Fulci, Paolella e Bido: il tris di genere di Mustang Entertainment

Il lodevolissimo lavoro di riscoperta su supporto dvd effettuato da Mustang Entertainment (www.cgentertainment.it) nei confronti dei titoli più e meno noti appartenenti alla nostra grande tradizione della celluloide bis prosegue con tre produzioni rientranti in altrettanti diversi generi.

Tre produzioni firmate da tre differenti nomi che fecero grande quel cinema italiano ingiustamente bistrattato dalla critica: Colpo gobbo all’italiana, Le monache di Sant’Arcangelo e Il gatto dagli occhi di giada.

 

Colpo gobbo all’italiana (1962)

Come è risaputo, diversi anni prima che diventasse il riconosciuto maestro del thriller e dell’horror grazie ad autentici cult del calibro di Non si sevizia un paperino e Zombi 2, il romano Lucio Fulci fu uno dei cineasti maggiormente attivi nell’ambito della Commedia all’italiana, tanto che debuttò dietro la macchina da presa con I ladri, interpretato da Totò.

Da un soggetto dello stesso Mario Carotenuto che vi figura tra i protagonisti, la oltre ora e mezza in bianco e nero in questione si rifà in maniera evidente a I soliti ignoti, diretto nel 1958 da Mario Monicelli, ribaltandone, però, il plot. Perché, se in quel caso avevamo una banda di squattrinati impegnati a mettere a segno un colpo per arricchirsi, qui la combriccola di ladruncoli tirata in ballo viene convocata da un vigile notturno dal volto di Andrea Checchi, intento a risolvere il caso di un furto attuato in una banca nel quartiere dove opera. Il resto, tra una risata e l’altra, lo fa il ricco e valido cast di caratteristi e non, da Nino Terzo ad Aroldo Tieri, passando per Gina Rovere, Marisa Merlini, Gino Bramieri, Giacomo Furia, Ugo Fangareggi e il Capannelle proveniente proprio dal citato super classico monicelliano.

 

Le monache di Sant’Arcangelo (1973)

Firmata sotto pseudonimo Paolo Dominici e ispirata al libello Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, attribuito a Stendhal, è un’escursione nel sottogenere del nunsploitation post-I diavoli che il foggiano Domenico Paolella – la cui filmografia spazia dal musicarello al poliziottesco, passando per il western – realizzò nello tesso anno di Storia di una monaca di clausura. Escursione in realtà atipica rispetto ad altre produzioni analoghe, in quanto meno propensa a spingere sul pedale dell’erotismo (comunque non assente) nell’immergersi nel 1577 nel Monastero di Sant’Arcangelo, dove dominano machiavellismi e lussuria. Infatti, mentre la vecchia madre badessa è in agonia, una lotta all’ultimo sangue per succederle oppone madre Lavinia alias Maria Cumani Quasimodo alla bella e spregiudicata madre Giulia, ovvero Anne Heywood, safficamente legata a suor Chiara, dal volto di Martine Brochard. E nel peccaminoso intreccio sono incluse anche la madre Carmela di Claudia Gravy, che di notte nasconde un amante nella propria cella, e la novizia Agnese di Muriel Català; al servizio di oltre cento minuti di visione (non novantotto, come erroneamente riportato sulla fascetta) i cui nomi di spicco sono, senza dubbio, quelli del Luc Merenda più volte eroe d’azione anni Settanta e di una diciottenne Ornella Muti. In una cupa atmosfera generale che, non priva di violenza e torture (pur senza eccessi di immagini esplicite), avvolge il tutto. Con il trailer nella sezione extra.

 

Il gatto dagli occhi di giada (1976)

Facente parte, insieme al successivo Solamente nero, del dittico di gialli diretti dal veneto Antonio Bido, proveniente dallo sperimentalismo post-sessantottino da schermo (memorabili i suoi mediometraggi Dimensioni e Alieno da), prende avvio dall’omicidio di un farmacista cui assiste, intravedendone l’assassino, la giovane attrice di cabaret Mara, dai connotati di Paola Tedesco. Una testimone oculare che, sottoposta ad aggressioni, si rivolge all’esperto di sincronizzazioni sono-magnetiche Lucas, incarnato da Corrado Pani, al quale fa ricorso anche Giovanni Buozzi alias Fernando Cerulli. E, a cominciare dal titolo con bestiario incluso, è chiaro che il tentativo sia quello di allacciarsi al filone dell’italian thrilling portato all’epoca al successo da Dario Argento, tra un L’uccello dalle piume di cristallo e un 4 mosche di velluto grigio. Ma, sebbene in mezzo ad uno sgozzamento e ad uno strangolamento in vasca da bagno abbiamo anche un omicidio con forno le cui dinamiche ricordano tanto quello di Giuliana Calandra in Profondo rosso, il futuro autore di Blu tornado, in maniera evidente, non punta all’esagerazione grafica da horror, tipica di colui che ci ha regalato Tenebre. Il suo film, quindi, rientrante giustamente tra i cult del filone, si mantiene dalle parti della pellicola d’indagini infarcita di violenza solo quando necessario, senza spingere sul commerciale pedale dello splatter. Fino ad una soluzione finale atipica per la tipologia di produzione, tanto più che affonda le motivazioni dell’omicida in una delle più note sciagure della storia d’Italia. Con contenuti speciali rappresentati da schede biografiche e da un’intervista di venti minuti al regista.

 

Francesco Lomuscio