Con il suo nuovo singolo “San Rocco” (ne abbiamo parlato qui), Giacomo EVA ci porta tra i vicoli di un Sud ancestrale e fortemente contemporaneo, dove la spiritualità si intreccia alla quotidianità e il tempo sembra rallentare per lasciare spazio al senso. Il brano, settimo estratto dal progetto full length di prossima uscita “Storie di uomini e di bestie”, è un inno alla memoria collettiva e alla forza dei riti che resistono, anche oggi, nel cuore di un’Italia che cerca sé stessa. Ne abbiamo parlato direttamente con l’artista, per capire cosa si nasconde dietro questa canzone intensa e rituale.
Ciao Giacomo, ben ritrovato! Innanzitutto: come stai e che momento stai vivendo artisticamente con l’uscita di “San Rocco”?
Ciao, è un momento carico di sfumature. “San Rocco” sta arrivando tanto alle persone e onestamente non mi aspettavo questo bel coinvolgimento, è un momento in cui sto cercando di godermi i frutti di una scelta fatta circa due anni fa, che è stata quella di scrivere un progetto ascoltando le mie necessità non seguendo mode o tendenze, e dall’altra parte sono già con la testa a nuova musica.
Partiamo dall’immagine iniziale: una notte d’estate, un borgo illuminato a candela, una processione. Dove finisce il ricordo e dove comincia la canzone?
In questo specifico caso il ricordo è la canzone, ma si tratta di un ricordo che sento vivo sulla pelle ancora adesso a distanza di tempo. Quella notte pugliese del 16 agosto di qualche estate fa la conservo vivida negli occhi e nel cuore e con “San Rocco” ho dato forma alle mie suggestioni, non ho inventato niente, ho solo tradotto in canzone ciò che ho sentito e sento ripensando a quella processione.
“San Rocco” è un brano che parla di fede, ma senza prediche. Hai scritto pensando a un messaggio preciso, o hai semplicemente raccontato quello che hai vissuto?
Non scrivo per far la morale a nessuno, sono il primo io ad avere deprecabili comportamenti molte volte. Scrivo in realtà proprio per non perdermi, per mettere dei paletti lungo il cammino e fare dei racconti delle mie emozioni e di ciò che sento e vedo per quanto possibile, così da non disperdermi per strada. So essere molto evasivo e procrastinatore con me stesso. La dimensione del racconto mi interessa molto, ho iniziato a sperimentarla praticamente, applicata alla canzone d’autore, con questo mio progetto “Storie di uomini e di bestie”. Ciò che mi interessa e fotografare uno spaccato di vita, una vicenda, uno stato d’animo per poi lasciare spazio all’ascoltatore di prendere quello che meglio crede e vedere la storia dal punto di vista che più ritiene opportuno.
Personalmente, al momento faccio il cantastorie che non porta pena!

Il confine tra sacro e profano di cui parli sembra quasi un luogo fisico. L’hai visto davvero in quella notte pugliese?
Può sembrare fanatismo o mera voglia di stupire ma non posso esimermi dal risponderti di si. Quella notte ero così in contatto con la mia parte spirituale che sono riuscito a bypassare l’angusta razionalità imposta dalla mente. Mi trovavo nel fiume di gente che accompagnava la statua del Santo e ogni luce, suono, balcone aperto, quelle litanie così scandite e il passo della processione così lento e preciso amplificavano in me ogni tipo di senso. Mi sono ritrovato in uno spazio fatto di forze, bene e male, le sentivo, le toccavo con l’anima o forse erano loro che mi invadevano dentro, fatto sta che le ricordo come se fosse ieri.
Questo pezzo è il settimo apripista del tuo album di prossima uscita, “Storie di uomini e di bestie”. Possiamo dire che è il cuore del disco, o solo una tappa?
Ogni pezzo ha la sua centricità, ogni brano scelto è stata frutto di una selezione tra tante cose che avevo buttato giù quindi, a modo suo, ogni canzone è un cuore pulsante dell’album. Certo, “San Rocco” è sicuramente l’outsider del disco, utilizzando una metafora calcistica è quel giocatore di cui non sai niente che entra al novantesimo e ti stravolge la partita! Questo è l’effetto che crea nei live, le persone non si aspettano una canzone del genere e ne rimangono molto colpite, ne sono contento perché smuovere l’ascoltatore era quello che volevo, in particolar modo con “San Rocco”.
Nel ritornello si sente quasi il passo della processione. Come hai lavorato sul ritmo e sul suono per renderlo così immersivo?
Sono partito dalla cadenza delle litanie liturgiche per poi indagare la metrica anche del ditirambo greco utilizzato per i canti in onore del dio Dionisio. “San Rocco” detiene questa doppia natura sacra e profana anche per questo, perché si rifà a un mondo cattolico praticante ligio alla forma ma anche a uno panteistico che sfocia in riti orgiastici e liberatori, pensiamo appunto alle baccanti dionisiache e senza andar troppo lontano anche alla taranta pugliese. Ecco perché “San Rocco” l’ho voluta in continuo crescendo, proprio per attuare quel collegamento con quei tipi di riti che con il passare dei minuti divenivano sempre più incalzanti e battenti.
“San Rocco” è anche una fotografia socio-culturale del nostro Belpaese, non solo un brano. Quanto pensi che la musica debba avere un ruolo “civico” oggi?
In realtà sappiamo che la musica è un riflesso della società, ogni epoca e ogni popolo hanno una musica che rispecchia il livello culturale, il senso civico e l’attenzione su molteplici aspetti di una comunità. Se oggi sentiamo una carenza di messaggi nelle canzoni penso sia da additare a uno sgretolamento del pensiero emotivo e razionale in generale. Si comunica sempre meno in maniera reale, le interazioni sono via smartphone e il contatto con la natura e qualcosa di occasionale, ecco, in uno scenario del genere credo che sia inevitabile l’uso e l’abuso di musica usa e getta. Ci sono però dei movimenti e delle realtà culturali che stanno tentando di ridare all’arte valore civico e, personalmente, ne sono molto contento e spero di poter contribuire.
Sei nato in Calabria, e torni spesso al Sud, anche musicalmente. È una scelta artistica o un’urgenza personale?
Entrambe le cose, è una scelta artistica perchè ho capito dopo tanti anni che le mie radici non sono solo ricordi ma materia viva su cui lavorare tutt’ora attraverso e nella mia musica. Sento un forte richiamo verso certi profumi e atmosfere, e di conseguenza questo sentirmi bene in un determinato “habitat” porta con sé l’urgenza di esplorarlo sempre meglio, in musica e nella mia quotidianità, condividendo questo mio mondo con il pubblico e la mia famiglia.
Se oggi dovessi spiegare a qualcuno che non l’ha ancora ascoltato cos’è “San Rocco”, cosa gli diresti?
E’ una storia, un rito, una danza, lasciati andare, cogline la pulsazione e segui il corteo in processione, come ho fatto io e faccio ogni volta che la canto.
Infine, guardando oltre questo singolo e al di là del disco che vedrà la luce a breve: che direzione senti di voler prendere con i tuoi prossimi passi artistici?
Sono già al lavoro sul secondo album, non sto pensando a una direzione artistica mossa da ciò che funziona o meno sul mercato, come il primo anche il prossimo disco sarà un progetto della cui uscita sento l’esigenza. Senza orpelli o suppellettili, voglio continuare a raccontare le mie storie, storie dal mondo e magari anche da altri mondi, chissà!
