Ghostbusters: Legacy, ritornano gli acchiappafantasmi

Il pubblico che serba fulgida memoria dei cult di successo già in voga negli anni Ottanta, in grado, oltre a sbancare botteghini, d’imprimere al diktat dell’immediatezza espressiva l’input autoriale della contaminazione dei generi, non potrà non avvertire un tuffo al cuore guardando nell’epilogo del sequel Ghostbusters: Legacy l’ex terzetto degli acchiappa-fantasmi ricongiungersi con l’amico scomparso.

La dedica finale al compianto Harold Ramis, passato davvero a miglior vita sulla medesima stregua del personaggio dell’ossessivo ma affabile dottor Egon Spengler interpretato nella sospensione dell’incredulità di Ghostbusters – Acchiappafantasmi e Ghostbusters II – Acchiappafantasmi II, spinge quindi i critici più severi ad anteporre, una tantum, il sentimento ai saccenti appunti mossi col glaciale intelletto?

Se da una parte bisogna prendere le debite distanze dai finti esperti con la puzza sotto il naso, colpevoli di stigmatizzare a priori la cifra stilistica dei campioni d’incassi diventati con gli anni pure oggetto di devozione dei cinefili nostalgici, considerando, invece, la capacità di corrispondere all’immaginazione delle masse incompatibile con le opere d’indubbio pregio culturale, dall’altra va segnalato l’impasse degli ennesimi laudatores tempores acti d’ascendenza latina. La sempiterna saggezza dell’adagio svela, infatti, la tendenza a sovrastimare il valore d’incentivo dello scaltro marketing generazionale. Che con la serializzazione, a distanza oltre tutto di molte primavere dal modello originario, prende al laccio gli appassionati propensi ad assumere forme maniacali. Coi sospiri definiti in retromarcia dal dotto Cesare Marchi. Il passaggio di consegne in cabina di regìa, dal padre Ivan Reitman al figlio Jason, artefice in precedenza degli arguti ed empatici dramedy Tra le nuvole e Young adult, cementa i vincoli di sangue alla base del ritorno sul grande schermo dei rivelatori di ectoplasmi. Talora buffi. Talora orridi. Il campo del paranormale, frammisto ai richiami vintage ad American graffiti di George Lucas e al teen movie d’avventura I Goonies dell’impareggiabile Richard Donner per ribadire sin dal proemio l’intrinseca unione dei nipoti in erba e la sete di conoscenza e d’approfondimento del defunto nonno Egon, consapevole dove le creature diaboliche nascondano la coda, offre dapprincipio alcuni intermezzi perlomeno curiosi. Il senso poetico rinvenibile nella razionalizzazione dell’assurdo, ed ergo anche dei fenomeni che mandano in crisi le leggi della fisica, cede però presto spazio all’enfasi manieristica delle soap per famiglia. Spianando la strada ai disinfestatori con la goccia al naso e l’audacia per dipanare la matassa dovuta alla minacciosa rentrée della divinità sumera reincarnata.

L’effigie della provincia, i motivi d’insicurezza dell’adolescenza, i sussulti d’amore dello sprovveduto Trevor Spengler per l’avvenente cameriera creola Lucky, addestrata a servire i clienti del fast food retrò volteggiando sui pattini a rotelle, rientrano nell’ordinaria amministrazione dello stampo disneyano. Sfruttato già largamente nell’idealizzato passato. Nulla a che vedere con lo scandaglio comportamentistico e sociale mandato ad effetto da Jason Reitman in Juno insieme alla mordace inventiva. Di cui adesso pare non esserne rimasta la benché minima traccia. Persuadono maggiormente le ubbie, le scoperte, gli slanci palmo a palmo riguardanti la dodicenne nerd Phoebe Spengle. Copia al femminile del nonno nell’inseguire i sogni fanciulleschi e nel restituire pan per focaccia, a costo di farsi prendere per pazza, alle saette lanciate dall’inviperita creatura mefistofelica in combutta coi fidi ed empi adoratori. La complicità dello strambo coetaneo d’origine orientale Podcast sa però troppo di déjà-vu. Lo sdegno della mamma in bolletta, Callie Spengler, costretta ad abitare con la progenie al seguito nella fattoria lasciatole in eredità dal defunto genitore, deciso prima di morire per un infarto a proteggere il piccolo paese bucolico dalle ritorsioni della sumerologia, abituata a servirsi degli spettri per imporre l’impietosa forza distruttrice, costeggia, invece, con un’apprezzabile comunicativa, l’ardua contemplazione del reale. Approfondita sulla scorta dell’intelligente analisi “malincomica” dei già citati Tra le nuvole e Young adult. Inserita adesso ai margini dei timori ancestrali e dell’ovvia geografia emozionale. Con la montagna vicina divenuta da copione teatro delle lugubri e ampollose cerimonie ittite. Connesse ai tuoni, ai sacrifici, alle possessioni, alle trasformazioni. Sbeffeggiate e neutralizzate all’epoca d’oro dell’immersione della commedia demenziale negli scenari da brivido. L’ordine grottesco, sostituito alla bell’e meglio dalla puerilità delle infantili peripezie attinte pure ai romanzi di presa istantanea di Jules Verne ed Emilio Salgari, risulta così una sorta di convitato di pietra.

Al pari dell’opportuna via della farsa. Elusa per imboccare l’arcinoto percorso d’inseguimenti, soste nel mistero assai poco buffo, approcci muliebri coi dispositivi di stoccaggio, ascese negli inferi, inchini ai sani fattori genetici, inni conclusivi all’ottimismo. Individuato nel cameo di Bill Murray (Peter Venkman), Dan Aycroyd (Ray Stantz) ed Ernie Hudson (Winston Zeddemore). Accolto dagli applausi in sala di chi custodisce l’abitudine a vedere belle solo ed esclusivamente le cose successe in gioventù. E di conseguenza i prodotti attenti a sfruttarne i palpiti presbiti. Rispecchiati dalla terza generazione, fedele più al mito dell’assuefazione e del risparmio di fosforo che a quello della materia grigia impiegata per sconfiggere gli spiriti molesti e mitomani. Il tema principale della vecchia colonna sonora, assorta a mito dal pubblico sedotto dall’egemonia dell’umorismo catartico sul cupio dissolvi a suon di urla che manda in brodo di giuggiole le platee fuori norma, spinge gli inguaribili romantici a tirar fuori il fazzoletto. Urge una visita dall’oculista? Il piacere della visione affiora a spizzichi e bocconi. Con l’accidia del professore delle medie che, al posto della lezione, mostra alla classe i classici horror Cujo e La bambola assassina. Per poi impalmare, a candele smorzate, la rediviva Callie. Il clima d’inquietudine appare appena sbozzato. La solidità artigiana, ormai estranea alla sensibilità artistica necessaria ad amalgamare stilemi agli antipodi tra loro per lanciare un messaggio privo di retorica e ricco di significato, perde parecchi colpi. L’intero cast sembra indirizzare le prove scolastiche nei binari dell’intrattenimento disimpegnato. L’eccezione alla regola fornita dalla spigliata ed eccentrica Mckenna Grace (Phoebe), quantunque non riscatti il raccontino dalle polvere bagnate degli infertili effetti speciali, né dalla banalizzazione degli incubi rovinosi e delle risate liberatorie, centra il bersaglio. Specie nel momento in cui rimedia al ricalco in chiave ancor più strappalacrime di Cocoon – L’energia dell’universo e Ghost – Fantasma con un piglio d’attrice degno d’encomio. A differenza di Ghostbusters: Legacy, destinato a evaporare in una bolla di sapone dopo i fuochi fatui del box-office, la ragazzina andrà lontano. Senza voltarsi indietro a rimpiangere i tempi andati.

 

 

Massimiliano Serriello