Il proverbiale mix di sapiente bizzarria ed estro malincomico dell’esperto regista statunitense Jim Jarmusch, in grado di trascendere tanto gli stilemi dei soliti prison movie in Daunbailò quanto delle prevedibili horror comedy in Solo gli amanti sopravvivono riuscendo quindi ad appaiare l’aura contemplativa ravvisabile nel minimalismo narrativo ai modi disinibiti connessi al valore terapeutico dell’umorismo che converte l’impasse degli inalienabili outsider nello zenith d’un climax carico di senso, trova altresì conferma nell’ultima fatica, Father Mother Sister Brother, insignita alla ottantaduesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con l’assegnazione del Leone d’oro per il miglior film?

L’emblematica vivisezione analitica delle famiglie disfunzionali, con le rondini che tornano al nido a distanza di parecchie primavere constatando o la mesta involuzione o l’attanagliante cupio dissolvi degli ex riferimenti per tutti i punti rappresentati dai genitori giunti al capolinea, ricorre all’emblematico fil rouge che unisce i vari brindisi, con le tazzine piene man mano d’acqua, tè e caffè intente a scalzare il rito di sollevare per lo stelo all’altezza degli occhi calici di vino, nonché l’implicita meditazione sull’ennesima ricerca del tempo perduto cara a Marcel Proust.

Simboleggiata, conformemente all’intelaiatura del film a episodi, dai rolex in possesso dell’immusonito Padre (Father) chiuso nel guscio della propria abitazione, a West Milford, senza però trovare pace nella natura invernale del lago limitrofo, dell’algida Madre (Mother), restia ad accogliere nella sua elegante ma disturbante casa le figlie poco attente al bon ton, e del defunto capostipite degli affiatati fratelli neworchesi (Sister Brother) riunitisi a Parigi per dare l’estremo saluto all’appartamento ormai vuoto dei genitori scomparsi. Nel primo episodio l’ormai scontata egemonia della contemplazione del reale, circoscritto alle barriere emotive stratificate nel corso degli anni ribaltando i ruoli nel rapporto dei genitori al crepuscolo e dei figli maturi biologicamente seppur marci sul versante sentimentale, dovrebbe riuscire ad appaiarsi appieno all’interazione tra interni oppressivi ed esterni riflessivi. Invece, alla prova del nove, con buona pace della velleità di conferire un compenetrante riverbero allegorico alla geografia emozionale accostata alla conoscenza della natura umana approfondita tra quattro mura sulla scorta degli stilemi dei densi ed ermetici apologhi surreali tipo L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, i capisaldi di qualsivoglia situazione dolceamara, solitamente associata dall’involuto autore alla perenne sensazione di sospensione, risultano latitanti. Al pari della certosina cura dei particolari. Svilita dalle deleterie modalità esplicative che soffocano la spontaneità di tratto congiunta di regola da Jarmusch alla schietta fonte di divertimento garantita dai non detti, dagli accumuli di rabbia, dai declini cognitivi ribaltati in mordaci giustapposizioni correttive. L’atmosfera malsana dell’incomprensione, ravvisabile nelle sagome sbiadite dalla canonica correzione di fuoco sullo sfondo della seconda generazione mentre troneggia la maschera una volta gigionesca dell’attore feticcio Tom Waits intento ora ad anteporre la forza significante della sottotecitazione nel ruolo del refrattario anfitrione, veleggia in superficie. L’innesto in zona Cesarini dell’ovvia musica extradiegetica finisce persino per contraddire la sobrietà dell’antiretorica.

Sconfessando de facto il timbro evocativo. Che sembra riacquisire brio nel secondo episodio. In cui, parallelamente all’incrociarsi programmatico degli sguardi tra Madre e figlie con il tormentone del brindisi avverso alla prassi tradizionale, Jarmusch abbandona la velleità di comparare l’arcinota critica antiborghese all’indagine comportamentistica. Il disseccamento degli affetti, a braccetto dell’inane leitmotiv del compiaciuto minimalismo, non è quindi più eretto arbitrariamente ad antidoto contro il patetismo dell’enfasi di maniera. Per poi pagare dazio lo stesso al predominio del sensazionalismo dell’ineluttabile smarrimento dei vincoli di sangue e di suolo sugli sprazzi di misurato sarcasmo sparsi qua e là dal bravissimo Tom Waits. Sopra di diverse spanne alla scolastica performance di Adam Driver nei panni dell’erede distaccato. Charlotte Rampling domina da gran signora dello schermo la scena in seno al consorzio domestico. In attesa della visita delle ragazze cresciute nelle strade della capitale irlandese. Nondimeno la trovata di spostare il centrotavola perché imballa le occhiate intrecciate secondo copione alla stregua dei cin cin stonati non è sufficiente a distillare di ragguagli psicologici ed eminentemente metaforici il governo degli spazi. Sprovvisti dei movimenti di macchina necessari a trasformarli in fulgidi catalizzatori di memoria. All’origine degli insanabili dissidi. Celati dalle buone maniere di circostanza. Nel terzo episodio l’indifferenza cede la ribalta alla condivisione. L’ottimizzazione dell’alchimia dei gemelli impersonati da Indya Moore e Luka Sabbat ricava linfa dal richiamo citazionistico suggellato dal parcheggio dell’automobile nella riga di gesso tratteggiato ghermito dell’inquadratura dall’alto sull’esempio di Lars von Trier in Nymphomaniac. Perché sancisce, in filigrana, la palingenesi dalla disgressione dai vincoli in crisi all’immersione negli affetti redivivi mediante i ghiribizzi compositivi attinti all’approccio postmoderno. Che però, stringi stringi, diviene un mero ripiego, benché suggestivo lì per lì, allo scopo di mutare i mesti finali precedenti in un happy end estraneo alle secche dell’inutile retorica.

La solerzia delle carrellate avanti e indietro, spesso a precedere, insieme ad alcune azzeccate panoramiche, specie confronto alla calma piatta iniziale, apre nuovi spiragli nell’esplorazione intima dei vincoli di sangue e di suolo in un appartamento spoglio simile a quello di Ultimo tango a Parigi. L’amore puro del Fratello e della Sorella, diverso in toto dal sesso senza amore destinato a tralignare in tragedia nel capolavoro erotico ed elegiaco di Bernardo Bertolucci, è impreziosito dalla ragguardevole componente cromatica impressa dall’attenta fotografia nei pertinenti tagli di luce sul gioco fisionomico dei volti. Manca tuttavia ugualmente l’audacia tecnica ed espressiva per trasportare gli spettatori scaltriti in una trascinante ed eclettica atmosfera che va dalla rassegnazione alla digressione dai legami coi procreatori alla frutta. Sino ad arrivare all’inversione di tendenza dell’immersione. A corto delle consuete impennate ironiche e degli irrinunciabili ritocchi contenutistici frammisti alle sfumature poetiche. Estranee, sia in prassi sia in spirito, agli accostamenti speculari tra note stonate e intonate in merito alla disamina delle vicende interpersonali che suonano così impersonali. La camera look dove i personaggi di Jarmusch indirizzano le frequenti strizzatine d’occhio per rompere la celebre quarta parete non basta a rimediare all’impasse d’illanguidire la morale della favola anziché renderla sferzante. La maestria superiore dei franchi tiratori della Settima arte che affrontano tematiche pesanti con mano leggera è sostituita alla carlona dal procedimento diametralmente opposto. Father Mother Sister Brother, con buona pace dei riconoscimenti tributati al Lido a settembre, stenta ad approdare sul terreno dell’arte. Né cattura il tempo sospeso coi debiti campi di transizione, allergici sul serio a fronzoli od orpelli vari, che prevedono davvero la rigenerazione del disadorno minimalismo in empatico lirismo. Il carattere sbrigativo, che manda a carte quarantotto la possibilità d’usufruire dell’indispensabile carattere d’ingegno creativo, spaccia la rancida rarefazione per l’avvicendarsi pungente e toccante d’immersione ed esplorazione dei vincoli chiamati in ballo.

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