La ricerca scientifica conferma il valore sociale e terapeutico del gioco
C’è una scena che chiunque abbia mai partecipato a una serata di giochi conosce bene: il momento in cui, seduti intorno a un tavolo, ci si dimentica di chi si è fuori da quella stanza. Non contano le gerarchie, non contano le ansie quotidiane. Contano le carte in mano, il dado da lanciare, la mossa dell’avversario da anticipare. È un piccolo miracolo sociale che si ripete ogni volta, e ora ha anche il sostegno della ricerca scientifica.
Un team dell’Università di Plymouth ha condotto cinque studi approfonditi sul rapporto tra gioco da tavolo e benessere psicologico, con un focus specifico sulle persone con autismo. I risultati, pubblicati su riviste scientifiche internazionali e basati su un campione di oltre 1.600 partecipanti, sono netti: i giochi da tavolo favoriscono l’inclusione sociale, riducono la pressione legata all’interazione con gli altri e aiutano a costruire legami più solidi.
Il tavolo come spazio terapeutico
L’aspetto più interessante della ricerca riguarda il meccanismo che rende il gioco da tavolo così efficace sul piano relazionale. Non è magia: è struttura. Le regole del gioco creano un contesto prevedibile, in cui ogni partecipante sa cosa ci si aspetta da lui e può muoversi con maggiore sicurezza. Per chi vive difficoltà nell’interazione spontanea, questo fa una differenza enorme.
«Il gioco da tavolo crea un contesto in cui la relazione passa attraverso regole condivise e obiettivi comuni, e questo abbassa la soglia di ansia che molte persone associano all’interazione spontanea», spiega Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis. «Sedersi a un tavolo, dentro una dinamica fatta di turni, attesa e rispetto delle regole, significa esercitare competenze relazionali in uno spazio protetto».
Il gioco, in questa prospettiva, diventa uno strumento clinico e sociale a tutti gli effetti. Non un sostituto alla terapia, ma un alleato: utile per le persone con autismo, per chi vive fragilità psichica, per gli anziani a rischio isolamento, per gli adolescenti che faticano a costruire relazioni stabili.
Dal salotto alla funzione sociale: il punto di vista dell’industria
Chi opera nel settore dei giochi da tavolo non è sorpreso dai risultati della ricerca, ma li accoglie come una conferma attesa. Stefano De Carolis di Prossedi, direttore operativo di Giochi Uniti, una delle principali realtà italiane del settore, è diretto: «Da anni sosteniamo che il gioco da tavolo non sia soltanto un prodotto, ma un linguaggio. Quando ci si siede a un tavolo si entra in uno spazio di regole condivise dove l’altro non è un estraneo da decifrare, ma un compagno di partita».
Il punto che De Carolis sottolinea è culturale. In molti paesi europei il gioco da tavolo è già entrato nelle scuole e nei servizi sociali come strumento educativo e terapeutico riconosciuto. In Italia questo processo è ancora lento, frenato da una visione del gioco come attività marginale, adatta al tempo libero ma non a contesti seri. I dati di Plymouth, sostiene, cambiano le carte in tavola: «Uno studio come questo mette dei dati dove finora c’erano impressioni, e a quel punto diventa ancora più difficile relegare nell’immaginario collettivo il gioco a semplice passatempo».
Un’industria in crescita con una missione più grande
Il mercato dei giochi da tavolo in Italia è in espansione da anni, trainato da un pubblico sempre più adulto e consapevole. Fiere, eventi, community online e negozi specializzati testimoniano un interesse che va ben oltre la nostalgia per i giochi dell’infanzia. Dietro ogni scatola c’è un mondo fatto di design, narrativa, meccaniche e, ora è ufficiale, anche di scienza sociale.
L’obiettivo di chi lavora in questo settore, a partire da realtà come Giochi Uniti, è trasformare questa crescita in qualcosa di più profondo: una cultura del gioco intesa come cultura della relazione, della convivenza, della partecipazione. Un’ambizione che, alla luce di questa ricerca, non sembra più così lontana dalla realtà.
