
Fabrizio La Monica, regista siciliano di talento, ha saputo trasformare le limitazioni del cinema indipendente in opere di grande impatto emotivo e visivo, conquistando festival internazionali e piattaforme come Amazon Prime Video e Tim Vision. Con una poetica che spazia dal thriller al dramma, passando per la fantascienza concettuale, La Monica racconta storie universali con un forte radicamento nella sua terra natale, la Sicilia. In questa intervista esclusiva, il regista di Bagheria ci svela il suo approccio creativo, le sfide della produzione indipendente e il legame con i suoi collaboratori storici.
Fabrizio, sei un regista che ha conquistato festival internazionali con film indipendenti a basso budget. Qual è il tuo segreto per trasformare risorse limitate in storie di grande impatto visivo ed emotivo?
Nessun segreto particolare: in primis penso a delle storie realizzabili senza strafare o che non richiedano esborsi economici eccessivi, cerco di dare sostanza alla storia e ai personaggi focalizzandomi sullo sviluppo psicologico, che di base è sempre interessante. Inoltre, lavoro con una squadra ristretta che crede nel sogno comune, questo aiuta molto.
La tua Sicilia è spesso al centro dei tuoi film. Come influenza la tua terra natale il tuo modo di raccontare storie e scegliere le location?
La Sicilia è al centro del mio cinema per un banale limite geografico: essendo io nato e cresciuto qui, mi viene più semplice trovare ciò di cui ho bisogno, ma le mie storie potrebbero essere adattate a (quasi) qualsiasi parte del mondo, con qualche modifica di sceneggiatura. La Sicilia in sé mi ha dato tanto in termini paesaggistici e di maestranze, e in autunno ha un clima fantastico per girare.
Hai fondato Kàlama Film insieme a Ferdinando Gattuccio. Cosa significa per te lavorare con un team di talenti siciliani, e come gestite le sfide di una produzione indipendente?
Il mio sodalizio con Ferdinando Gattuccio è ormai consolidato e totale; una delle poche certezze della vita è che su di lui posso sempre contare. Sono rari i soci, e gli amici, così. Sono stato fortunato: senza di lui (e non solo di lui) non avrei potuto realizzare nulla di quello che ho fatto. E so per certo che la stima è reciproca.

Film come Dio non ti odia e Il buio del giorno mescolano generi come thriller, horror e dramma. Come scegli le tematiche e i toni dei tuoi progetti, e quali registi o film ti ispirano?
Le mie ispirazioni derivano dal cinema in generale: amo la settima arte e ogni film che guardo mi lascia dentro qualcosa, anche quelli che non apprezzo. Il subconscio rielabora in fase creativa, quindi non saprei indicare dei modelli di riferimento; spesso è il pubblico che li trova per me. Quando uscì Dio non ti odia, ormai vari anni fa, ci furono molti accostamenti (ovviamente con le dovute proporzioni) a maestri come Bergman, Herzog e Bava (padre). Chiaramente mi riempirono d’orgoglio. Comunque, tra le mie ispirazioni figurano anche la letteratura e i videogiochi, essendo io un avido lettore e videogiocatore, ma anche lì non ci sono titoli specifici ai quali penserei: cerco di assorbire qualcosa da tutto ciò che amo.

Hai collaborato con nomi importanti come Sergio Stivaletti per gli effetti speciali e Marco Balzarotti per il doppiaggio. Come nascono queste collaborazioni, e quanto hanno influenzato il tuo lavoro?
La prima volta che sono stato nel laboratorio del grande Stivaletti, a Roma, mi sentii come un bambino che metteva piede a Disneyland. La mia collaborazione con lui per il film Il buio del giorno è stata decisamente fruttuosa: oltre ad aver instaurato un bel rapporto personale, i ricordi di quei giorni in cui il maestro e il suo team realizzavano gli effetti del mio film sono impressi nella mia memoria, ed è indubbio che questa collaborazione ha portato prestigio al film.
Con Marco Balzarotti la situazione non è dissimile: ero da sempre un suo grandissimo fan e quando accettò di prestare la sua voce per il mio killer, stentavo a crederci. Impiegai poco a scoprire che, oltre ad essere un gran professionista, era anche una splendida persona e ho il piacere di sentirlo ancora ogni tanto per una chiacchierata. Anche qui, con queste due collaborazioni importanti, non posso che sentirmi grato e fortunato.

In Una via fredda per l’Inferno affronti un confronto esistenziale in un contesto fantascientifico. Cosa ti ha spinto a esplorare questo genere, e come hai bilanciato l’aspetto intimo con quello più visionario?
Una via fredda per l’Inferno è il mio ultimo film ed è anche il più complesso. Sta avendo un buon successo e un buon responso critico, quindi non posso che esserne felice. L’idea di proporre una storia che virasse verso una sorta di fantascienza concettuale è stata un rischio, ma c’erano dei messaggi che volevo veicolare e quella penso sia stata la strada giusta per quel tipo di storia. Il focus rimane sempre sui personaggi e sul mondo che li circonda, un mondo crudele, questo è un elemento ricorrente nei miei film. Non voglio approfondire ulteriormente perché il film è uscito da poco e lascio al pubblico il piacere, si spera, della scoperta. Solo, non aspettatevi un film semplice e diretto: qui chiedo un po’ più di attenzione rispetto al solito.
I tuoi film hanno ricevuto riconoscimenti in molti festival sia in Italia che all’estero. Quanto è importante per un regista indipendente il circuito dei festival, e come ha cambiato la tua carriera?
Sì, negli anni i riconoscimenti non sono di certo mancati. Ho partecipato, ora non ricordo il numero esatto, a festival che superano agilmente la cinquantina, e di alcuni di questi, dove sono riuscito ad andare personalmente, ho ricordi bellissimi e indelebili. I festival sono importanti per un regista emergente: ci vuole sempre qualcuno che riconosca la tua opera, serve per migliorare. Il confronto è importante; inoltre, sono l’occasione giusta per incontrare colleghi e personalità affini provenienti da tutta Italia. È il modo giusto per far conoscere il proprio film, ma rimanendo sempre con i piedi per terra.

Hai dichiarato in passato di ammirare Giuseppe Tornatore, anche lui di Bagheria. Senti un legame artistico con lui, o preferisci percorrere una strada completamente diversa?
Sì, ammiro Tornatore come ammiro qualsiasi altro regista di talento. Il fatto che io sia cresciuto nel suo stesso paese, però, non ha nessun collegamento con la stima per il regista. Colgo l’occasione per consigliarvi il film suo che reputo più bello, Una pura formalità, dato che non è tra i suoi più famosi.
I tuoi lavori sono disponibili su piattaforme come Amazon Prime Video e Tim Vision, un traguardo non scontato per il cinema indipendente. Come vedi l’evoluzione della distribuzione digitale per registi come te?
Il fatto che le sale vivano una crisi destinata a peggiorare mi provoca profonda tristezza: i cinema chiudono e le piattaforme streaming proliferano. Per alcuni è evoluzione, per me no, ma è indubbio che l’arrivo dei miei tre lungometraggi su Prime Video (oltre alle uscite in home video per la società Home Movies – Caffè da brivido) abbiano fatto sì che molta più gente conoscesse le mie opere rispetto a qualche fugace uscita in sala.
In un’intervista precedente hai detto di essere più conosciuto nel resto d’Italia che in Sicilia. Come vivi questo paradosso, e cosa pensi si possa fare per valorizzare di più il cinema indipendente nella tua regione?
Beh, è un dato di fatto: non ho mai ricevuto nemmeno una semplice telefonata da un assessore alla cultura del luogo dove vivo e lavoro, per fare un esempio, mentre ho ricevuto tanti inviti e riconoscimenti in varie altre parti d’Italia (e anche nella stessa Sicilia, ma lontano da Bagheria). Prendo atto, non è un qualcosa che mi infastidisce più di tanto, anche perché le mie soddisfazioni le ho prese in più occasioni. Penso solo che il disinteresse delle istituzioni sia parabola di un problema che affligge questa nostra isola e che si estende a tanti altri settori e non solo a quello della cultura. Non è un bel posto dove vivere né dove lavorare, e non vedo chissà quali margini di miglioramento.
I tuoi film spesso esplorano temi come la solitudine e il nichilismo. C’è un messaggio o un’emozione che speri sempre di lasciare agli spettatori?
È indubbio che i miei film, pur essendo narrativamente molto diversi tra loro, abbiano un filo comune, la cosiddetta “poetica dell’autore”, e che nel mio caso sia molto nichilista. La cosa divertente è che nella vita io mi reputo una persona goliardica e allegra, in netto contrasto con le storie che mi vengono in mente. Io creo i film che mi piacerebbe vedere: in primis, l’obiettivo è divertire lo spettatore, intrattenerlo. Sono sempre felice quando leggo poi le analisi a riguardo, ma il mio scopo primario non è lanciare messaggi; vorrei solo che la gente si ricordi di quello che ha visto.
Lavorare con figure ricorrenti come Ferdinando Gattuccio, Antonino Scaglione, Roberto Romano o Eugen Neagu, solo per citarne alcuni, sembra essere una tua cifra stilistica. Quanto è importante per te creare un “gruppo” artistico affiatato?
Beh, squadra che vince non si cambia, molto banalmente, ed è fondamentale per me lavorare con un clima il più possibile sereno, dato che gestire un set è sempre una sfida. Tendo a richiamare le persone con le quali mi sono trovato bene sia come cast tecnico che artistico, ma penso che facciamo tutti un po’ così.
Il cinema indipendente italiano sta vivendo un momento di grande vitalità. Quali sono, secondo te, le sfide e le opportunità per i giovani registi in questo contesto?
Sì, l’indie italiano è florido e il numero di produzioni è alto. Il problema è che non è molto alto il pubblico interessato a questo tipo di operazioni, unito poi alle tragiche decisioni del governo attuale sui tagli al cinema. Penso che questo sia il momento peggiore, fin da quando ho memoria, per cercare di dire qualcosa in questo panorama, dato che hanno sistematicamente tagliato le gambe a tutte quelle piccole case di produzione che già con enorme fatica cercano di creare. Un altro grosso limite del cinema indipendente italiano è una famosa guerra intestina senza senso, dove molti registi sperano (e a volte agiscono in favore) del fallimento altrui, anziché cercare di migliorare la situazione per tutti. La classica guerra dei poveri di cui io personalmente faccio volentieri a meno, ma che esiste e automaticamente danneggia tutti.
Un’ultima domanda per i lettori di Mondospettacolo: se dovessi consigliare uno dei tuoi film a chi non ti conosce ancora, quale sceglieresti e perché?
In realtà chiederei che cosa ha voglia di vedere in quel momento. Un thriller crudele, violento e “divertente”? Il buio del giorno. Un dramma gotico dalle atmosfere rarefatte che richiami il cinema del passato? Dio non ti odia. Un’avventura dai significati allegorici e misteri da risolvere? Una via fredda per l’Inferno. Qualsiasi sia la scelta, non posso che augurare una buona visione con questi tre piccoli film, perché tali sono, ma grande è stato l’impegno che abbiamo messo nel realizzarli.

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