Falling – Storia di un padre: l’esordio alla regia di Viggo Mortensen

Trarre partito da un capolavoro assoluto come Viaggio a Tokyo di Yasujirō Ozu costituisce un bell’azzardo e al medesimo tempo lo stimolo ideale per il talentuoso ed esperto attore statunitense Viggo Mortensen, che esordisce alla regia con Falling – Storia di un padre adattando le suggestioni poetiche del panteismo naturalistico alla ruffianeria dei mélo.

Non vi è però alcuna traccia degli empatici ed emblematici scavalcamenti di campo realizzati dal compianto maestro giapponese insieme al taglio geometrico delle inquadrature, alla cura dei semitoni, allo sguardo basso della macchina da presa. Decisa così ad afferrare lo spaesamento provocato dall’impatto al crepuscolo con l’universo metropolitano, l’analfabetismo sentimentale occultato nei consorzi domestici, l’analisi dei caratteri colti dal vivo. In grado di sorprendere nel momento di tirare le somme.

Falling – Storia di un padre, invece, risulta piuttosto prevedibile. Viggo Mortensen si ritaglia sù misura il ruolo del pilota d’aereo John intento a subire senza scomporsi più di tanto gli insulti dell’anziano genitore Willis. Costretto ad abbandonare la fattoria natìa per ricevere nell’odiata Città degli Angeli le cure mediche per lenire gli impietosi acciacchi. L’identità dei territori eletti a location, utilizzata da Ozu per vagliare il rapporto tra habitat ed esseri umani e lo scoglio dell’alienazione, resta in superficie: Los Angeles è mostrata in maniera frettolosa ed esornativa. D’altronde le molle di Mortensen non sono certo la forza significante del cinema d’atmosfera, l’intensa scoperta dell’alterità, l’indagine cronotopica connessa ai paesaggi riflessivi. Gli stanno decisamente più a cuore gli stilemi del dramedy, tipo Qualcosa è cambiato di James L. Brooks, le scene madri gradite alle platee dai gusti semplici, l’attitudine ad affidare le sorti della trama all’appassionante psicotecnica recitativa. Anziché all’ampia tastiera di umori ed empiti, ora d’insanabile rabbia ora d’inattesa tenerezza, mandati ad effetto grazie all’avvertita cifra stilistica. In questo caso il processo di stilizzazione cede presto la ribalta a quello d’identificazione. Con buona pace del pubblico dal palato fine. Avvezzo ad anteporre alla partecipazione emotiva favorita dal gioco fisionomico degli interpreti di gran razza il fulgido piacere dell’intelletto innescato dal risoluto ingegno creativo. La parte del leone al tramonto spetta al prodigioso Lance Henriksen. Già in odore di Oscar per l’accattivante aderenza alla manifesta ruvidezza dell’ormai vetusto Willis. All’imperterrita irriverenza.

Alle pieghe beffarde dell’omofobia, dell’incomunicabilità, esacerbata dalla demenza senile, del disincanto. Dinanzi agli appelli al buon cuore. Il risvolto tragico, doloroso, straziante in alcuni punti, ricava tuttavia poca linfa dalle modalità esplicative innescate dai frequenti flashback. Anche se la prova di Sverrir Gudnason nei panni del patriarca nel fiore degli anni, che traligna comunque l’affetto per l’avvenente moglie e la dolce prole in mera protervia, non delude le attese, il ricorso ai vari match-cut visivi sa di accomodaticcio. Al contrario della perspicace Claudia Sainte-Luce che in La caja vacía scandaglia lo spasimo del disordine mentale, il puzzle da riempire, tassello per tassello, senza disperdere nell’esaltazione formalistica la densità di contenuti dell’aura contemplativa, delegando all’antiretorica l’onere e l’onore di lasciare l’impronta propizia dell’inedita suspense, Mortensen pesca nell’ovvio. I cospicui siparietti colmi d’invettive, d’inesauste battute al vetriolo sulla vita sessuale della risentita progenie, strappano franche risate. Secondo il programma che prevede l’arcinoto connubio del sarcasmo burlesco coi pistolotti edificanti. Destinati ad avere la meglio. Sulla falsariga dell’applaudito ma ampolloso Scent of a woman – Profumo di donna. Temprato dalla lunghissima gavetta, consapevole dell’opportunità di apporre in zona Cesarini una rimarchevole inversione di tendenza alla propria carriera, Lance Henriksen fornisce una performance d’affissione.

Lo spettacolo di primo piano della scrittura per immagine appare, viceversa, latitante. L’elementare efficacia dei contrasti chiaroscurali, in merito all’egemonia etica degli esterni catartici sugli interni opprimenti, l’attesta inequivocabilmente. Trascinando nelle secche dell’infeconda magniloquenza di facciata lo spirito di rivalsa, gli scontri, gli incontri, l’egoistica solitudine, l’amore per la caccia, l’ennesima morale venatoria, gli eloquenti silenzi. Dietro di cui si cela il tatto segreto del babbo irrisolto. La bravura disuguale della recitazione, degna d’encomio pure per l’indubbia ricchezza di sfumature garantita dalle figure di fianco, e degli slanci pittorici, che ritraggono in filigrana nel luogo identitario cosparso di neve l’effigie della purezza perduta frammista all’evocativo rimpianto, semina al vento. Riuscire ad appaiare le modalità di presenza, in linea coi fantasmi del passato, degli spazi dell’anima, sull’esempio dell’inarrivabile guru Terrence Malick, e il sensibilismo dei fremiti sommessi è roba infatti da cerchiobottisti. L’andatura zoppicante di Falling – Storia di un padre sminuisce i già tenui nessi narrativi e metaforici ed esaspera con le reiterate correzioni di fuoco concepite dalla banale fotografia le penombre psicologiche. Giunte in vano soccorso dell’arruffato nodo di cinismo e bonomia, d’inappellabile condanna ed estrema pietà. L’oscillante opera di giustapposizione lascia quindi perplessi. Il caldo elogio meritato dall’intero cast, con Henriksen sugli scudi, non basta a compensare le sbavature patetiche, l’aria d’insalubre déjà-vu, la smania dell’iperbole, preferita alle soppesate note intimiste, e il tedio della predica. Che sciupa lo sforzo sepolcrale del liturgico epilogo. Ad maiora, Mr. Mortensen.

 

 

Massimiliano Serriello