Friday’s child: adolescenti allo sbando nell’America di oggi

Aver lavorato per anni al servizio di un regista del calibro di Terrence Malick, si sa, il segno lo lascia eccome. E, molto probabilmente, insieme a esso anche la voglia di cimentarsi dietro la macchina da presa.

Questo è il caso di A. J. Edwards, il quale, dopo aver lavorato come montatore a lungometraggi quali Knight of cups, To the wonder, Song to song e Il nuovo mondo, ha deciso, già nel (non troppo) lontano 2014 di darsi finalmente alla regia, realizzando The better angels, di cui aveva curato anche la sceneggiatura. Ed ecco che, appena quattro anni più tardi, ha visto la luce anche la sua opera seconda, il disturbante thriller psicologico Friday’s child, presentato in anteprima italiana alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma 2018, sezione Alice nella Città.

Ciò di cui il regista ha voluto parlarci sono le disumane condizioni in cui vengono lasciati gli orfani una volta usciti dalle case-famiglia e, a tal fine, ha messo in scena la storia di Richie (Tye Sheridan), il quale, a soli diciotto anni, si è ritrovato a vivere per strada e, per non soccombere alla vita da vagabondo, ha iniziato a darsi al crimine insieme all’enigmatico Swim (Caleb Landry Jones). L’esistenza del ragazzo, tuttavia, subisce importanti cambiamenti nel momento in cui entra in scena la bella Joan (Imogen Poots), insieme a un uomo misterioso che potrà rivelare elementi importanti appartenenti al passato dello stesso Richie.

Con uno script di ferro e per nulla scontato, Friday’s child, spiazzante, claustrofobico e, addirittura, con non pochi rimandi polanskiani, è in grado di mantenere lo spettatore incollato allo schermo fin dai primi minuti e, unitamente alla bravura dei giovani interpreti, vede il suo punto di forza proprio la regia del giovane A. J. Edwards. Punto di forza, che, tuttavia, può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio, dal momento che i numerosi grandangoli sfruttati, il copioso uso di camera a spalla e le ricercatissime carrellate e panoramiche non possono non far pensare allo stesso Terrence Malick e al suo singolare modo di fare cinema.

Capita, quando, appunto, per anni si lavora a stretto contatto con un cineasta del suo calibro. Capita, eppure è meglio se non capitasse. Se, infatti, da un lato, questa opera seconda di Edwards colpisce per la sua ricercatezza e la pulizia nella scrittura e nella messa in scena, dall’altra sembra mancare di soggettività, come se lo stesso regista dovesse ancora trovare il proprio stile e il proprio posto all’interno del complesso mondo del cinema. Che sia soltanto questione di tempo, prima che la vera personalità di A. J. Edwards salti fuori?

 

 

Marina Pavido