Galveston: l’incubo a occhi aperti per il sicario Ben Foster

La tensione scenica del thriller Galveston, approdato il 6 Agosto 2020 nel mercato primario italiano di sbocco del cinema, che barcolla a causa delle norme sul distanziamento ma non molla riavvicinando il pubblico al sortilegio del buio in sala, non risulta cosparsa da molte scene madri.

L’attrice francese Mélanie Laurent, musa dell’anarcoide Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria nel ruolo di un’esercente sui generis decisa a vendicarsi dell’empio cinismo del Terzo Reich traendo partito dallo spirito implacabile degli Apaches, dimostra, comunque, una certa disinvoltura anche dietro la macchina da presa in questo quarto lungometraggio da regista.

Le soluzioni tecniche escogitate in cabina di regìa, per garantire l’opportuna proprietà stilistica alla trasposizione sul grande schermo dell’omonimo componimento narrativo del romanziere italo-statunitense Nic Pizzolatto, non finiscono in una bolla di sapone. Sin dall’incipit, quando l’inquadratura di quinta d’ascendenza zavattiniana si va ad appaiare al darwinismo antropologico in chiave noir già esaminato da Ben Affleck in The town, Galveston soddisfa la sete di sapere dei cosiddetti cinenauti. Ovvero gli spettatori entusiasti di scoprire grazie allo charme della fabbrica dei sogni luoghi ignoti eletti a location dalla ragguardevole forza significante. L’incubo a occhi aperti dell’incupito Roy Cady (Ben Foster), sicario di piccolo cabotaggio agli ordini dell’autocrate Stan, alterna le pose esistenziali degli apologhi intenti ad anteporre la gelatina cool alla polpa introspettiva e il dinamismo dell’azione dei vengeance movies realizzati all’insegna dell’intrattenimento scevro dalla pesantezza dell’impegno. La penuria, tuttavia, della spensierata levità delle opere mainstream, allergiche agli approfondimenti psicologici contemplati da David Cronenberg in A history of violence, sottrae qualunque slancio postmoderno, ed ergo ricreativo, agli ovvi sobbalzi feroci del mandatario dell’empio boss. Sconvolto alla notizia di aver contratto un tumore, pare, incurabile, lo schiavo rompe le catene. Sfugge a una trappola tesagli per levarlo di mezzo e si porta dietro l’incerta Raquel “Rocky” Arceneaux. La ragazza, che pratica il mestiere più antico del mondo ed è terrorizzata dai cattivi incontri fatti sino ad allora, beneficia degli intensi primi piani di Madame Laurent. A differenza di Ben Foster, schiavo dei propri vezzi attoriali nell’aderire secondo copione alla ruvidezza del personaggio, sconvolto all’idea di dover coniugare la vita all’imperfetto, Elle Fanning nei panni della memorabile Rocky dimostra di possedere corde recitative degne d’encomio.

L’ardua ricerca dell’alterità connessa nelle pagine dell’appassionante libro alla prerogativa mitopoietica della geografia emozionale, con il sordido territorio a due passi dalla spiaggia del titolo che tramuta, seppure solo per brevi istanti, la “favolaccia” in favola, sottolineando l’importanza dell’identificazione imprevista ai fini dell’egemonia dello spirito sulla materia, manca di una scrittura per immagini all’altezza. L’inane sforzo di fare il verso tanto alla nota serie tv in salsa mystery True detective quanto all’empatico ed erudito giallo morale La isla mínima, cercando di convertire sfondi inerti e paesaggi esornativi in fulgidi paesaggi riflessivi ed ermetici, mostra la corda dell’alacre Mélanie. Il risvolto sentimentale, contrapposto all’impulso dicotomico di terrore-attrazione ad appannaggio dei tenebrosi meandri dell’anima, sulla falsariga del ben più avvertito Kalifornia di Dominic Sena, contraddistinto dall’effigie delle pianure desertiche del Texas e del Nevada simbolicamente accoppiate all’assenza d’umanità del serial killer incarnato da Brad Pitt, è troppo frettoloso per costituire sul serio una fertile alternativa all’ennesimo scandaglio di un cuore in inverno. La profondità di campo, al contrario, in virtù sia dell’avveduto ricorso al deep fucus, che veicola l’attenzione degli spettatori, finanche quelli dai gusti difficili, verso falsi e veri allarmi, sia dell’intelligente scambievolezza d’interni ed esterni, raggiunge il diapason. Stimolando la curiosità in merito al prosieguo. Il crescendo, cementato dai movimenti di macchina da destra a sinistra che preannunciano eventi avversi all’ordine naturale delle cose, sottrae il sovrappiù del raccoglimento mistico all’impasse del ridicolo involontario.

L’emblematica parte per il tutto rappresentata dalla metonimia cara a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, autore del capolavoro La corazzata Potëmkin, con le mani che si congiungono in riva al mare, non è la boiata pazzesca di fantozziana memoria. Ma nemmeno l’ingegnoso colpo d’ala capace di superare le profondissime angosce ed esprimere l’anelito di speranza al pari dell’agognato svelamento dell’ampio margine d’enigma. Allo stucchevole sensibilismo, relativo al riverbero degli stati d’animo congiunti al catartico litorale e ai polverosi itinerari attigui, il momento dell’attesa verità replica col rigurgito di ferocia che imparenta Galveston ad alcuni melodrammi già largamente scontati. Provvisti però della capacità d’inchiodare l’interesse delle platee attratte dalla lotta selvaggia per affermare la propria autonomia e difendere gli arcaici affetti dalle atroci grinfie dell’attanagliante collettività. La trasformazione dell’antieroe in eroe soffre d’incongruenze dovute all’azzardo di abbinare la finezza lirica dei semitoni all’impeto grezzo degli efferati soprassalti. L’utilizzo della camera a mano, nel momento di maggior sbandamento, stenta ad accrescere l’implicito rapporto di coalescenza coi fruitori, favorendone la partecipazione sull’esempio di Kathryn Bigelow in Point break e The hurt locker, sebbene colga ugualmente l’inversione di rotta del protagonista. Ormai guarito dal falso male, sulle ali dello scampato pericolo, e dall’algido distacco iniziale. L’epilogo tradisce ciò nondimeno la vanagloria di attingere al finale dell’inarrivabile capolavoro La dolce vita di Federico Fellini. Il richiamo visionario alla dolcezza dell’eterea Valeria Ciangottini, con l’insita bellezza del silenzio preferita in extremis allo strepitio degli spari, traligna in programmatica enfasi di maniera la previa scelta di preferire, nonostante tutto, il dono della misura all’eccesso.

 

 

Massimiliano Serriello