
Parlare con F. Pozzy significa attraversare una storia che non si misura in mode, ma in scelte. La sua carriera, iniziata nei primi anni Ottanta, è il racconto di un artista che ha sempre preferito la fedeltà a sé stesso alla ricerca di approvazione. In un contesto musicale in continua trasformazione, Pozzy ha mantenuto una rotta precisa, costruendo un’identità solida che si è evoluta senza mai perdere autenticità.
Con Rebel, il suo ultimo lavoro, riafferma una visione del rock come linguaggio sincero, capace di unire potenza e profondità emotiva. Canzoni come You Are My Love Again mostrano una sensibilità che convive naturalmente con l’energia più ruvida, dimostrando come il rock possa ancora raccontare storie vere e vissute. Il tempo, invece di attenuare la sua urgenza espressiva, sembra averla resa più consapevole. Questa intervista nasce per esplorare il valore del percorso, il peso delle scelte e il significato di continuare a fare musica oggi con la stessa intensità di ieri.
1. Guardando indietro ai tuoi inizi negli anni Ottanta, c’è una scelta che senti abbia definito in modo irreversibile il musicista che sei oggi?
All’inizio la mia passione era completamente rivolta al country rock americano. Gruppi come Eagles, Poco e Crosby, Stills, Nash & Young hanno avuto un peso enorme nella mia formazione. Ricordo perfettamente quando, nel 1976, acquistai Hotel California appena uscito: ancora oggi lo ascolto e lo percepisco come qualcosa di speciale, quasi un dono eterno.
Con il tempo, però, il rock mi ha travolto in modo totale. Queen, Led Zeppelin, Van Halen, AC/DC, Boston e soprattutto i Deep Purple — insieme alle loro evoluzioni in Rainbow e Whitesnake — sono diventati una vera scuola, una fonte continua di energia e ispirazione. Se penso ai cantanti che più mi hanno segnato, non ho dubbi: Don Henley degli Eagles, Brad Delp dei Boston e, per il metal, Ronnie James Dio, che considero un maestro assoluto e un punto di riferimento costante nella mia musica.
2. Nei tuoi brani si avverte spesso un senso di vissuto reale: quanto della tua vita personale entra nella scrittura e quanto, invece, resta volutamente fuori?
Credo molto nell’amore e nei rapporti umani, ed è questo il cuore di ciò che scrivo. La mia musica nasce da ciò che vivo e sento davvero. In Rebel ho lasciato emergere il lato più istintivo, ribelle e selvaggio della mia personalità. Sono due facce della stessa persona, quella più dolce e quella più ribelle, che convivono naturalmente e trovano entrambe spazio nelle mie canzoni.
3. You Are My Love Again parla di ritorni e resistenza nel tempo: credi che anche il rock, oggi, sia chiamato a resistere per continuare a esistere?
Sì, credo che il concetto chiave sia proprio la resistenza. Oggi si parla molto d’amore, ma spesso manca la capacità di sacrificarsi, di sopportare, di restare accanto agli altri nei momenti difficili. Senza questi valori si perde qualcosa di fondamentale, non solo nella musica ma anche nella vita. Quando questo accade, rischiamo di smettere di essere veramente umani e di diventare soltanto ombre di noi stessi.
4. In una carriera così lunga, il rapporto con il pubblico cambia: cosa cerchi oggi nello sguardo di chi ascolta la tua musica?
I gusti del pubblico cambiano nel tempo e non sempre coincidono con i miei. Sono però convinto che la mia musica possa parlare soprattutto a chi non è più giovanissimo e sente una certa nostalgia. Non vedo nulla di negativo in questo. Gli anni Settanta e Ottanta sono stati un periodo magico per la musica, probabilmente il migliore di sempre, e io sono profondamente legato a quell’epoca. Spero che chi ascolta possa rivivere quell’energia e quei momenti che hanno segnato una generazione.
5. Se Rebel fosse una tappa di un viaggio più ampio, come immagini il prossimo capitolo della tua storia musicale?
Il prossimo capitolo del mio percorso è già in fase di sviluppo e continuerà a unire le mie due anime, quella rock e quella pop. La mia storia musicale va avanti finché ne avrò la possibilità, con l’idea che ogni brano debba raccontare qualcosa di me, del mio punto di vista e delle emozioni che vivo e condivido. Posso anticipare che il titolo del nuovo lavoro potrebbe essere My Personal Point of View, un nome che rappresenta bene ciò che voglio trasmettere al pubblico nel 2026: un viaggio personale, sincero e ricco di energia.
