Fuga da Villa Arzilla: le peripezie dei vecchietti d’oltralpe

Il tema della vecchiaia è sempre stato trattato al cinema con pudore poetico ed empiti vivaci. Norman Jewison in …e giustizia per tutti poté avvalersi della maestria attoriale dell’indimenticabile Lee Strasberg per delineare in filigrana il profilo d’un nonno svampito, al punto da perdere di continuo la dentiera, ma fiero del nipote avvocato.

Marco Ferreri con La casa del sorriso fece invece prevalere i tratti stravaganti dell’umanitarismo, legato all’estrosa tenuta stilistica esibita dietro la macchina da presa, al posto delle fulgide doti interpretative. In Fuga da Villa Arzilla, distribuito on demand da Cloud9 Film, il regista francese Christophe Duthuron sembra attingere, almeno alla lontana, ad Amici miei – Atto III di Nanni Loy. La replica transalpina, sancita nel prologo dal ricorso al bozzettismo sociale, conforme agli ovvi risvolti faceti, palesa però l’assenza della virtù, appartenente di diritto alla nostra commedia dell’arte, di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente.

L’umorismo di grana grossa, assai poco in linea con la tendenza di punta dell’altera ricercatezza, cede poi il passo, senza l’opportuna soluzione di continuità ad appannaggio degli apologhi collettivi di Robert Altman, all’analisi degli stati d’animo più sommessi. Ed ergo meno propensi alla farsa. In seguito l’interazione di suoni intradiegetici ed extradiegetici, con l’enfatica musica d’accompagnamento ostruita dal frastuono d’un motorino ostile alla melensaggine del trasporto emotivo, ribalta di nuovo la misurata cura degli elementi ambientali nell’arcinoto sapore della canzonatura. Il funerale dell’adorata moglie di Antoine, che falcia il prato della propria abitazione interrompendo anch’egli la bellezza degli eloquenti silenzi, ricalca alla bell’e meglio l’intenso climax delle parabole sull’intesa virile. Scossa dagli schiaffi del destino. Le schermaglie dialettiche di Pierrot ed Émile, in ricordo delle battaglie sociali condotte a sostegno dell’utopico e controverso livellamento ugualitario, appaiano poco intonate all’insistito contraltare buffonesco delle pittoresche peripezie vissute dal terzetto. Con Antonio deciso ad andare in Toscana a prendere di petto l’ex nemesi: Garan-Servier, proprietario dell’odiata fabbrica, teatro d’infiniti scontri per il diritto al merito. Mentre lo sfondo panteistico della campagna del Tarn diviene una provvisoria arena delle dispute e dell’eterna voglia d’infastidire il prossimo, pungolando l’arguzia altrui, senza assumere mai la valenza d’uno stimolante spazio riflessivo, l’emblematico viaggio si tinge di sintomatica tenerezza.

L’intrinseca scoperta dell’alterità, destinata a cedere ai timbri familiari, pur rivelando l’assenza dell’idonea compiutezza tematica, non risulta mai gratuita. La sufficiente efficacia di alcune soluzioni tecniche al servizio della geografia emozionale, impermeabile all’impasse dell’infeconda prassi figurativa, soccorre l’attinente sete di conoscenza. Relativa agli altarini della fedifraga defunta con lo sgradito imprenditore e all’attitudine del territorio eletto a location d’influenzare i modi di reagire al dolore dell’atroce lutto. L’irriverente verve del parigino Pierrot, autoproclamatosi supereroe della terza età, che esorta il cauto Émile a eludere i diktat dell’indigesta casa di riposo, è foriera di sghignazzi piuttosto sguaiati. Ad alzare il tiro, associando alla vena d’ironia politicamente scorretta gli stridori funesti del rimorso e l’impianto mélo imperniato sulle dissonanze introspettive, dovrebbe provvedere l’abituale colpo d’ala degli autori con la “a” maiuscola.
Duthuron, al contrario, segue la maniera delle melense ed effettistiche soap opera, cerca d’impreziosire gli spunti d’ordine sociologico con l’ausilio dell’aura malincomica, cara al nostro Mario Monicelli, ed esaspera l’immancabile contrapposizione fra l’amor vitae e il cupio dissolvi nell’inane speranza di rimediare così facendo alla tenuità del copione. L’immediatezza delle molteplici pieghe umoristiche, garantite pure dalla vivacità dialogica della spiantata nipote Sophie, in dolce attesa e con la battuta perennemente in canna, corrisponde alle attese del pubblico avvezzo ai siparietti che convalidano il piacere ribaldo del cinismo bonario. Promosso ad antidodo contro qualsivoglia patetismo.

Il risveglio di primavera dei tre compari avanti con gli anni stenta comunque a garantire maggior respiro al racconto. Le irruzioni nel fiabesco, dopo le punture di spillo riservate ad abbagli mentali e a demenze senili, soffrono d’incongruenze palesi. L’accozzaglia di penosi rovelli, tenaci asprezze, fortuiti indulti, teneri riscatti, ciarliere dissertazioni, con i fantasmi in perenne agguato, rientra nei cliches incapaci di trascendere i limiti della deformazione caricaturale priva d’ingegno. La gag di Antoine ed Émile che si rilassano a bordo piscina nella villa del loro ex padrone, con l’inviperito Pierrot deciso a dormire nel furgone pur di restare fedele ai rigidi dettami ideologici, è una freddura poco degna di nota. La riscatta in minima parte il barlume di lucidità dell’antico avversario. In una scena simile, sotto diversi aspetti, all’intensa sequenza del ben più sagace Parlando e sparlando di Nicole Holofcener in cui un vetusto genitore malato di Alzheimer spiazza sia il sangue del suo sangue sia gli spettatori spiegando a sorpresa l’impaccio dovuto ai disturbi della memoria episodica. Quella concernente il passato, quantunque non consenta al buon Duthuron di compiere un decisivo giro di boa, strappa qualche sano sorriso conciliatorio. Pierre Richard (Pierrot), Roland Giraud (Antoine) ed Eddy Mitchell (Émile) ingaggiano in ogni caso una gara d’istrionica destrezza recitativa. Fuga da Villa Arzilla, smarrita l’ottima chance di sfruttare appieno il sobrio ed empatico cambio di rotta, traligna, a furia di spingere sul pedale dell’eccesso, la spontaneità delle note intime in uno snaturato gigionismo di dubbio gusto.

 

 

Massimiliano Serriello