Eugenio Ripepi: la bellezza della semplicità

Qualcuno disse che far le cose semplici era un vero punto di arrivo. E penso che abbia ancora oggi molta ragione. Eugenio Ripepi torna in splendida forma in scena con un disco che è il primo di una “dilogia” concentrata sull’annosa differenza che c’è tra la verità e l’emozione, tra il sentire e l’ascoltare: “Roma non si rade” è un disco di canzone d’autore che sottotitola “Colori a occhi chiusi – Occhio destro”, come se questo fosse l’occhio dell’emozione e della fantasia. Va oltre le apparenze senza voltare le spalle alle evidenze. E se all’amore spesso restituisce toni ironici quasi swing al sociale parla di raggae… ed è un disco che trova posto laddove il posto della semplicità non lo vuole nessuno, impegnati come siamo a cercare la trasgressione prima di tutto.

Noi parliamo spesso di bellezza. Ovviamente la cerchiamo soprattutto oltre le soluzioni sfacciate da copertina. Per Eugenio Ripepi cos’è la bellezza?
La bellezza è l’Arte. Il difficile compito del nostro tempo è trovare l’Arte nel quotidiano, allorquando il virtuale diventa l’unico filtro di osservazione , e dimentichiamo gradualmente le opere del passato fruite senza mediazione, che hanno formato il nostro pensiero: nella pittura, nella scultura, nella letteratura, nella musica e nella letteratura musicale, quella dei cantautori. Provare a creare bellezza, la poesia, da Poièo, verbo greco che attiene al fare, e che è molto più pratico di un’accezione simbolica, è un cimento a cui tutti dobbiamo essere chiamati, per migliorare un mondo che pensa di poter fare a meno della bellezza. Un’accezione pratica, è vero, e allo stesso tempo intangibile, partendo dal presupposto che l’essenziale è invisibile agli occhi, se mi perdoni abusate citazioni. La bellezza però è anche la natura che ci circonda, l’animato che consideriamo poco rispetto all’inanimato che costruiamo per vivere una realtà in grado di sostenersi da sola, a cui noi abbiamo deciso di cambiare le leggi che la regolano, pagandone chiaramente le conseguenze.

Da cantautore ti chiedo: l’annoso dilemma tra contenuti ed estetica, tra il messaggio dal peso poetico e il bello codificato dalla massa. Come gestisci e affronta tutto questo?
La massa codifica in maniera schizofrenica, e l’errore più grande è quello di aderire alle tendenze, anziché crearle. Portare avanti la propria dimensione artistica deve essere sentito come una necessità, e se non è tale, ed è condizionata dall’ansia di consenso, non è un reale bisogno interiore, ma una gretta sete di successo. Il contenuto letterario nella musica leggera è stato enormemente trascurato in questi ultimi anni rispetto alla letteratura musicale dei cantautori, a parte rare eccezioni in tutti i generi.

Un titolo che incuriosisce davvero molto. Bella l’immagine di una bellezza (grande come quella di Roma) che non si preoccupa di apparire. È anche questo il senso?
Sì, non solo di apparire bella, ma anche di prepararsi ad affrontare la giornata, soprattutto per incontrare qualcuno, fosse anche avere un aspetto ordinato per esigenze di lavoro. Roma non si rade perché non si preoccupa di prepararsi per un piccolo frammento della storia che le scansa le strade sul volto antico, lo stesso volto che ha sentito il peso della storia addosso.

Dunque questo disco “per l’occhio destro” è un disco che parla di istinti e sentimenti? Niente razionalità?
Esattamente, è lo sguardo metafisico che sicuramente è poco nitido sul reale, ma che si proietta a guardare oltre, nel bene e nel male. Più sentimento che istinto, perché quest’ultimo appartiene comunque alla sfera dell’azione. Ti direi che è più un disco di contemplazione.

Alla fine chi ha ragione?
Hanno ragione tutti, nel momento in cui ci compenetriamo nell’ottica dell’altro praticando l’empatia, difficile esercizio per questi tempi frenetici di giudizio, dove anche gli artisti vengono catalogati e confrontati tra loro secondo criteri non praticabili da sedicenti giurie assolutamente non qualificate per farlo.