Film in uscita: “La macchinazione” di David Grieco.

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Recensione di Giacomo Ferrante

Ho visto in anteprima, prima che uscirà nelle 120 sale italiane già prenotate dal 24 marzo prossimo, il film di David Grieco, “La macchinazione”. Ennesimo film su Pier Paolo Pasolini, dopo quelli di Marco Tullio Giordana (Pasolini, un delitto italiano-1995), di Aurelio Grimaldi (Nerolio-Sputerò su mio padre-1996) e di Abel Ferrara (Pasolini-2014). Dopo aver visto i primi tre devo dire che quest’ultimo mi pare quello più “verosimile”, forse proprio perché Grieco ha conosciuto davvero il poeta e ha collaborato con lui fino a poco prima che morisse. Il film racconta gli ultimi tre “febbrili” mesi di vita del poeta, intellettuale e cineasta italiano. L’autore racconta di aver sentito la necessità di fare questo ennesimo film su Pasolini anche perché deluso dai film precedenti, soprattutto dall’ultimo di Abel Ferrara, da cui tra l’altro era stato contattato per avere un aiuto che lo stesso Grieco, dopo aver annusato odor di “scandalo gratuito”, aveva sdegnosamente rifiutato di dare. In effetti ricordo di essere uscito due anni orsono dalla sala dopo aver visto il film di Ferrara, sentendomi come uno spettatore buggerato…non c’era nulla di nuovo, l’atmosfera del racconto era “morbosa” quasi quanto quella presente nel film di Grimaldi di quasi un decennio prima. Invece questo pare molto molto verosimile a come davvero possano essersi svolti i fatti in quelle ultime settimane di vita di Ppp e in quella tragica ultima notte, ma questo non era difficile prevederlo sapendo appunto che il regista e scrittore David Grieco (che ha in uscita anche un libro con lo stesso titolo scritto su pressione di una casa editrice) poteva contare su elementi di cui gli autori precedenti erano sprovvisti: la conoscenza diretta e prolungata con Pasolini, le importanti amicizie comuni come ad esempio quella con Sergio Citti (autentico “Virgilio” della Roma delle borgate per Ppp), la perfetta conoscenza dei luoghi che nel film diventano “location” del film, etc. etc. L’interpretazione di Massimo Ranieri (che Grieco dice aver scelto non per la sola somiglianza fisica) del protagonista è giusta, senza eccessi, adatta…apprezzabile la scelta di non doppiarne la voce vista la grande differenza di tonalità tra quella del vero Pasolini e quella di Ranieri che conosciamo tutti.

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In definitiva posso dire che questo “Pasolini” mi risulta il più credibile, il più vicino alla realtà, anche se il “bello” del film, più che nella sua forma (che comunque ha momenti altissimi di tensione e di interpretazione dei personaggi, segnalo ad esempio quello che fa da tramite tra i mandanti e gli esecutori dell’assassinio, cocainomane che ad un certo punto costringe pure il giovane Pelosi a “pippare”…), è nei suoi contenuti, nuovi, chiarificanti, illuminanti. Infatti ne esce ad esempio questa figura di Eugenio Cefis come il vero “genio del male” dell’Italia di quegli anni, anche più di quel Licio Gelli che ci hanno abituato a identificare come il “grande vecchio” della loggia massonica P2, in realtà pare che il vero ideatore della loggia fosse proprio Cefis e non Gelli, che si limitò a portarne avanti le sorti dopo che il primo, solo due anni dopo la scomparsa di Pasolini, si ritirò a vita privata in Svizzera con un enorme capitale accumulato. Un’altra novità rilevante presente nel film, che l’autore dice esser sicuro di aver rappresentato fedelmente a come, secondo lui, realmente si svolsero i fatti di quella notte, è quella che Pasolini pare esserci andato in quel campetto di calcio all’idroscalo di Ostia, in compagnia del Pelosi, non casualmente, ma perché aveva lì un appuntamento con chi avrebbe dovuto restituirgli in cambio di un riscatto la copia originale del film che aveva appena finito di montare ed era in procinto di pubblicare, “Salò – Le 120 giornate di Sodoma”, rubata da un magazzino qualche settimana prima. Insomma Grieco ci restituisce un Pasolini molto “realistico”, a differenza degli altri che si erano occupati di lui col mezzo cinema, inoltre ci dà infiniti spunti di riflessione sulla vera storia italiana di quegli anni…senza evitare di aggiungere al personaggio descritto quell’aura che è stata definita “Cristologica”, che ci fa quasi pensare che il suo amico Giuseppe Zigaina (grande amico e conterraneo di Ppp, conterraneo come pure lo stesso Cefis, aggiungiamo… ) potesse non esser troppo lontano dal vero quando afferma che il vero autore anche di quel finale di vita così tragico sia lo stesso Pasolini.

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Ad esempio quando va all’appuntamento in quel luogo buio e desolato dove troverà la morte, Grieco ci suggerisce che possa averlo fatto sapendo di correre quel rischio. L’ambientazione e il linguaggio dei “ragazzi di borgata” tanto amati e descritti nelle stesse opere di Ppp, ragazzi di borgata che poi furono gli stessi che lo uccisero (e qui non si può non andare a citare una fatidica scena finale di un altro film pasoliniano di circa un decennio prima che morisse, “Uccellacci e uccellini”, dove padre e figlio – Totò e Ninetto Davoli – proletari vittime dei borghesi ma a loro volta carnefici dei sottoproletari, decidono di sbarazzarsi del corvo parlante mangiandoselo di gran gusto) sono perfetti, come perfetta sembra descritta la relazione che legava Ppp alla madre, presente ricordiamocelo nel film “Il vangelo secondo Matteo” in veste della Madonna, madre del Cristo (e riecco la tesi “Zigainiana”). In conclusione direi che questo film è un ennesimo, importante contributo all’idea ormai lampante a chiunque che in realtà Pasolini non è morto ma resta vivo e più vivo che mai.

Giacomo Ferrante