Fahrenheit 11/9: “Se abbiamo Trump è colpa di Obama”, parola di Michael Moore

Fahrenheit 11/9  è l’ultima fatica di Michael Moore, presentata  alla tredicesima Festa del Cinema di Roma. Un film che, a dispetto di quello che ci si aspettava, non è contro Trump, ma contro tutti. Un semplice capolavoro del cineasta nato a Flint.

Fahrenheit 11/9 è un film difficile da descrivere in poche righe. Il consiglio che vi diamo è quello di dedicare due ore della vostra vita per vederlo, perché Michael Moore ci tiene che venga visto in sala insieme agli altri spettatori. Un film che vi permetterà di comprendere tante cose del suo paese, ma che, inevitabilmente, coinvolgono il mondo intero.

Il cambiamento climatico è ormai in atto, non è certo per colpa di Trump, che si è ritirato dagli accordi di Parigi (che in ogni caso saranno operativi solo dal 2020), ma, se il cambiamento politico negli Stati Uniti e in tutto il mondo non avverrà a breve, per Moore sarà anche colpa vostra che non avrete voluto trovare due ore del vostro del tempo per vedere un film che vi farà riflettere.

Ci focalizziamo sui punti che maggiormente ci hanno convinto, dove il regista, partendo dal  pretesto di come si sia arrivati alla presidenza Trump, ci conduce all’interno della politica americana, sempre con il suo stile ironico, fatto di tanti montaggi molto divertenti e graffianti. E ci consente di comprendere che  la perdita di identità del Partito Democratico, la mancata  elezione di Hillary Clinton, è una storia che parte da molto lontano.

Nel lungometraggio, oltre a sottolineare il pericolo Trump con un suo personale “Io ve lo avevo detto”, Moore giunge perfino ad uno scomodo paragone con  Adolf Hitler,  inserendo in alcune scene  la voce dell’attuale Presidente degli Stati Uniti sulle immagini di uno dei discorsi del dittatore.

Forse una deriva esagerata, a cui fa da contraltare quello che proprio nessuno poteva aspettarsi, ovvero sbugiardare anche il venerato presidente Obama. Grazie ad un episodio accaduto proprio nella sua città, Flint nel Michigan, da sempre scenografia dei suoi film, Moore ci racconta un fatto totalmente sconosciuto a noi europei su un problema locale riguardante la crisi idrica.

Bernie Saunders avrebbe potuto essere il primo Presidente “socialista”, ma ha dovuto effettuare un passo indietro per fare spazio a quella che si pensava fosse la prima donna a diventare presidente. Donald Trump, grazie anche al suo geniale stratega Steve Bannon, ha capito dove doveva spendere la sua immagine per vincere, cercando il consenso in  quegli stati che lo avrebbero portato a comandare la nazione più potente del mondo.

Ma, ovviamente, questo è solo l’episodio clou di tutto Fahrenheit 11/9, che ci lascia ben poche speranze e che fa comprendere a noi, europei e italiani, che gli americani con Clinton, Bush, Obama e, ora, Trump, in realtà, come il Gattopardo, cambiano per non cambiare.

Il potere resta ben saldo nelle mani delle lobby e dei ricchi, a prescindere dal colore della pelle, e, come sempre, è l’avidità che spinge la nazione più potente del mondo ad esercitare la sua forza.

La flebile speranza di un’America che possa farcela viene affidata alle immagini dei ragazzi ancora minorenni del movimento MarchFourOurLives, che, dopo l’ennesima strage in un liceo, hanno detto “Basta” e vogliono la riforma vera sul controllo delle armi.

Al termine comprendiamo bene che non stiamo vedendo un bel film documentario di un bravissimo cineasta, bensì un pezzo di storia di vera che abbiamo vissuto e ci ha influenzati direttamente o indirettamente. La realtà di una triste nazione dove nessuno è innocente nel suo sistema politico; man mano che si comprende che quel presidente dal ciuffo rosso o l’altro dalla pelle nera, dentro, sono fatti tutta della stessa pasta… anche perché un politico italiano ormai scomparso disse”Il potere logora chi non c’è l’ha”.

 

 

Roberto Leofrigio