Gaetano Bresci non è solo un nome scritto nei libri di storia: è una frattura, un gesto che divide e ancora oggi inquieta. Nato a Prato nel 1869, emigrante, operaio, anarchico, Bresci cresce dentro un’Italia che promette unità ma distribuisce miseria. Le sue idee non nascono nei salotti ma nelle fabbriche, tra scioperi repressi nel sangue e un senso di ingiustizia che diventa ossessione. Nel 1900, torna dagli Stati Uniti con un proposito preciso. A Monza, il 29 luglio, spara al re Umberto I, uccidendolo. Non è un atto improvvisato né un raptus: è un gesto politico, una vendetta dichiarata per le repressioni del 1898, quando l’esercito aprì il fuoco sui manifestanti a Milano. Bresci si consegna senza fuggire, quasi a voler rivendicare fino in fondo la propria azione. Il processo è rapido, la condanna inevitabile: ergastolo. Muore poco dopo in carcere, in circostanze mai del tutto chiarite, ufficialmente suicida. Ma la sua figura resta sospesa tra mito e condanna: per alcuni un assassino, per altri un simbolo di ribellione contro il potere. È proprio in questa ambiguità che si annida il cuore della sua storia. Bresci non è un personaggio facile da incasellare: è un uomo che agisce, nel bene o nel male, convinto di incarnare una giustizia più alta. Ed è questa tensione, più che il gesto in sé, a renderlo ancora oggi materia viva per il cinema, sebbene, stranamente, fino ad adesso il cinema lo abbia sempre raccontato poco ed in maniera indiretta, probabilmente perché a tutt’oggi la sua figura è considerata scomoda, difficile da trattare senza prendere posizione. Non è un eroe classico né un semplice villain, ma un personaggio che obbliga a confrontarsi con temi estremamente delicati come la legittimità della violenza politica, il confine tra giustizia e vendetta ed il rapporto tra individuo e Stato. Salvo un paio di documentari (Colpo al cuore. Morte non accidentale di un monarca, del collettivo Teleimmagini, 2010; L’Anarchico venuto dall’America, di Gabriele Cecconi, 2019), ancora nessuno aveva dedicato un intero lungometraggio a Bresci. A farlo ci pensa nel 2024 il regista Nicolò Tonani, col suo esordio al lungometraggio, Un Delitto Ideale, di cui è anche sceneggiatore e montatore, cercando di buttare sulla figura di Bresci e sulle sue motivazioni uno sguardo più contemporaneo e riflessivo.

La pellicola si apre con un breve riassunto dei fatti suddetti: “La sera del 29 luglio 1900, al termine di un evento sportivo alla Forti e Liberi di Monza, Gaetano Bresci colpisce a morte, con tre colpi di revolver, Re Umberto I di Savoia. L’anarchico viene immediatamente bloccato dalla folla e arrestato. Esattamente un mese dopo, il 29 Agosto 1900, presso la Corte d’Assise di Milano, comincia il processo contro Gaetano Bresci. Il tutto dura meno di 10 ore e la sentenza è di ergastolo con isolamento per i primi 7 anni, nel penitenziario di Santo Stefano (isola omonima, al largo del litorale laziale)”. I flashback della violenta incarcerazione di Bresci dopo il regicidio sono inframezzati al racconto dei giorni apparentemente sereni che egli trascorre in Italia prima di compiere l’attentato per il quale è espressamente ritornato dagli USA. Il tutto inizia a Monza il 27 luglio 1900 per poi spostarsi il giorno successivo a Milano, e concludersi il 29 agosto 1900 a Le Havre. Gaetano è un giovane tessitore di bell’aspetto con la passione per la fotografia che torna in Italia dagli USA con l’intento preciso di vendicare, con l’uccisione del re, i soprusi che in suo nome vengono fatti sui lavoratori e le classi indigenti in lotta. Dopo l’incontro per strada con una bella prostituta, Teresa, Bresci deciderà di passare la sua ultima notte da uomo libero con lei nel bordello dove ella lavora, ma non certo con l’intento col quale si va di solito in un bordello. La delicatezza di questa sua notte striderà con la violenza dei suoi carcerieri e con lo storico epilogo che chiuderà la narrazione: “Il 22 maggio 1901 Gaetano Bresci viene dichiarato morto. Secondo i documenti ufficiali, viene ritrovato impiccato con un asciugamano nella sua cella. Asciugamano che non poteva avere, visto che non faceva parte del corredo in dotazione ai prigionieri in isolamento”.

Tonani ci porta subito nel 1900 attraverso l’uso di una lente quasi seppiata e di una sapiente ricostruzione storica che parte dai costumi e dagli oggetti fino alla perizia messa nella ricostruzione degli interni degli edifici, soprattutto il bordello di Madama Gioia, punto focale di tutta la vicenda. Ogni tanto qualche immagine onirica irrompe bruscamente rendendo i toni ancora più cupi e ineluttabili, come la macchina fotografica che invece di scattare spara o una corona regale che si riempie di sangue fino a traboccarne. Sebbene il film sia essenzialmente un dramma a sfondo storico, l’amore di Tonani per il genere si evince da un sacco di piccoli dettagli come questi che rendono il personaggio di Bresci quasi una figura di stampo shakespeariano. Così come tratta da un romanzo ottocentesco pare la delicata figura di Teresa, ultima figlia di una nidiata di maschi, scappata di casa molto giovane per fuggire allo strapotere patriarcale e raccolta “con cura” da Madama Gioia che l’avvia “amorevolmente” sulla strada della prostituzione. Teresa è un’anima candida, una donna dal sorriso puro e dai nobili sentimenti, che ha quasi dimenticato a causa della vita d’inferno che le tocca condurre per un tozzo di pane e un tetto sopra la testa. L’incontro con Bresci, anche se solo di una notte, la segnerà nel profondo, e se lui sarà condotto in carcere in catene lei prenderà invece il volo verso la libertà. “Non sono venuto per uccidere un uomo Teresa, ma per uccidere un re, per uccidere un principio”: in questa frase Bresci condensa tutto il suo desiderio di libertà, ma non una sterile ed egoistica libertà personale bensì una libertà che includa tutti gli uomini, compresi i ceti medio-bassi sfruttati ed umiliati dai potenti, e tra essi sono incluse anche le prostitute del bordello, ragazze giovani o donne anziane che passano dallo sfruttamento del padre a quello della tenutaria e dei clienti. Teresa apprenderà la lezione, anche grazie al gesto estremo di Gaetano.

Il film si concentra sul conflitto interiore e psicologico di Bresci, piuttosto che sulla spettacolarizzazione dell’evento storico, tanto che il regicidio non viene mai mostrato ed Umberto I non appare mai. Quella di Bresci è stata una rivoluzione per la povera gente, la gente semplice, ed è tra essa che Tonani ha deciso di ambientare il suo film. Per il ruolo di Bresci è stato scelto un attore dalla fisionomia molto simile a quella dell’anarchico, Giuseppe Amelio, nato nel milanese ma cresciuto a Roma. Assolutamente irresistibile per il modo dolce ma quasi scanzonato con cui costruisce il suo protagonista, Amelio è sicuramente un Bresci credibile, eccetto quando prova a parlare con l’accento toscano che non risulta, ahimè, assolutamente naturale, e fa a cazzotti con la cadenza romaneggiante che gli esce invece nella maggior parte dei casi. Al suo fianco, bravissima ed eterea, l’attrice Valentina Di Simone, nota per aver spesso lavorato sui set del regista Roger Fratter. Nonostante il suo corpo provocante non venga mai nascosto, la Di Simone riesce a dare un’anima forte alla sua Teresa, profonda a tal punto da renderla centrale nell’opera al pari dello stesso Bresci. Meritano una menzione anche l’attrice ligure Maura Musi che interpreta Madama Gioia e l’attore Francesco Oranges, volto noto dei film di Ivan Brusa, che interpreta un ispettore dai modi bruschi e ben poco ortodossi.

In definitiva, Un Delitto Ideale non si limita a rievocare una pagina della nostra storia, ma la interroga con una sensibilità contemporanea, lasciando allo spettatore il compito (tutt’altro che semplice) di trovare un proprio giudizio, senza mai calcare la mano in modo politicizzato su un evento che certo di radici politiche ne ha. Per questo tale opera tenderà sicuramente a dividere gli spettatori, perché è un lavoro che provoca, e resta attaccato addosso, dimostrando ancora una volta come anche il cinema indipendente possa affrontare la storia con coraggio, eleganza e personalità. Pur con qualche limite (il toscano di Amelio, il vino rosso che pare succo di lampone!), Un Delitto Ideale riesce nell’intento più importante: riaccendere il dibattito su una figura scomoda e su un gesto che ancora oggi non smette di far discutere. Con uno sguardo personale e consapevole il giovane Nicolò Tonani si inserisce nel solco del cinema storico italiano più inquieto, dimostrando che certe storie non appartengono al passato, ma continuano a parlare ancora oggi alle nuove generazioni, per lo meno a coloro che hanno la voglia ed il tempo per stare ad ascoltarle.

https://www.imdb.com/it/title/tt35318534

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