Federico Sirianni: la parola, il suo peso, la sua bellezza

Certamente bellezza è una parola fin troppo abusata e poterne parlare con dovizia di particolari e rispetto artistico direi che sia un’impresa fuori portata per ogni articolo di oggi. Soprattutto quando a rispondere alla domanda è un cantautore anacronistico, prezioso per il suo appiglio storico e culturale, per la forma pregiata che restituisce alla melodie e per la responsabilità letteraria che affida alla parola. Federico Sirianni parla del gabbiere Maqroll in questo suo nuovo disco che troviamo anche accompagnato da un’antologia di scrittori oltre che protagonista di uno spettacolo teatrale. “Maqroll” è un’opera raffinata che al tempo chiede molto, che alla nostra attenzione ormai liquida chiede molto… che al suono e alla sua forma ha chiesto e poi ottenuto molto. Parlare di bellezza è assai difficile quando a parlarne è un artista che conosce a fondo il peso salvifico delle parole…

Noi parliamo sempre di bellezza. E quando abbiamo la musica e i libri dobbiamo abbandonare per forza l’estetica sfacciata che invece i bei corpi mettono in piazza. La bellezza secondo Federico Sirianni… cos’è?
Ultimamente temo si parli un po’ troppo di bellezza e, a volte, a sproposito. Sembra quasi diventato un “meme”, un po’ come certe ottime poesie di Bukowski le cui parole, decontestualizzate e messe lì, diventano frasi da baci Perugina. Raccontarti cosa sia per me la bellezza occuperebbe troppo spazio, ognuno ha canoni propri e credo sia difficile dare una definizione oggettiva: è odore, sguardo, tatto, ascolto, gusto. Che riempie e fa respirare.

Dove la cerchi? Come la trovi?
In mia figlia che diventa adulta, nelle voci dei bambini che escono da scuola, nel rumore di un temporale lontano, in una vecchia trattoria di periferia e nel suo vino buono, in una canzone di Leonard Cohen…

Parliamo di allegorie. “Maqroll” ci parla di una bellezza quotidiana da ricercare però dentro la fantasia e le metafore… che poi sottilmente penso che l’uomo è protagonista del suo stesso naufragio. Come la vedi?
Sì, è un concetto molto presente nella poetica di Mutis e che condivido del tutto. L’uomo, in questo caso il gabbiere Maqroll, è protagonista del suo stesso naufragio e lo affronta con quel senso di accettazione e serenità che il nostro scrittore colombiano definisce “Disperanza”: andiamo incontro a un destino “scritto”, in cui alla fine ogni cosa trova il suo posto giusto. Se siamo in grado di accettare questo, ogni piccola bellezza che incontreremo sul cammino ci sembrerà straordinaria e sorprendente.

La tua scrittura, classica e dal peso poetico importante, sposa l’elettronica che oggi troppo spesso (purtroppo) associamo alla superficialità del main stream. Come hai vissuto questo incontro?
È stato un viaggio bello e nuovo. Insieme ai miei due produttori, Raffaele Rebaudengo, musicista degli GnuQuartet e FiloQ, producer di musica elettronica, abbiamo immaginato che per questo racconto fosse necessaria una colonna sonora, qualcosa di cinematografico o da serie tv. Volevamo un ambiente sonoro sospeso, a pelo d’acqua e, con il sapiente utilizzo dell’elettronica da parte di FiloQ, unito alle orchestre d’archi arrangiate da Raffaele e agli strumenti più classici, abbiamo ottenuto il risultato che ci eravamo prefissi. Non è stata dunque una necessità di rendere il prodotto contemporaneo, tutt’altro: questo album è una sorta di “concept”, lo definirei addirittura “novecentesco”.

Un disco impegnativo e importante che corre in direzione “ostinata e contraria” ai tempi moderni. Certamente ne sei cosciente… come rispondi a chi ti accusa di non aver il linguaggio della gente comune di oggi?
In realtà non sono un totale detrattore del linguaggio contemporaneo. Penso che ogni epoca abbia le proprie modalità, i vocabolari si impoveriscono e si arricchiscono al tempo stesso, sono in uso parole che fino a cinque anni fa non esistevano, altre sono diventate molto più desuete. Personalmente amo utilizzare la lingua nella sua forma più completa, credo di essere rimasto tra i pochi cantautori a usare metrica e rima, mi piace che la parola sia musica all’interno della musica. Comunque finora nessuno mi ha mai accusato!

Alla fine quanto ti somiglia Maqroll? Quanto somiglia ad ognuno di noi?
Credo che un autore riesca nel proprio intento quando la sua scrittura, dal particolare riesce a toccare, non dico l’universale, ma appartenere a un mondo più ampio. Non so dire per quel che riguarda gli altri ma, sicuramente, Maqroll mi somiglia molto, nella costante ricerca di missioni impossibili destinate quasi certamente al naufragio, nel senso di incollocabilità che lo porta a viaggiare per la sola ragione del viaggio (citando Fabrizio De Andrè) e per quella accettazione delle cose, di cui parlavamo prima, la famosa “disperanza” che, credimi, per chi fa il mio mestiere, è una condizione esistenziale e quotidiana assolutamente salvifica.