferro, tratta dall’omonimo libro redatto dal figlio adottivo della vittima, colpevole di reagire al crimine, invece giustificato se non applaudito dagli esponenti dei PAC, ossia i Proletari Armati per il Comunismo, che vogliono tagliare le gambe a chi le ha lunghe, non provoca sbadigli. Intendiamoci: Fabio Resinaro dietro la macchina da presa non sfiora neppure la maestria di Samuel Fuller e Sam Peckinpah nel conferire all’adrenalina dell’azione, alla crescente tensione, ai motivi d’incertezza ivi congiunti qualcosa di lirico ed evocativo. Alieno, in prassi e in spirito, all’accidia delle idee attinte all’altrui ingegno. L’incipit di Ero in guerra ma non lo sapevo tradisce proprio questo genere d’imbarazzo malcelato. Saccheggiando, neanche sottobanco, parecchie idee tradotte in prassi tramite l’efficace scrittura per immagini da Ricky Tognazzi in Vite strozzate.

Il contenuto narrativo in apparenza è diverso: il film saccheggiato da Resinaro facendo il vago affronta la questione, ai tempi quando fu girato, il 1996, molto attuale, delle finanziarie che in realtà erano gestite dai cravattari capitolini in combutta con gli istituti di credito per levare pure le mutande ai piccoli imprenditori bisognosi di liquidità; il film preso ora in esame sembra al contrario costeggiare l’ennesima ricerca del tempo perduto, nel 1979, divenuto da annus mirabilis ad annus horribilis in un batter d’occhio per colpa di una sacrosanta reazione al banditismo considerata una macchia nel Bel Paese. Dove insieme allo slogan “uccidere un fascista non è reato” spunteranno come funghi associazioni dai nomi che pagano dazio al ridicolo involontario. Come Nessuno tocchi Caino. Nelle mani di registi ormai defunti del calibro di Don Siegel, o di maestri dimenticati tipo John Milius, il tema della reazione, del borghese che adotta tre ragazzi provvedendo a loro, garantendogli un’esistenza agiata, all’insegna delle lezioni di piano, dello sport, del sogno di militare nella squadra di calcio del Milan, insieme allo sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose con la tensione che si taglia col coltello, sarebbe diventato materiale per un action movie poetico che mette una carezza in un pugno, sull’esempio dell’omonima canzone di Adriano Celentano. Prezioso. Da far vedere in piedi nelle scuole. E da vedere, rivedere, altresì per la scorrevolezza della trama, per gli avvincenti movimenti di macchina, per dei virtuosismi tecnici che non sanno mai di déjà-vu. Al contrario della metafora, più o meno identica a quella di Vite strozzate, dell’ingranaggio degli amati orologi che si possono inceppare. Al pari delle certezze. Che divenendo incertezze innescano i tòpoi del thriller. Le sequenze in cui Pierluigi Torregiani chiede un prestito in banca per aprire una seconda gioielleria è anch’essa piuttosto risaputa. Il pathos, l’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici, il motivetto western che funge da leitmotiv non danno coerenza all’assurdo poetico; però timbrano il cartellino. Gli interni domestici, il confronto ora tenero ora aspro coi figli adottivi, il sogno che diventa incubo anche in casa, l’extrema ratio di rimandare tutto indietro, come si fa con gli orologi quando vengono ricaricati, non sfuggono, invece, alla convenzione di chi segue la maniera degli antesignani. Tipo Michele Placido in cabina di regìa con Vallanzasca – Gli angeli del male.

Le parti migliori di Ero in guerra ma non lo sapevo riguardano gli scontri a muso duro di Francesco Montanari alias Pierluigi Reggiani con Pier Giorgio Bellocchio nel ruolo del commissario Giardino. L’istrionismo ben temperato del primo si lega bene alla sottorecitazione del secondo. Viceversa negli assoli, nei monologhi, negli sfoghi prima sarcastici e in seguito accorati, con le lacrime agli occhi, Montanari perde di credibilità. Sopraggiunge una vena gigionesca da mattatore riscattata qua e là dagli eloquenti silenzi. Ed è un peccato che Fabio Resinaro non abbia insistito nel lavoro di sottrazione. Aggiungendo, anziché togliere, affiora l’inopportuna egemonia dello spettacolo di secondo rango della recitazione. Sia pure da elogiare per la capacità del romanissimo Montanari di acquisire la cadenza milanese sulla falsariga di Kim Rossi Stuart in Vallanzasca – Gli angeli del male. Il riempitivo aggiunto non può celare la mancanza non di tocchi magistrali (sembrerebbero effetti speciali per un autore minore che va per la maggiore) ma d’invenzioni visive. Che infatti latitano. Sostituite da insistite correzioni di fuoco, stratagemmi escogitati dal direttore della fotografia per rendere cool determinati chiaroscuri, scopiazzature dei noir metropolitani di Michael Mann, arcinote tecniche di straniamento e slow motion, nel momento della verità, piuttosto scontati. La voluttà di toccare la vetta dell’iperbole gioca brutti scherzi. La comparazione dell’arte della guerra con le strategie d’affari, conformi all’agire economico del borghese piccolo piccolo che vuole diventare grande per il benessere dei propri cari, centra il bersaglio. Le modalità esplicative delle frasi fatte (“il fango fa sentire sporco chi ha coraggio mentre tiene al caldo chi ha paura”), le distorsioni maliziose della stampa, il clima di ostilità venutosi a creare, il rischio d’insolvenza del prestito, i comunicati deliranti dei terroristi comunisti, che giustificano il banditismo, non mancano di prestanza drammatica. Anzi ne hanno pure troppa. Quella che manca è la misura delle dinamiche interiori. Presenti unicamente in certi sguardi da Oscar di Montanari. Lì il lavoro dell’attore su stesso e sul personaggio merita una lode incondizionata. Il resto di Ero in guerra ma non lo sapevo non è noia, come canterebbe Califano, ma è molto rumore per nulla. Come scriverebbe il Grande Bardo. Shakespeare. Uno che di reazioni ne capiva.

 

 

Massimiliano Serriello