“Dante alla porta di Paolo e Francesca da Rimini spia chi fa meglio di lui: lì dietro si racconta un amore normale ma lui saprà poi renderlo tanto geniale“, cantava nella canzone Al ballo mascherato Fabrizio De Andrè. Se il Sommo Poeta Dante Alighieri riuscì a immortalare un caso di cronaca nera medievale nel V Canto dell’Inferno della sua Commedia, perché tale fu, per consegnarlo ai posteri come simbolo d’amor cortese lussurioso e condannato alla morte, c’è qualcun altro che invece ha saputo rendere comica persino una tragedia, in un rovesciamento totale della vicenda e dei ruoli.

FRANCESCA DA RIMINI SUL LAGO D’AVERNO
Francesca da Rimini – un disastro comico è la riscrittura del testo farsa di Antonio Petito, ad opera dell’attore Francesco Rivieccio, portato in scena al Teatro alla deriva al Giardino il 13 luglio 2025 per la XIV edizione della kermesse diretta da Giovanni Meola.
LA RASSEGNA DI GIOVANNI MEOLA
Spostatasi nella cornice paesaggistica che il Giardino dell’orco sa offrire sul lago d’Averno a Pozzuoli, a pochi metri di distanza dalle Stufe di Nerone dove si svolgeva un tempo, sulla famosa zattera alla deriva nel laghetto del complesso termale, la manifestazione è arrivata con brio e spasso al secondo appuntamento crepuscolare del programma (ogni piece inizia infatti alle 19, complici le lunghe giornate estive).

UN GIOCO TEATRALE E METATEATRALE
Un divertentissimo gioco teatrale e metateatrale – un play within the play lo definirebbero gli inglesi, forti del blasone shakespeariano – grazie al pretesto di una compagnia che non si presenta e a una tragedia che non si farà più. Ma agli spettatori non si può negare lo spettacolo e così un capocomico strampalato, aiutato da un suggeritore ancor più improbabile, lo fa andare comunque in scena.

LA FARSA DI ANTONIO PETITO RISCRITTA AD HOC
Un quartetto di attori assai affiatato trasforma la tragedia in uno sfacelo comico, tra frizzi, lazzi, giochi di parole ed equivoci.
I quattro interpreti innestano da subito la marcia più alta, dando vita ad un fuoco di fila irresistibile di gag, qui pro quo e scarti semantici e linguistici.

MUSICHETTE E ATMOSFERE SURREALI
Cullata inizialmente da spiritose musiche medievali basate su motivetti pop abbastanza riconoscibili – su tutti Blue degli Eiffel 65 e Bad Romance di Lady Gaga – Francesca da Rimini si presenta davvero come una bad romance, una cattiva storia d’amore: mal scritta, male interpretata, mal gestita sul palco d’erba e fieno, tra il verso di una capretta della fattoria vicina e quello di una gallina, e male improvvisata.
Tutto per finta ovviamente, in un ameno divertissement a scatole cinesi, anche un po’ matrioska, e proprio per questo motivo funziona alla grande.

I PERSONAGGI DI FRANCESCA DA RIMINI
Francesca è confusa e spaesata, Gianciotto Malatesta (il marito) appare imbranato nonostante elmo e corazza, Paolo (fratello di Gianciotto e cognato di Francesca) sembra quasi capitato lì per caso, non proprio convinto del suo ruolo e del suo amore per Francesca (interpretata da un uomo, con tutte le conseguenze e l’imbarazzo del caso al momento del fatidico e sospirato bacio).
Come se non bastassero le melodie moderne riproposte con fiati degni dei banchetti del Medioevo, Francesca canticchia al calar del sole anche Rossetto e caffè di Sal da Vinci, in una rappresentazione scenica non-stop che anche stavolta con la luce naturale sveste gli attori, al netto dei pesanti costumi di scena: senza luci artificiali e faretti non ci sono pause, entrate in scena, colpi di scena improvvisi e cambi d’abito, e tutto risiede nella forza degli attori, nella loro vis comica.
Fa capolino pure la maschera di Pulcinella sul volto del suggeritore in questo pastiche che fa tornare alla memoria le atmosfere e lo spirito della Smorfia, sicura fonte di ispirazione per il poker di attori in scena.

I FUOCHI FINALI DI FRANCESCA DA RIMINI
“Amor condusse noi ad una morte”, scriveva il sommo poeta Dante Alighieri nel V canto dell’Inferno, dove posizionava i due amanti fedifraghi nel girone dei lussuriosi, e il momento del fatale assassinio ad opera di Gianciotto si colora di tinte western o gangster, con una pistola i cui colpi aprono e chiudono l’ora abbondante di mise en scene.
L’albero scenografico di questa rassegna sta mettendo i frutti anzitempo – mele annurche – a causa del cambiamento climatico, coerentemente con l’assurdità di questa avventura comica abbondantemente sopra le righe.
Foto di Davide Russo


