Euforia: insieme fino alla fine

Dopo un esordio sì ambizioso, ma assai poco convincente nel 2013 (Miele), l’attrice Valeria Golino ha deciso di cimentarsi nuovamente dietro la macchina da presa realizzando l’impegnativo Euforia, in cui, analogamente a quanto raccontato nella sua opera prima, viene trattato il tema della malattia terminale.

Se, tuttavia, cavalcando il tema scottante del momento, in Miele si era parlato di eutanasia, qui la regista ha voluto raccontarci principalmente la difficoltà di chi è costretto a vedere i propri cari in punto di morte.

Così, dunque, prende il via la storia di Matteo (Riccardo Scamarcio), web designer benestante e realizzato, il quale vede la propria vita cambiare nel momento in cui gli viene data la notizia che suo fratello Ettore (Valerio Mastandrea) sta per morire. Determinato a far sì che Ettore stesso non venga a conoscenza della situazione, il ragazzo fa di tutto per fargli credere in una certa guarigione.

Tema assolutamente non facile da trattare, quello sì. E, malgrado ciò, nei primi minuti la Golino si rivela particolarmente a proprio agio nel mettere in scena una situazione così complessa. Il problema, però, si presenta man mano che si va avanti con la narrazione e, in particolare, dalla seconda metà del lungometraggio in poi: è qui che una regia spesso gratuita e autocompiacente procede a piede libero (vedi, nello specifico, primi piani eccessivamente enfatizzati e ribaltamenti di macchina nel momento in cui vediamo i protagonisti correre verso il treno).

È qui che, man mano che ci si avvicina alla conclusione, si tende sempre più spesso a scadere in banali stereotipi. È qui che un personaggio tanto complesso quanto ben descritto nelle sue numerose sfaccettature come quello di Matteo perde via via di mordente, fatta eccezione solamente per la scena finale. Alla fine della fiera, Euforia finisce inevitabilmente per parlarsi addosso e, malgrado i numerosi spunti, malgrado l’indubbio impegno impiegato, rischia di fare la stessa fine di Miele, ossia non lasciare quasi nulla dietro di sé in seguito alla propria permanenza in sala.

 

 

Marina Pavido