Gamberetti per tutti: Palombella rossa alla francese

In Gamberetti per tutti il raffronto con Palombella rossa, apologo sul mondo della pallanuoto che segna anche la tomba delle illusioni coltivate dai seguaci del livellamento egualitario, è pressoché inevitabile.

Ciò nonostante dietro la macchina da presa la regìa in tandem degli affiatati Cédric Le Gallo e Maxime Govare, autori anche della sceneggiatura ispirata a una storia vera, risulta meno avvertita rispetto a quella di Nanni Moretti che, pur volendo appaiare col beneficio dell’inventario la sfera di cuoio al sol dell’avvenire rosso di colore estinto dal crollo del muro di Berlino, aveva saputo esibire le sfaccettature dell’agonismo e l’utopia d’invertire la rotta dell’atroce Destino sulla scorta dell’intenso rimando citazionistico al cult Il dottor Zivago. A dispetto delle riprese subacquee – che richiamano alla mente dei cinefili meno avventizi, se non l’inarrivabile capolavoro L’Atalante di Jean Vigo, Il laureato con Dustin Hoffman sott’acqua, in tutti i sensi, e Somewhere della figlia d’arte Sofia Coppola – la modesta commedia acquatica mette alla berlina l’omofobia pagando dazio all’enfasi di maniera.

Gli echi, sebbene promossi ad accattivanti effetti di prim’ordine, innescano uno spettacolo di secondo rango. L’impasse del déjà-vu, che solo qualche spettatore con alle spalle poche sparute visioni prenderebbe per un sentito omaggio, pregiudica le punture di spillo riservate nei confronti dei campioni di nuoto ostili ai colleghi dagli orientamenti sessuali canzonabili. Le cadenze burlesche, a furia di sfottò frammisti ai pistolotti predicatori sulla falsariga degli antesignani Qualcosa è cambiato e In & Out, non riescono ad accrescere l’appeal delle lentezze superflue, con buona pace delle attese riposte dapprincipio nella spigliatezza del ritmo narrativo, né a celebrare il dubbio trionfo dei buoni sentimenti. Le consuete banalità scintillanti, ad appannaggio della vieta propaganda, che non ha e non avrà mai nulla a che spartire con l’ordine naturale delle cose, traggono scarsa linfa dall’indubbia perizia tecnica. A dimostrazione che, senza l’opportuno valore drammatico ed evocativo, un carrello in avanti o all’indietro, la dinamica del campo/controcampo, i deep focus, posti in essere per veicolare l’attenzione delle platee aliene agli ammiccamenti dei filoni comici verso qualche incisivo colpo di coda, riservano esigue sorprese. La carica dissacratoria risulta fiacca. Il tocco umano tradisce parecchie insicurezze. Specie nei trapassi psicologici inseriti alla bell’e meglio in mezzo ad alcune gag di alleggerimento francamente targate Cartagine. Come si dice a Roma. Ma, al di là delle trovate stantie, il climax delle sfide, con le coach degli avversari dei cosiddetti gamberetti scintillanti inferocite all’idea di cedere le armi a degli invertiti, non trascende la soglia del mero mestiere in seno al canonico intrattenimento.

Il cavallo di battaglia dei gamberetti, scintillanti come le banalità disseminate – ripetita iuvant – a ogni piè sospinto, resta la redenzione sulla via di Damasco da parte del giocatore omofobo. Ed è tutto dire. Senza dubbio permane un efficace carattere d’autenticità nel dietro le quinte, quando l’incapacità degli stilemi del cinema brillante di fare il bello e il cattivo tempo cede spazio ad atmosfere toccanti dal punto di vista dello spirito di squadra, che non dipende dall’appello alla tolleranza per i gay. Bensì dal clima di mutua collaborazione alla base dello sport. A differenza dei film d’ambiente con tutti i crismi, però, Gamberetti per tutti scivola sulla buccia di banana dell’autocompiacimento. Il bisogno di spingere maggiormente il pedale pietistico, lasciando al sarcasmo il compito di creare pagine gustose mettendo in risalto la scarsa forma atletica degli alfieri della pallanuoto francese, pregiudica la schietta verità d’accenti. Gli elementi scenografici, viceversa, reggono qua e là il peso delle scene davvero indovinate. La vivacità della gamma cromatica ricorda il negletto ma intenso ed esilarante apologo sul gioco del calcio Correndo Atràs di Jeferson De nella sequenza in cui i colori dei quattro panni indossati dagli abitanti della favela ne riflettono l’allegria ed ergo, di rimbalzo, pure la bontà d’animo. Il taglio degli spazi, che trasformano da copione la scoperta dell’alterità nello scandaglio familiare dei luoghi dove emerge la gioia di condividere i trionfi e capire la cultura della sconfitta, perde terreno dinanzi ai pleonastici slow motion. L’assenza di un’armonia compositiva degna di questo nome comporta il ricorso alla superficialità degli stereotipi.

Il desiderio di andare a fondo, scandagliando tra il serio e il faceto le radici di un’intolleranza che step by step cambia musica sul chiaro esempio altresì di Ragazze vincenti, con Tom Hanks alias James Dugan all’inizio refrattario ad allenare le donne per farsi onore nel baseball, ritenuto un’attività fisica esclusivamente per uomini, diviene perciò una chimera. L’impianto del racconto zeppo di umori triti e ritriti regge alla distanza grazie agli stimoli emotivi garantiti dalle parentesi amare contraddistinte dai sagaci scompensi nell’ambito della narrazione. Mentre le canzoni intradiegetiche degli atleti tramutatati in drag queen testimoniano il persistere dei siparietti estranei allo stupore poetico delle opere di pensiero con una marcia in più. Gamberetti per tutti s’ingolfa addirittura allorché snuda l’apparente ilarità per provare a conferire ai risvolti amarissimi uno status di nobiltà espressiva. Il ricorso all’invalsa voce fuori campo, con i tratti distintivi del road movie che acquistano man mano rilievo per rimarcare il messaggio allineato dell’ambìto capovolgimento sistematico, rincara la dose delle durevoli componenti ampollose. L’approccio rigoroso ed essenziale dei maestri dell’antiretorica appare dunque lontano anni luce. Gli umori sottopelle, le effusioni conclusive, le battute paradossali, l’egemonia dell’inidoneo sentimentalismo, in osservanza all’obbligo degli assurdi ricatti morali, accompagnano il finale nella vana speranza di portare allegria a un funerale: Amici miei è un altro pianeta. Accostarvisi con le polveri bagnate, sperando di assorbire quei palpiti nascosti in grado d’impreziosire la virtù di riflettere ironicamente, costituisce un sacrilegio. Meglio abbassare le pretese. A Dio piacendo.

 

 

Massimiliano Serriello