Dopo aver debuttato nel lungometraggio con l’insolita ed elegiaca fiaba dark Buio, sulla scorta d’una visionarietà già avvezza ad appaiare in chiave originale l’amor vitae e il cupio dissolvi attribuendo al ribellismo adolescenziale di tre sorelle minorenni segregate dall’autocrate padre la forza significante dei percorsi di crescita suggellati tanto dai disegni color pastello specularmente opposti all’aura cupa dell’assunto quanto dal crescente dinamismo dei movimenti di macchina conforme all’egemonia degli esterni catartici rispetto ai previi interni claustrofobici sanciti dalle puntuali inquadrature statiche, l’ambiziosa regista Emanuela Rossi prosegue nell’avvolgente apologo sci-fi sulla ribellione femminile Eva il proprio percorso autoriale.

Definito appieno dall’imprinting sperimentale che la spinge a parlare di sé stessa, scandagliando a mestiere sentimenti ed empiti nascosti con storie che dal punto di vista degli accadimenti non c’entrano nulla con lei. Anche se, attraverso il rapporto tra immagine e immaginazione veicolato sia nell’intensa ed ermetica scrittura per immagini sia nella compenetrante capacità di scrivere con la luce, ne riverberano il sintomatico modo di sentire l’ordine naturale delle cose.

Contrastato dalla punta di spina del dolore, dall’alienazione, dall’ottica distorta spesso comportata dall’ardua, se non proibitiva, gestione dell’afflizione che cementa ad hoc l’emblematica interazione tra distacco temporale ed estetica ibrida. La ribellione, intesa nel caso preso in esame alla stregua d’un controverso ed estremo atto d’amore materno, contrario all’ancestrale istinto di protezione dalla prospettiva di coniugare la vita all’imperfetto a costo d’avallare l’accanimento terapeutico, costituisce il motore tematico nascosto alla base delle attanaglianti inquietudini d’ordine esistenziale. Connesse al tragitto, soprattutto onirico, compiuto dalla misteriosa protagonista femminile in mezzo ai boschi dell’Umbria. L’incipit, contraddistinto dell’incendio procurato dall’ombrosa donna in un campo di girasoli divenuti subito infiammabili giacché secchi per la fase di maturazione estiva, riverbera, con la celere propagazione sulle ampie superfici limitrofe, la metafora d’un sentimento o di un risentimento divampato a macchia d’olio. Il clima di mistero, legato al presunto fuoco del rimorso che introduce pure gli spettatori estranei all’appagamento mentale derivante dai puzzle nel canonico labirinto d’ipotesi da brividi, tende quindi ad anteporre lì per lì la meditazione focalizzata abituata a veleggiare in superficie all’atmosfera contemplativa incline invece ad andare in profondità. È la geografia emozionale ad alzare a stretto giro di posta l’asticella.

Con l’effigie dell’imponente cascata, connotata dal vertiginoso salto d’acqua, che riflette l’altalena degli stati d’animo insieme al fluire inarrestabile della vita. Ed ergo al superamento degli ostacoli. L’incrociarsi degli sguardi, spesso diffidenti, nell’ambito della scoperta dell’alterità, di qualcosa cioè di diverso dal solito tran tran quotidiano destinato a divenire man mano familiare, pone in evidenza lo spettacolo subalterno della recitazione. Garantito, dapprincipio, dalla sorprendente Carol Duarte, brava comunque pure nel mélo La vita invisibile di Eurídice Gusmão diretta dall’erudito connazionale Karim Aïnouz, e, quando i nodi cominciano a venire al pettine, dal misurato ed eminentemente introspettivo Edoardo Pesce. Che, a dispetto dell’ingombrante fisicità, ricava dal compiuto gioco fisionomico tramutato in una sorta di paesaggio emotivo la profondità psicologica provvisto della sottigliezza idonea ad aderire agli eloquenti silenzi dell’apicoltore Giacomo. Rimasto vedovo con l’incombenza di sorreggere il simpatico ma labile figlioletto Nicola nell’attanagliante elaborazione del lutto. Lo spettacolo principale della regìa di Emanuela Rossi rientra però nell’ordinaria amministrazione mentre colloca nella vetusta necessità espressiva dei campi lunghi il contraltare ideale ai pur toccanti primi piani. La profondità di campo, attigua al risaputo avvicendamento di habitat stimolanti ed esseri umani partecipi, indirizza così la vicenda cronologica nell’ennesimo caso del paradiso panteistico regredito ad abominevole inferno zeppo d’imprevisti sviluppi nella trama secondo gli arcinoti parametri dell’horror spurio a braccetto del giallo.

La razionalizzazione dell’assurdo, che converte l’onnipresente scoperta dell’alterità nel salto di qualità concesso dalla risolutiva scoperta poetica, trae viceversa partito dal timbro anticronologico ravvisabile nello sdoppiamento tra realtà e sogno. Attinto, partendo dal contesto apocalittico di Buio sino ad arrivare al viaggio nella mente scossa dagli eventi in merito all’intrinseca autodeterminazione, volta a porre termine al dolore in eccesso del sangue del suo sangue, di Eva, al cult di riferimento The others del guru cileno Alejandro Amenábar. Nondimeno il racconto deliberatamente non lineare, impreziosito dalla struttura a scatole cinesi convalidate dall’uso guidato dal fulgido carattere d’ingegno creativo dei flashback grazie altresì al prezioso supporto fornito dall’avveduto montaggio curato da Davide Miele, trascende la deleteria accidia delle idee attinte all’altrui acume. Emanuela Rossi, scevra quindi dall’impasse dei nani sulle spalle dei giganti, preserva le battute conclusive dall’incognita di pagare dazio ai limiti delle programmatiche opere di giustapposizione. Che imparentano l’idea di vita degna al tormento delle anime che sa abbondantemente di scontato. Eva, al contrario, manda a carte quarantotto qualsivoglia sensazione di vacuo déjà vu snudando nella statica sequenza finale correlata al concetto di sospensione temporale il cortocircuito della poetica mutevolezza. Con la formazione in superficie del ghiaccio nella congerie circostante di conifere e vette maestose situate dall’alto al basso dell’acqua mantenuta liquida sul fondo simbolico del lago carico d’inobliabile senso.

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