February – L’Innocenza del Male di Oz Perkins

Forse non tutti sanno che Anthony Perkins, l’attore che prestò il suo volto ad uno dei killer più noti della storia del cinema, Norman Bates del film Psyco di Alfred Hitchcock, tanto chiacchierato ai tempi per le sue molte relazioni omosessuali, fu in realtà ostentatamente bisessuale, e nel 1973 sposò l’attrice e modella Berry Berenson. Da questa coppia nacquero due figli, Osgood, detto Oz, ed Elvis, divenuti il primo attore, regista e sceneggiatore ed il secondo musicista e cantante. Ebbene, il film di cui voglio parlarvi oggi, February – L’Innocenza del Male (titolo originale The Blackcoat’s Daughter), classe 2015, vede coinvolti nel progetto entrambi i fratelli Perkins: si tratta infatti del primo lungometraggio come regista di Oz, che ne firma anche la sceneggiatura, mentre il fratello si occupa della parte musicale e degli effetti sonori. L’estrema eleganza formale che contraddistingue questa pellicola verrà sviluppata con ottimi risultati da Oz nei suoi due lavori successivi, Sono la Bella Creatura che Vive in Questa Casa del 2016 e soprattutto l’onirico ed estremamente visionario Gretel ed Hansel del 2020. In February Perkins usa lo stra abusato tema della possessione demoniaca in maniera delicatissima ed originale, per trattare le tematiche  della perdita e della solitudine vissute da un’adolescente. La scelta del genere horror per occuparsi di tematiche non certo nuove nel mondo del cinema fa sì che ne esca un prodotto piuttosto imprevedibile, fresco, capace di spaventare ma anche di commuovere e far riflettere.

Kat e Rose sono due studentesse che frequentano il prestigioso collegio cattolico femminile di Bramford in Canada. Il giorno dell’inizio delle vacanze natalizie tutti i genitori delle allieve sono invitati nel collegio per assistere a uno spettacolo di auguri e poi riportare le figlie a casa per trascorrere le feste. Rose, diciassettenne, è rimasta incinta del ragazzo che sta frequentando di nascosto, ed ha indicato ai genitori una data diversa per venirla a prendere, nella speranza di avere ancora qualche giorno per risolvere il problema col fidanzatino. Kat invece, tredicenne,  la notte precedente ha sognato suo padre che andava a trovarla e le indicava la loro auto distrutta in un terribile incidente. Sogno o realtà? Fatto sta che il giorno dell’inizio delle vacanze né i genitori di Rose né quelli di Kat si presentano a Bramford. Il preside raccomanda la più piccola alla più grande, e, dopo aver affidato le due ragazze alla cura di due suore, lascia l’edificio. Ma la sera Rose non pensa proprio per niente a prendersi cura di Kat, perché deve vedere Rick, il suo ragazzo, il quale non sa ancora nulla della gravidanza indesiderata. Rientrata a notte fonda dall’appuntamento, Rose non trova Kat nel suo letto e la cerca dappertutto, finchè non la scopre in un buio sotterraneo intenta a genuflettersi in maniera innaturale davanti ad una vecchia caldaia; risalite nelle loro stanze, Kat ha però uno strano sorriso ed uno sguardo che mette i brividi all’amica: dal giorno successivo, infatti, la tredicenne comincerà a comportarsi in modo strano e preoccupante. Questi fatti si intrecciano con quelli di un’altra giovane, Joan, che, fuggita da un ospedale psichiatrico, viene soccorsa da Bill e la moglie Linda, che 9 anni prima hanno perso una figlia, e che le offrono aiuto ed un passaggio verso la sua destinazione. Ben presto sarà chiaro che gli attori di queste due storie non sono affatto slegati tra loro ma tutto è spaventosamente collegato tra sé.

Già dalle prime inquadrature si capisce come Oz, figlio d’arte di cotanto padre, sia un giovane talento con tutte le carte in regola per farsi strada anche senza l’ingombrante nome che porta. Bellissime carrellate sui paesaggi innevati, accompagnate dalle note di una musica suadente, ci guidano fino al letto della piccola Kat, alla quale una figura misteriosa che lei chiama papà chiede di seguirla fuori. Tale scena onirica è di fortissimo impatto visivo e ci mostra la volontà del giovane cineasta di rivestire di una cifra autoriale il proprio debutto alla regia. I nomi delle ragazze scorrono uno ad uno in sovrimpressione, prima Rose, poi Kat, poi Joan, e ad un certo punto, se non fossero bastate le genuflessioni o le acrobazie nel letto di Kat, una strana ombra portatrice di quelle che parrebbero due lunghe corna si riflette sul muro, strizzando l’occhio sia al Pazuzu de L’Esorcista sia a Frank il coniglio mostruoso di Donnie Darko, mostrandoci così la volontà di Perkins di innestare la tematica onirica nel trito e ritrito tema della possessione demoniaca, che mai colpì nel segno come nel capolavoro di Friedkin del 1973.

Ad interpretare splendidamente il ruolo della piccola Kat troviamo la quindicenne di Chicago Kiernan Shipka, che riesce a rendere coi suoi occhioni espressioni contrastanti che spaziano dal terrore alla solitudine più estrema, fino alla malvagità ed alla freddezza più spietate. Accanto a lei, nel ruolo di Rose, la newyorkese Lucy Boynton, giunta alla ribalta nel 2018 per la sua partecipazione al film sulla vita di Freddie Mercury Bohemian Rhapsody diretto da Bryan Singer. Nonostante una carriera senz’altro più notevole, l’anello più debole del trio è Emma Roberts, figlia dell’attore Eric e nipote quindi della famosissima Julia Roberts. A differenza di quanto detto in precedenza riguardo ad Oz Perkins, non si può dire lo stesso in questo caso, e sono pronta a scommettere che se l’insipida biondina non portasse un cognome di tale levatura sicuramente oggi non avrebbe sulle spalle il curriculum che invece può vantare. Qualsiasi ruolo interpreti, dalla serie tv American Horror Story a questo film indubbiamente dal taglio autoriale, Emma Roberts, all’epoca ventiquattrenne, mantiene la stessa identica espressione, senza riuscire a suscitare un terzo delle emozioni che invece ci regalano sia la Shipka che la bellissima Boynton. Tuttavia, sebbene la sua interpretazione non sia affatto eccelsa, non riesce per fortuna a guastare un’opera che è senza dubbio un gioiellino, considerando poi che si tratta di un esordio alla regia.

Perkins si concentra sulla costruzione di un ritmo piuttosto rallentato che è funzionale all’atmosfera misteriosa e macabra che si vuole infondere a tutta la vicenda, decisamente coinvolgente ed efficace. E sebbene i personaggi siano abbastanza schematici e l’intreccio di primo acchito un po’ esile, tuttavia, se si va a fondo e si mettono a nudo le tematiche del distacco e della solitudine, questa pellicola risulterà meno scontata e banale di quanto si sia tentati di credere, soprattutto se, a causa del titolo italiano, si sia iniziata la visione pensando a quella robetta insulsa del 1993 di Joseph Ruben che si intitola L’Innocenza del Diavolo. Fortunatamente tra i due film c’è un abisso in fatto di qualità intrinseca, pensando poi che addirittura lo sceneggiatore del film del ‘93 disconobbe la sua opera tanto era stata maltrattata! Perkins cerca di rendere le sue inquadrature più emblematiche possibili, perennemente in penombra anche quando fuori un sole glaciale rischiara i vuoti paesaggi innevati. La solitudine, il senso di disagio, quel qualcosa che non torna, che stride, regnano sovrani. Ovunque c’è malessere, anche negli oggetti e nei gesti più quotidiani, perché, svuotatasi la scuola delle centinaia di studentesse urlanti, resta solo un enorme e terribile silenzio, nel quale aleggiano presenze che nessuno si augurerebbe mai di dover incontrare nella propria vita. Rose si accorgerà ben presto che il fatto di essere rimasta incinta a diciassette anni da un ragazzo che vuole che lei abortisca è il minore dei suoi problemi! C’è un senso di ineluttabile che pervade i lunghi corridoi del collegio, i sotterranei, le scale, perfino gli esterni, perché sebbene nessuno sia imprigionato dentro quelle mura, tuttavia la neve alta e l’isolamento del luogo ne rendono impossibile una qualsiasi fuga. Ed è chiaro e lapalissiano che stia per accadere qualcosa di tremendo ed inevitabile, sia per chi è a Bramford sia per la coppia on the road che ha deciso di portare con sé una ragazza sola raccattata alla fermata dell’autobus. Presagi di sventura gravano su tutti, ma proprio tutti, in un modo o in un altro. L’orrore esploderà quindi nella sua forma più straniante, in attimi spietati ed improvvisi che a volte sono un po’ più prevedibili ma altre assolutamente spiazzanti.

Quindi io direi che, nonostante l’eleganza formale che permea tutto il film, questo February è ben lontano dall’essere un mero esercizio di stile, perché i contenuti ci sono eccome, ed il suo valore artistico è innegabile. Il fatto che la sceneggiatura sia ingarbugliata e fino all’epilogo ben poco si riesca a comprendere di quello che accade non va a detrimento dell’opera, ma anzi serve ad incollare lo spettatore più accanito allo schermo, attento a non perdere né un passaggio né un dettaglio che potrebbe essere funzionale al disvelamento della verità. Oz Perkins, eclettico artista visionario come dimostrerà anche successivamente, ci porta per mano in un limbo dantesco, nella più assoluta ambiguità, che però verrà resa chiara nel finale e lascerà i più attenti ed empatici assolutamente sbigottiti. La narrazione non lineare ed assolutamente atemporale ci riporta alle atmosfere tanto amate da King, in cui passato e presente si intrecciano senza soluzione di continuità, ed è lo spettatore stesso che non deve limitarsi a guardare svogliatamente, ma deve collaborare per mettere insieme i tasselli disordinati che il regista gli offre e che, se pazientemente ordinati, porteranno alla fine alla chiara quanto disarmante soluzione dell’enigma. Il montaggio tutt’altro che lineare di Brian Ufberg, la fotografia tutta virata al blu ed al grigio di Julie Kirkwood e le partiture originali atonali e sinistre composte da Elvis Perkins concorrono a dare alla pellicola uno stile incredibilmente penetrante, capace di insinuarsi nelle pieghe più recondite dell’animo di chi è disposto a vedere e non solo a guardare superficialmente.

Il Male è ovunque, sembra suggerirci Perkins, anche nei luoghi più familiari, dietro ai volti più dolci ed innocenti, ed a volte chi lo incontra non ha alcuna voglia di distaccarsene, perché forse, in quel momento, è proprio quello che gli serve per andare avanti, per sopravvivere. E così il freddo panorama grigio ed innevato che circonda la grande scuola vuota diviene metafora dell’inferno ghiacciato ed arido che può diventare a volte la mente umana, a causa di solitudini estreme e di distacchi violenti a cui purtroppo nessuno può mai dirsi pronto.

Vi lascio con le parole che il regista ha speso per descrivere la sua opera, che rappresentano una sintesi perfetta di questa bellissima e delicatissima pellicola dalla patina horror ma dal cuore che va decisamente più in profondità nell’animo umano, verso il puro esistenzialismo, con una nota amaramente autobiografica: «Con February volevo girare un film di una cupa bellezza, qualcosa che riflettesse le emozioni che ho provato per una perdita profonda e sconvolgente. Traendo ispirazione da quelli che considero i classici più umanisti dell’horror, cioè Rosemary’s Baby, Carrie – Lo sguardo di Satana, A Venezia… Un dicembre rosso shocking e Lasciami entrare, avevo intenzione di ignorare la violenza insensata e l’immaginario più aggressivo e sgradevole, e utilizzare piuttosto un ritmo più raffinato, per celare quella che in definitiva è una storia molto personale».

 

https://www.imdb.com/title/tt3286052/

 

Ilaria Monfardini