Gabber: la bellezza della contemplazione

Filippo Gabbi, in arte Gabber, giovanissimo di questa nuova scena italiana, tra indie pop e derive urbane, dentro pieghe notturne anche condizionate da questo titolo che riporta inevitabilmente al pensiero il romanticismo poetico che non ha tempo. Si intitola “Luna” il suo esordio autoprodotto che si veste di ogni forma possibile dentro soluzioni ampiamente conosciute e gestite con gusto e personalità. Certamente non è un ascolto a cui chiederemo la rivoluzione o semplicemente l’innovazione… ma è par voglia dimostrarsi un esercizio di stile dentro strumenti quotidiani. Rimodulare, nuove codifiche, inventiva e chiuse personali… “Luna” è un diario di viaggio del personalissimo modo di stare al mondo.

Noi parliamo spesso di bellezza. Dunque per Filippo Gabbi cos’è la bellezza?
La bellezza penso che non sia qualcosa di intrinseco in ciò che vediamo, penso la bellezza sia nella nostra visione del mondo, in ciò che decidiamo che sia bello e quindi è decisamente una cosa soggettiva.
La bellezza non è un parere ma un sentimento, per citare Carlo Rovelli.

E per Gabber? Il moniker ed il tuo nome di battesimo identificano la stessa persona oppure in scena porti una versione edulcorate di te?
Non mi sono in realtà mai fatto molti problemi per il nome d’arte.
In breve è un soprannome che mi hanno affibbiato degli amici tempo fa, ero abituato ad utilizzare quello e così l’ho usato anche per questo mio progetto artistico. Non ho mai dato molta importanza al nome poiché penso che sia la musica che fai che ti identifichi, name will follow. Non ho dei personaggi costruiti su di me, ciò che sono sul palco è come sono nella realtà.

Oggi la bellezza è spesso figlia di dinamiche assai superficiali. Come cerchi l’equilibrio tra il contenuto importante e la leggerezza del gusto popolare?
Secondo me avere contenuto non significa sacrificare la melodia e l’apprezzamento di un pubblico ampio.
Ne abbiamo migliaia di canzoni con ottime liriche e strumentali che hanno avuto successi spaventosi. Il fatto di sacrificare il contenuto penso sia una scelta puramente artistica nei confronti della quale io tuttavia non ho nulla in contrario.
Anzi penso che la leggerezza nei contenuti sia assolutamente necessaria a volte, soprattutto in tracce con determinati “mood”.

Bellissima la copertina e la grafica a contorno. Alla luna dunque cosa chiedi? E che risposte ottieni?
Grazie, la grafica è stata un’idea che mi è venuta in mente quando ho deciso che avrei dovuto mostrare una sorta di fusione tra me e la Luna. L’artista che l’ha eseguita tuttavia è Anna Maria Souti che penso abbia fatto un lavoro magistrale.
Alla Luna, il nostro satellite, non chiedo niente. A Luna, il mio disco, chiedo di suscitare reazioni in chi l’ascolta: positive o negative che siano. L’importante è che non lasci indifferenza.

“Luna” è un disco che segue pedissequamente delle mode e degli stili ampiamente battuti. Certamente c’è del personale ma la strada maestra è quella. Per te cosa significa aderire a percorsi pre-stampati? E non dev’esserci per forza un calo di personalità nel farlo… anzi…
Io penso che il disco abbia personalità e che si prenda il rischio di non avere l’ansia di seguire ciò che ad oggi funziona di più. Certo i suoni sono odierni anche perché penso che fare qualcosa nel 2021 che abbia sonorità di 10,20 o 30 anni fa sia semplicemente attempato. Tuttavia le citazioni, anche a questi periodi ci sono perché ho voluto mettere insieme molte di quelle che sono le scorte musicali che ho acquistato nei miei 27 anni di vita.
Luna credo non resti sul sentiero battuto ma che si prenda il rischio di esplorare più in a fondo.